Il femminismo ha reso il mondo più felice? L’ha reso un mondo migliore? Ha reso le donne e gli uomini più felici? Domande molto legittime, se è vero, come hanno sostenuto molti pensatori dell’antichità, ad esempio Aristotele, che la felicità è il fine ultimo dell’agire umano: tutto ciò che facciamo, in ultima analisi, mira a essere felici. Sulla felicità si sono interessati tutti, Buddha, che vede la felicità come la liberazione dalla sofferenza, ottenuta spegnendo il desiderio e l’attaccamento, Epicuro, che vede la felicità come assenza di dolore fisico (aponia) e di turbamento dell’anima (atarassia), ottenuta attraverso desideri semplici, amicizia, conoscenza, liberazione dalla paura (soprattutto della morte), gli stoici, ecc. Per Blaise Pascal la maggior parte dei dolori e dei mali che affliggono la condizione umana deriva dal «non saper restare tranquilli in una stanza». Secondo Rousseau nell’Emilio la felicità è «il fine di ogni essere sensibile, è il primo desiderio che la natura ha impresso in noi e il solo che non ci abbandona mai». Con l’età moderna la felicità assume una dimensione più sociale e politica. Nell’utilitarismo Jeremy Bentham afferma che è giusto ciò che produce la massima felicità per il maggior numero di individui.
«Il femminismo è un movimento per porre fine al sessismo, allo sfruttamento e all’oppressione» delle donne, sostiene la femminista Bell Hooks in Il femminismo è per tutti, definizione che possiamo ritenere universalmente condivisa da tutto il movimento. Il femminismo è un movimento di liberazione, non mira quindi a rendere le donne più felici ma libere. La felicità non è mai stato lo scopo diretto del femminismo e, in linea di massima, potrebbe solo emergere dopo la fine dello sfruttamento e dell’oppressione. La riflessione teorica femminista sulla felicità è esistita soltanto in quanto critica dell’idea tradizionale di “felicità”. Le teoriche femministe rifiutano l’idea che la felicità femminile coincida con ruoli tradizionali (moglie, madre, sacrificio). Secondo il pensiero di Simone de Beauvoir l’idea di felicità femminile sarebbe stata costruita socialmente. Negli anni ’60 Betty Friedan denuncia la frustrazione delle casalinghe americane, l’infelicità di donne che avrebbero dovuto essere felici secondo i modelli sociali, ma non lo erano. E ora, dopo la rivoluzione femminista, sono forse le donne più felici, meno stressate, vanno meno dallo psicologo, hanno una vita più piena? Sono le donne femministe più felici delle donne che non lo sono? È stata Simone de Beauvoir una donna più felice, grazie al femminismo? Lo è stata Virginia Woolf (che ha finito la vita tragicamente)? Hanno vissuto forse Emmeline Pankhurst, Kate Millett o Valerie Solanas una vita più felice, grazie al loro attivismo femminista? Perché il movimento femminista non si pone mai questioni simili?

Infelicità e risentimento: il marchio del femminismo.
La dottrina femminista impartisce due insegnamenti fondamentali: le donne sono vittime e schiave, gli uomini sono i loro oppressori e quindi colpevoli. Le donne quindi, in quanto donne, sentono di essere vittime e di meritare un risarcimento, attuale e storico, da parte degli uomini. Se il patriarcato – sistema oppressivo nei confronti della donna – esiste, non ha più senso parlare per la donna di morale, di bene e di male, di giusto e di ingiusto, di fedeltà e di devozione, non ha più senso domandarsi dove la donna stia andando e da dove sia venuta perché tutto il suo pensiero, tutta la sua infelicità risiede nella straordinaria rivelazione che Lei vive, inconsapevolmente e a sua insaputa, schiava nel patriarcato, e tutta la sua preoccupazione, tutta la sua azione sarà indirizzata nella lotta per la sua liberazione fisica e morale. Questa rivelazione, che smaschera la insensatezza e la menzogna del mondo e dei valori nei quali ella viveva, sviluppa in lei un sentimento di perdita e di dolore, di risentimento e di odio nei confronti dell’uomo, che l’ha oppressa e ingannata così a lungo nei secoli. Il patriarcato diventa il diversivo, la giustificazione di qualsiasi fallimento, insuccesso e infelicità femminili, che deresponsabilizza la donna per le sue scelte e i suoi atti. In questo modo le femministe occultano il proprio fallimento individuale e la loro evidente mediocrità sotto l’accusa della persecuzione collettiva. Sotto questa persecuzione, la morale e l’inquietudine spirituale nel percorso esistenziale di vita di una donna perdono la loro necessità, sostituite dalla lotta al patriarcato.
