Negli ultimi mesi tutti i miei articoli, che hanno avuto come sottofondo la filosofia, sono nati dalla contestazione di un articolo di Repubblica, che denunciava la difficoltà storica delle donne a fare filosofia, per causa del Patriarcato, e presentava, per questo motivo, l’ennesimo libro femminista, Il Libro rosa della filosofia, autrice la docente di Storia e Filosofia Simonetta Tassinari. