Fu così che Giulia Bongiorno fece evaporare il consenso “libero e attuale” in tutta la sua insensatezza, ripristinando ciò che c’è sempre stato nella base definitoria della violenza sessuale: il dissenso o la coercizione violenta. Giulia Bongiorno cede, sicuramente a malincuore, sul fronte della legge che avrebbe dato il colpo di grazia all’architettura dello Stato di Diritto in Italia, sebbene solo relativamente alle persone di sesso maschile. Dopo aver sancito con la legge sul “femminicidio” (su cui pure c’è l’immancabile zampino della Bongiorno) che la vita di un uomo vale meno di quella di una donna, con il principio del consenso “libero e attuale” quegli stessi untermenschen sarebbero stati tutti immediatamente denunciabili per violenza sessuale da qualche ex, magari remota ma ancora invelenita, e processabili in una posizione di minorata capacità di difesa, dovendosi presentare in tribunale sostanzialmente come colpevoli fino a prova contraria. Sarebbe stata l’inversione di un pilastro del sistema, nonché la fine definitiva di ogni possibilità di relazione tra uomini e donne. L’intero genere maschile si sarebbe trovato sotto ricatto costante e, cosa non trascurabile, i tribunali sarebbero rimasti paralizzati da un profluvio di denunce basate su quelle false accuse che, come segnaliamo noi da anni, nel nostro Paese dilagano su proporzioni ormai ingestibili. E, se proviamo a mettere insieme i pezzi uno dopo l’altro, ci viene da pensare che la colpa di questa paralisi, oltre che del generalizzato odio antimaschile, sia proprio di Giulia Bongiorno.
C’è lei infatti dietro la legge sullo “stalking”, entrata nel nostro ordinamento nel 2009. Dopo l’abolizione dell’ultimo reato a definizione soggettiva, il “delitto d’onore”, nel 1981, fu la Bongiorno a spingere fortemente e a ottenere l’introduzione di un nuovo reato la cui definizione non era rimessa alla verifica di un fatto dimostrabile con prove e testimoni, bensì al vissuto e al sentore soggettivo della vittima, il cui status veniva così riqualificato da “presunta” a “pressoché certa”. Gli atti persecutori, secondo la legge, sussistono solo ed esclusivamente quando la (presunta) vittima dichiara che sussistono, senza alcun bisogno di provarlo. D’altra parte come si può provare oltre ogni ragionevole dubbio che abbia vissuto in uno stato di ansia e paura per sé e i propri cari e che abbia dovuto cambiare abitudini di vita? Semplice: non si può provare. Ti devi fidare della sua parola. D’altra parte, sorella io ti credo, no? Che lo stesso meccanismo fosse sotteso già da tempo, e ancor più oggi, anche nella legge che sanziona la violenza sessuale è cosa nota, per lo meno ai più informati. L’abbiamo scritto più volte su queste pagine, raccontato in convegni e libri: la si giri come si vuole, ma in Italia è violenza sessuale se lei decide che lo è. Già ora è così e difendersi da un’accusa falsa che ha questa premessa è difficilissimo, sia perché (di nuovo) ci si presenta al giudice sostanzialmente già colpevoli, sia perché la quantità e la qualità di prove necessarie per smontarla travalicano spesso le capacità dell’imputato e del suo avvocato. Danno collaterale non da poco: molto spesso per sopravvivere a una falsa accusa di stupro o di stalking occorre puntare tutto sulla delegittimazione dell’accusante, con il conseguente imbarbarimento del sistema nel suo complesso.

