Le donne, nel mondo “occidentale”, sono complessivamente meno felici oggi che negli anni ’70 del secolo scorso, e si assiste anche a un peggioramento complessivo della loro salute mentale: non è l’opinione di qualche “misogino incel maschilista redpillato”, ma sono loro stesse a dirlo, stando ai surveys più ampi e autorevoli (come quelli di GSS e Eurobarometer), oltre a risultare da parametri oggettivi come l’aumento delle diagnosi legate alla salute mentale, dell’uso di psicofarmaci, dell’abuso di alcool e altre sostanze. Questo fenomeno è noto come “il paradosso del declino della felicità femminile”: è un paradosso perché proprio a partire dagli anni ’70 il femminismo è entrato nel mainstream istituzionale e politico e ha consolidato l’”emancipazione femminile” dalla terribile condizione in cui le donne versavano nel precedente “patriarcato”. Risultato che avrebbe dovuto rendere le donne progressivamente più felici e soddisfatte della propria condizione di vita, e certamente migliorare la loro salute mentale complessiva. Tutto questo non è accaduto, anzi si osserva l’opposto.
Il paradosso è entrato recentemente nel dibattito pubblico dopo che Elon Musk ha ripostato una clip tratta di un’intervista a Rachel Wilson, autrice del suggestivo saggio Occult feminism: the secret history of women’s liberation (Femminismo occulto: la storia segreta dell’emancipazione femminile). Merita citarla estesamente (traduzione nostra qui e nel seguito): l’intervistatore domanda «La donna americana media di oggi è la più istruita, libera ed economicamente indipendente di tutta la storia dell’umanità; ma è anche la più sola, depressa, e meno prolifica. Perché, secondo te, le donne sono così infelici nel 2026?» Rachel Wilson risponde: «Sono state fatte due ricerche su larga scala per cercare di rispondere a questa domanda, tra cui Il paradosso del declino della felicità femminile pubblicata nel 2009. Gli autori della ricerca – basandosi su sondaggi, quindi su ciò che dicono le donne stesse – riscontrarono un calo della felicità femminile rispetto alle indagini fatte in precedenza, ad es. nei primi anni ’70, quando la visione femminista cominciava ad essere l’ethos prevalente per le donne. Inoltre, sappiamo che oggi nel 2026 il 27% delle donne americane ha almeno una prescrizione di psicofarmaci, abbiamo il consumo di alcol e l’alcolismo femminile ai massimi livelli mai registrati».
Una situazione tragica per le donne.
Continua Wilson: «Le donne riportano sempre più insoddisfazione, tristezza e la sensazione di non farcela a reggere tutto: essere una ‘donna in carriera’ e mettere anche su famiglia. Uno dei problemi è che per loro natura le donne cercano uomini che guadagnino più di loro, uomini di status più elevato, e questo genera un paradosso oggi che le donne sono la categoria che si laurea di più e con stipendi che eguagliano o superano quelli medi degli uomini. C’è una ‘uguaglianza’ mai vista prima nella storia, e le donne non trovano più l’uomo ‘da sposare’, un uomo che stia al loro livello o superiore – ciò che realmente vogliono. Abbiamo creato questo paradosso in cui le donne hanno ottenuto tutto ciò che il femminismo ha insegnato loro fosse giusto desiderare – piena ‘uguaglianza’, indipendenza economica, libertà di scegliere il compagno e di non sposarsi per necessità – e però riportano i massimi livelli di insoddisfazione mai registrati, con una salute mentale tre volte peggiore rispetto a quella degli uomini. Certo, le donne sono sempre state più fragili nella salute mentale, ma negli ultimi decenni si registra un ulteriore netto peggioramento. Le donne oggi si trovano in una situazione enigmatica: hanno tutto ciò che era stato loro promesso le avrebbe rese felici, ma sono più insoddisfatte. Sempre più spesso si vedono questi video virali sui social, di donne sulla trentina o quarantina che si filmano da sole nella loro auto a piangere e a domandarsi: ho fatto tutto ciò che dovevo, ho ‘seguito la prescrizione’ (del femminismo, N.d.a.), e ora sono infelice, sola, piena di stress, non riesco a trovare un marito, ho paura che non avrò mai una famiglia. Ora come faccio, non posso più tornare indietro, finirò per morire in solitudine?… È una situazione davvero tragica per le donne».
