Oggi c’è uno sciopero nazionale che riguarda trasversalmente una gran quantità di settori: amministrazioni pubbliche, scuola, sanità, università, trasporti, istruzione in generale. Tutti sono chiamati a partecipare, dai lavoratori a tempo indeterminato ai precari e a indire l’astensione dal lavoro sono la CGIL più una serie di altre sigle: USI SURF, CUB SUR, ADL Cobas, SLAI COBAS per il sindacato di classe, Confederazione USB e CLAP. Vedremo se paralizzerà il paese, come si annuncia, ma il punto è che ogni sciopero ha sempre avuto un motivo ben preciso: aumenti salariali, rinnovo dei contratti collettivi, riconoscimento di specifici diritti per chi lavora e così via. Non nascondo che quando ho letto la motivazione di questo sciopero di oggi ho fatto un salto sulla sedia. Letteralmente (corsivi nostri): “la mobilitazione punta a richiamare l’attenzione sul tema della parità di genere. Al centro delle rivendicazioni figura il divario retributivo tra uomini e donne, la scarsa valorizzazione economica delle professioni a prevalenza femminile, la violenza di genere, il recente Disegno di legge in materia di violenza sessuale, in particolare per il passaggio dal principio del consenso esplicito a quello del dissenso”. A mia memoria, questa è la prima volta che il femminismo detta l’agenda e colma di contenuti una manifestazione sindacale. Storicamente i due movimenti sono stati contigui, ma le rivendicazioni femministe sono sempre state un corollario a quelle più propriamente legate ai diritti del lavoro. “Aumenti salariali per i metalmeccanici” e, già che ci siamo, anche “più diritti per le donne”; “rinnovo del contratto per il pubblico impiego” e, giusto come contorno, “nessuno tocchi la legge sul divorzio (o sull’aborto, a piacere)”. Stavolta le parti si sono invertite, trasformando quella di oggi una mobilitazione non per la realtà bensì per la narrazione.
Vediamo brevemente nel dettaglio i temi dello sciopero. Il divario salariale di genere: in Italia (e non solo) è vietato dalla legge. Chiunque lo metta in atto va denunciato e nel caso, con buona probabilità, verrebbe condannato. Fine del discorso. Qualunque mobilitazione che faccia riferimento al gender pay-gap ignora la realtà e afferma una narrazione, quella appunto per cui è possibile, anzi è legale, pagare di meno una donna rispetto a un uomo a parità di inquadramento, anzianità, ore lavorate, mansioni, eccetera. Una favola, dunque, che porta con sé un’istanza priva di senso: pagare le lavoratrici lo stesso stipendio dei lavoratori anche se fanno lavori meno qualificati, se lavorano meno ore, se hanno un inquadramento contrattuale inferiore e così via. In sostanza appellarsi al divario salariale di genere significa porsi a favore di un’ingiustizia, dal lato etico, e di una prospettiva totalmente anti-economica. Pagare una maestra d’asilo tanto quanto un ingegnere che lavora su una piattaforma petrolifera (perché solo così si azzererebbe il divario salariale di genere) significherebbe instaurare un regime comunista, quindi un sistema profondamente ingiusto, e far sì che tutti gli asili chiudano per insostenibilità economica. A meno che non provveda lo Stato. E forse la richiesta nascosta dietro la fandonia del gender pay-gap è proprio questa: che lo Stato si faccia carico delle differenze salariali determinate da libere scelte di uomini e donne, integrando assistenzialisticamente il reddito di queste ultime con soldi presi dal gettito fiscale pubblico, al quale per altro gli uomini contribuiscono infinitamente più delle donne. In sostanza mobilitarsi per il divario salariale di genere significa oggi chiedere che le donne vengano in tutto o in parte, indirettamente o direttamente, mantenute dagli uomini. Oggi si sciopera per questo.
A che pro lo sciopero di oggi?