Per poter coltivare questa lotta, il femminismo crea nelle donne delle aspettative irreali che difficilmente riescono a raggiungere, ciò rende loro infelici. Fa credere alle donne di poter far tutto e avere tutto allo stesso tempo, carriera e famiglia, figli e carriera, essere buone madri e brave lavoratrici, essere promiscue e ottenere in cambio fedeltà, ecc.; che possono essere promiscue tanto quanto gli uomini, senza alcuna ricaduta fisica o psicologica; che la loro bellezza è un fatto soggettivo, che non tiene conto dell’età o del peso, che tutte le donne sono belle e non devono essere magre, né curate, né attraenti; che loro, in quanto donne, hanno un valore elevato e devono essere sempre corteggiate o sedotte, anche all’interno di una relazione, per poter fare sesso; che se una relazione sentimentale fallisce la colpa è degli uomini e se divorziano troveranno un uomo migliore o di status più elevato che renderà loro felici; che sono migliori degli uomini e perciò legittimate a cambiare i difetti degli uomini; che sono più felici vivendo da sole, senza legarsi in una relazione di coppia a un uomo (essere imperfetto); che meritano di essere felici solo perché esistono, meritano di raggiungere il successo nel lavoro perché sono più brave, insomma, meritano tutto solo per il fatto di essere donne, e se non riescono a raggiungere successo e felicità è per colpa degli uomini (il Patriarcato). Questa perenne insoddisfazione e infelicità femminile, causata da aspettative irreali, si traduce in risentimento verso gli uomini (il Patriarcato), colpevoli di ostacolare la loro legittima felicità. Per combattere il Patriarcato, che impedisce le donne di essere felici, ci vuole più femminismo; più femminismo crea nelle donne più aspettative irreali, ostacolate a loro volta dal Patriarcato, che deve essere combattuto da più femminismo, in un circolo vizioso che non trova soluzione e genera unicamente nella donna più risentimento e insoddisfazione crescente.
Gli scopi del femminismo: rivalsa e vendetta.
Agli uomini il femminismo lascia due uniche vie: l’accettazione e sottomissione (maschipentitismo) o il rifiuto. L’indifferenza non è una via. Prima o poi, lungo il percorso della sua vita, al lavoro, in famiglia o per la strada, l’uomo indifferente viene costretto a scontrarsi con la realtà e a prendere dunque una posizione. L’uomo femminista sta come il cammello nelle tre metamorfosi di Nietzsche in Così parlò Zarathustra (il cammello, il leone e il fanciullo), è l’uomo che teme e riverisce, che si piega davanti alla divinizzazione della donna e alle sue accuse. Egli assume su di sé le grandi colpe che gli vengono addebitate, accetta pesi, doveri e obblighi, simboleggia lo spirito che sopporta. «Qual è la cosa più gravosa? Ditemelo, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza». Prigioniero della volontà femminile, obbediente, egli vuole il suo dovere, le sue penitenze, prostrarsi dinnanzi al peso delle colpe che gli vengono addebitate, egli dice a se stesso ciò che le donne dicono a lui: «tu devi». È quest’uomo piegato più felice? Sono gli uomini femministi più felici degli uomini che non lo sono?
Sulla felicità scrive F. Nietzsche in Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874): «Sia nella massima, sia nella minima felicità, è sempre una cosa sola quella per cui la felicità diventa felicità: il poter dimenticare o […] la capacità di sentire, mentre essa dura, in modo non storico. Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell’attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cosa sia la felicità, e ancor peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri. O, per spiegarmi in modo ancora più semplice sul mio tema: se non si vuole che il passato diventi il becchino del presente, c’è un grado di insonnia, del ruminare, di senso storico, (di passato che deve essere dimenticato) ……il vivente subisce un danno e alla fine muore. Sia esso un uomo, un popolo o una civiltà». Il femminismo è una malattia che rimugina in perpetuo in modo storico i ricordi dolorosi della propria non accettazione di sé (nei confronti con l’altro, l’uomo) e accumula risentimento verso di sé, verso gli altri e verso la vita, dissimulando tutto questo risentimento nell’individuazione di un capro espiatorio, un colpevole: l’uomo. La sua volontà è guidata dalla rivalsa e la vendetta.

La fine di un sogno.
Il femminismo ha messo una pietra tombale sull’idea che l’umanità fosse guidata dalla cooperazione tra gli uomini e le donne, opinione che ha prevalso lungo i secoli. Per liberarsi dal peso di qualsiasi forma di gratitudine verso gli uomini le femministe hanno caricato gli uomini col peso della colpa. La cooperazione è stata sostituita dal conflitto, dalla sottomissione e dalla schiavitù della donna, l’amore dall’odio, l’amicizia e la comunione di intenti dalla inimicizia, dove ogni progresso è stato costruito dall’uomo sulle spalle e sulla sofferenza della donna. È stato esaltato tutto quello che ha a che fare con il femminile e svalutato tutto quello che ha a che fare con il maschile. Molti dei valori storicamente affermati lungo i secoli (l’altruismo, la generosità, la fedeltà e devozione…) sono stati rinnegati, così l’ideologia femminista ha stravolto molti dei capisaldi della cultura e delle sensibilità dell’umanità (la famiglia, la maternità, le relazioni di coppia…), ha sprofondato la società in una profonda crisi valoriale, culturale e sociale che ha gettato la sua lunga ombra sulla serenità e sulla felicità degli uomini e delle donne. Questa crisi ha un carattere generale che incide nel modo di pensare, nell’immagine che noi esseri umani avevamo costruito di noi stessi, nella prospettiva di un futuro diverso. Nell’immaginario femminile l’uomo è diventato il nemico. Sull’altra sponda, l’uomo, accusato ingiustamente, respinge le accuse e concepisce sempre di più la donna come ingrata e profittatrice, inasprendo così il divario relazionale tra uomini e donne. In che modo questo allontanamento tra i due sessi, provocato dal femminismo, rende l’umanità, uomini e donne, più felici? In breve, quest’ideologia segna il triste crepuscolo della storia dell’umanità, rappresenta il suo divorzio: il divorzio tra gli uomini e le donne. La fine di una felicità condivisa. Il trionfo del risentimento e della diffidenza. Il femminismo rappresenta per l’umanità la fine di un sogno.