L’intervistatore: «Quindi secondo te è tutto qua, questa infelicità femminile è da imputarsi al non sposarsi e non fare figli?» «Penso che sia una delle cause principali. E poi si fa troppa pressione sulle donne che devono essere tutto, fare tutto… ne ho fatto esperienza anch’io. A scuola ero sempre tra i migliori della classe, tutti mi dicevano che dovevo prepararmi all’università, che la mia capacità intellettuale non poteva essere ‘sprecata’ non andando all’università e non trovando un lavoro ‘importante’… sempre così, dalle elementari in poi. Ma intorno ai 18 anni mi sono detta: in realtà voglio avere dei bambini e una famiglia. Davvero, voglio sposare il mio ragazzo, mettere su famiglia, e essere una mamma. Questo è quello che voglio. E se mi verrà voglia di una ‘carriera’, posso sempre provarci più avanti». Da sottolineare l’inversione nel ragionamento di Wilson rispetto all’idea oggi estremamente diffusa, e parte integrante della dottrina femminista, secondo cui è importante dedicare gli anni fertili alla carriera, e se proprio si vuole un figlio, lo si potrà sempre fare più tardi: idea contraddetta dal funzionamento biologico umano, per il quale una donna è progressivamente meno fertile dai 30 anni in poi e le gravidanze più tardive possono comportare maggiori difficoltà. Sempre più diffuso è l’uso di congelare i propri ovuli per scongelarli a 40 anni o più, pratica che però comporta, oltre a un costo economico, anche chances estremamente ridotte di procreare, a differenza di quanto voglia far credere la cultura della “emancipazione”.
L’eresia misogina di voler essere madri e mogli.
Esprimersi come fa Rachel Wilson oggi, nel 2026, è un’eresia – è da misogini “di destra” bigotti, da patriarchi maschilisti o donne che hanno interiorizzato il patriarcato, complici nella “violenzadigenere®” (che, come tutti ormai sappiamo e come insistono per insegnare ai bambini fin dall’asilo, non è agita da criminali, ma è costruita dalla società stessa trasmettendo i “ruoli di genere tradizionali” e gli “stereotipi di genere”): praticamente – avrebbe detto Michela Murgia – è “femminicidio”! Tuttavia, a dire queste cose sono anche molte donne come la Wilson, per giunta libere e istruite. E comunque, a prescindere dal sesso di chi li afferma, i fatti sono fatti. Si dirà: ma la ricerca cui fa riferimento è del 2009, nel frattempo le cose sono cambiate, c’è stato il #metoo che ha sicuramente ribaltato la situazione e reso le donne incredibilmente più serene e felici rispetto al 2009, e poi altre ricerche diranno cose diverse… In realtà no: questo paradossale declino della felicità femminile resta coerente anche nel follow-up di questa ricerca e in altre ricerche più recenti. Ad esempio nella recente review Two paradoxes in women’s well-being, basata su «dati globali raccolti dal 2006 al 2023 e dati di lungo termine da USA e Europa risalenti fino agli anni ’70» e pubblicata nel 2025 su Science Advances.
Gli autori scrivono: «Identifichiamo due paradossi-chiave. Primo, nonostante le donne riportino una felicità complessiva maggiore rispetto agli uomini, hanno però una situazione peggiore nella misura della salute mentale e degli affetti negativi (come depressione, solitudine, ansia, tristezza). Secondo, nonostante i sostanziali progressi nello status socio-economico del genere femminile degli ultimi 50 anni, l’evidenza a livello globale dimostra nettamente che il loro benessere complessivo è diminuito». Il primo “paradosso-chiave” trovato da Kaiser et al. è contestato da altre ricerche, ad esempio The female happiness paradox pubblicata nel 2024 sul Journal of Population Economics, i cui autori sostengono che, aggiustando alcuni aspetti metodologici, si evince che le donne oggi riportano un benessere complessivo peggiore anche relativamente agli uomini; tuttavia, confermano la sostanza del declino della felicità femminile, al posto del miglioramento che ci si aspetterebbe quale riflesso del progresso della condizione delle donne quale risultato della battaglia “emancipatoria” femminista.