Il percorso lineare e distruttivo della Bongiorno
Non è un caso che la violenza sessuale e lo stalking siano stati per anni in cima alla classifica dei reati più denunciati sulla base di false accuse. Poi i giudici hanno capito la fregatura dell’art.612 bis, hanno cominciato, già pochi anni dopo la sua introduzione, ad archiviare il 50% delle denunce e a far esitare in assoluzione tra l’85 e il 90% delle restanti, e così lo stalking è pian piano passato di moda, sostituito dal reato di maltrattamenti, una sorta di evergreen per le false accuse. Proprio quando lo stalking iniziava a perdere mordente, ecco che ti spunta il “Codice Rosso“. E chi c’è dietro? Sempre lei: Giulia Bongiorno. Tutti sanno cosa prevede la legge, ma ricapitoliamo in breve: se un individuo (ma nella prassi vale solo se si tratta di una donna) denuncia uno dei reati considerati “spia” di un possibile “femminicidio”, il giudice deve accantonare ogni altro procedimento su cui sta lavorando e dare priorità assoluta al caso, ascoltare la non più tanto presunta vittima, acchiappare l’accusato, non più tanto innocente fino a prova contraria, e applicargli tutte le misure restrittive possibili. Dopo di che, con calma, si fanno tutte le verifiche, si raccolgono le prove, e magari si celebra il processo. Ma con calma, che fretta c’è? Se lei ha denunciato, un motivo c’è di sicuro, che motivo avrebbe di mentire? Magari tenersi casa, figli e soldi, risponderemmo noi dopo aver guardato le statistiche, che anche in questo caso parlano chiaro: le condanne per i summenzionati “reati spia” in Italia rappresentano ormai da vent’anni circa il 5-10% delle denunce. Dunque, come già capitato con lo stalking, l’effetto immediato dell’innovazione della Bongiorno è stata duplice: uomini perseguitati e sistema giudiziario inceppato dal numero di casi. Se ne lamentarono alcuni magistrati in varie parti del Paese (ad esempio, Francesco Cozzi a Genova e Maria Monteleone a Roma) pochi mesi dopo l’entrata in vigore del Codice Rosso, ma nessuno vi fece caso.
C’è sempre lei, Giulia Bongiorno, dietro l’accantonamento con disonore della proposta di legge Pillon per la riforma della disciplina delle separazioni e degli affidi dei minori. Non una proposta perfetta, forse, ma elaborata con un doppio intento che è difficile non condividere: garantire il diritto dei minori ad avere due genitori, come già imporrebbe la legge attuale, ed evitare che un gran numero di separazioni conflittuali andasse a intasare il già ingolfato sistema di giustizia. I beneficiari dunque erano un apparato-chiave per la vita pubblica e quei minori a cui veniva negata la presenza del padre, ridotto, nonostante la riforma del 2006, a bancomat o a mero “visitatore”, il più delle volte falsamente accusato delle peggio cose al mondo. Ci fu un conflitto interno alla Lega, con la componente bongiorniana che impose il suo niet e l’esilio di Simone Pillon. Alla fine Salvini cedette, Pillon venne sostanzialmente silurato, la sua immagine pubblica lasciata alla mercè delle peggiori hater e la sua proposta di legge chiusa a doppia mandata dentro qualche sotterraneo del Senato. Infine, come sappiamo essendo storia di oggi, c’è sempre lei dietro la riforma della legge sulla violenza sessuale: con la copertura puramente mediatica dell’accordo tra Meloni e Schlein, Bongiorno voleva mettere la ciliegina sulla torta cucinata con cura fin dal 2009. Stavolta però il partito ha detto no. Anche Salvini segna l’ora esatta due volte al giorno. E così l’assenso “libero e attuale” diventa (com’è sempre stato) dissenso, con una sola modifica, tipicamente di destra: l’aumento delle pene. Che è l’unica cosa che la destra italiana (e non solo) sa fare per dare l’impressione di risolvere i problemi. Tintinnar di manette, clangore di sbarre che si chiudono, “occhio che finisci in galera”, e tanto basta. Esibizioni muscolari che trascurano le radici dei problemi e che, soprattutto, non li risolvono.

Bongiorno addio: una buona notizia.
Politicamente, per un personaggio come Bongiorno, abituata a spadroneggiare e a imporre la propria linea come un coltello caldo s’impone sul burro, questa marcia indietro è una vera umiliazione, oltre che un fiasco colossale. Forse, e ci si permetta anzi di auspicarlo, una ferita letale al suo percorso politico, sancita dal fatto che fuori dal Parlamento si raccoglie ora il volgo profano delle associazioni femministe a strillare la loro indignazione sotto la direzione delle capocomiche della sinistra. Le quali da anni operano in una posizione estremamente comoda: chiacchiere, discorsi, prediche, giaculatorie ed esercizi retorici vari per dire che tutti gli uomini sono violenti, brutti e cattivi e le donne sono tutte le loro vittime, pur essendo buone, sante e pure. Ma oltre che dar aria alla bocca, va detto, la sinistra non ha mai messo in atto nulla di concreto. E quando ci ha provato, ha tirato fuori castronerie da far sbellicare, come l’inclusione degli “atti persecutori” (stalking) all’interno del Codice Antimafia, iniziativa di quel genio sopraffino dell’ex ministro Andrea Orlando. Con essa risarcì la lobby femminista, dopo aver provato a desaturare i tribunali proponendo per alcuni reati (tra cui lo stalking) la pratica degli “atti riparatori”, per cui in certi casi il giudice poteva chiudere il procedimento imponendo all’accusato di pagare una cifra, che la presunta vittima fosse d’accordo o no. Una disposizione che Orlando riuscì a mantenere in vigore circa sei mesi e che poi ritirò prosternandosi e pagando pegno appunto con la boiata dello stalking nel Codice Antimafia. In ogni caso, al di là di queste bazzecole, le femministe sinistroidi hanno sempre fatto chiacchiere, si sono sempre tenute nella posizione di poter dire, nel giorno in cui i nodi verranno al pettine: “questa legge non l’abbiamo fatta noi”.
E sarà in parte vero: loro sono le mandanti, le ideologhe, le cattive maestre, ma nella pratica le leggi immonde di cui abbiamo parlato in questo articolo le ha imposte tutte la destra, fino ad oggi braccio operativo ed esecutore materiale e servile del femminismo di sinistra. Da 25 anni questo ruolo è gestito da una persona di provata determinazione e di sicura fede, per l’appunto Giulia Bongiorno, che parrebbe evidentemente avere in odio essenzialmente due cose: gli uomini e il sistema giudiziario. Quale strumento, dunque, quale arma, quale clava, quale cacio sui maccheroni migliore per le femministe estremiste di sinistra che odiano gli uomini e per la destra in generale a cui Berlusconi ha insegnato a odiare la magistratura? In pratica Giulia Bongiorno incarna da ben cinque lustri una specie di “compromesso storico”, decadente come lo è l’inizio del nuovo millennio. Mettendo in fila, come abbiamo fatto, la sua carriera da legislatore dal 2009 a oggi, non si può che prendere atto che sia così. Se non che il giochino sembra essersi rotto, la credibilità politica della Bongiorno in questi giorni è andata in frantumi e difficilmente potrà essere recuperata, a meno di una sempre possibile trasmigrazione in qualche altro partito che non segni l’ora giusta mai, nemmeno in quelle due famose volte al giorno (sì, stiamo pensando a Forza Italia). Le rimarrebbe comunque difficile continuare a inquinare i pozzi delle relazioni tra uomini e donne perché i tempi sono cambiati: il piano di smontare e umiliare tutta la sfera maschile ha le sue radici nei deliri liberal del ventennio a cavallo tra il 1900 e il 2000, con le loro convenzioni deliranti del Cairo, di Pechino, di Istanbul e le altrettanto deliranti disposizioni di UN Women, dello European Institute for Gender Equality, del GREVIO e di tutti gli altri carrozzoni sovranazionali. Tutta roba per cui il tempo è decisamente scaduto: basta guardarsi attorno e capire cosa sta accadendo nel mondo per rendersene conto. Insomma, il tramonto politico di Giulia Bongiorno e le psicotiche isteriche che strillano in piazza sono anzitutto un’ottima notizia per un sistema giudiziario sempre al limite del collasso. Ma soprattutto sono una buona notizia per tutti, uomini e donne d’Italia.