Sul disegno di legge relativo alla violenza sessuale abbiamo già scritto molto, rinviamo a quei nostri interventi precedenti (qui e qui) e non ci ripeteremo ulteriormente. Ci ripetiamo invece sulla violenza di genere, prezzemolino infilato ormai dappertutto, da Sanremo a, appunto, le mobilitazioni sindacali, compreso lo sciopero di oggi. Intendendo “violenza di genere” come fanno le femministe, ovvero solo quella degli uomini contro le donne, siamo di nuovo lontano anni luce dalla realtà e immersi fino ai capelli nella narrazione. Statistiche europee collocano l’Italia agli ultimi posti per incidenza di violenza maschile contro le donne. Quelle poche volte che l’ISTAT fa ricerche oggettive sul tema (raro, ma accade), è costretta a confermare le rilevazioni internazionali. Come se non bastasse ci sono i dati delle condanne per reati da “Codice Rosso”, che in Italia si aggirano attorno alle 3.000 all’anno, molte delle quali per altro riguardanti uomini di nazionalità non italiana. In ogni caso un’inezia in un paese di 59 milioni di persone. Ciò ovviamente non significa che la violenza maschile sulle donne non esista: esiste eccome, così come quella delle donne sugli uomini, sui bambini, sugli anziani, e anche soprattutto quella più frequente: la violenza maschile su altri uomini. La violenza c’è, da centinaia di migliaia di anni. Il tema, più che essere, nella sua versione parzialissima, oggetto di uno sciopero nazionale, visti i numeri nazionali, dovrebbe essere protagonista di un “social pride”, una carovana colorata e festante di uomini e donne abbracciati che attraversano le città esprimendo solidarietà a quei paesi sulla carta progressisti (gli scandinavi, Estonia, Lettonia, Lituania) che però hanno tassi di violenza inter-genere da far rizzare i capelli in testa.
Ma se è tutta narrazione, se non c’è alcun tipo di contatto con la realtà, perché questa saldatura, anzi questo ribaltamento di priorità tra femminismo e sindacalismo in occasione di uno sciopero come quello di oggi? Le ragioni sono essenzialmente due. La prima è che il femminismo è in difficoltà: i tempi sono cambiati rispetto agli ultimi vent’anni, le persone, in particolare le donne, non ne possono più dell’insostenibile livello di conflittualità di un’ideologia-religione che impone i propri dogmi sulla base di qualcosa che non esiste e la società tutta è satura degli slogan e di tutte le forzature antinaturali insite nel messaggio femminista. E così, come ogni drago ferito a morte, il femminismo alza il livello dello scontro, strilla parole di fuoco, agita la coda distruggendo tutto ciò che c’è intorno pur di garantire sopravvivenza al suo orticello di potere e ai business correlati. In questa agitazione pre-mortem c’è anche l’impossessarsi di uno sciopero e la colonizzazione di soggetti condannati da tempo all’irrilevanza quali sono i sindacati. I quali, e qui sta la seconda ragione dello sciopero di oggi, non essendoci più lavoratori da rappresentare, e quei pochi sono troppo precari per dar retta alle loro favole, non hanno altra alternativa per sopravvivere che fare politica. E dunque lo sciopero di oggi è da leggersi semplicemente in chiave anti-governativa e, indirettamente, anti-referendaria. È una volgarissima strumentalizzazione politica di tematiche prive di fondamento, usate come bieco pretesto per contestare il Governo. E qui il paradosso che contrappone realtà a narrazione raggiunge l’apice. Nessun Governo quanto l’attuale, infatti, ha lavorato non tanto per la parità di genere, quando per la più sfacciata disparità a favore della dimensione femminile. Questo Governo ha dichiarato la vita delle donne più preziosa di quella maschile con la legge sul “femminicidio”. Questo Governo ha tentato in un primo momento di mettere ogni uomo nelle condizioni di essere ricattato da una donna, con il disegno di legge sul consenso “libero e attuale”, fortunatamente poi abortito. Questo Governo ha affermato che gli uomini-padri non contano nulla e il centro di tutto resta la donna-madre, rifiutando la proposta di parificare i tempi di congedo post-natale. Dunque a che pro lo sciopero di oggi? Soltanto un buon psichiatra potrebbe rispondere. Ma anche Joseph Goebbels.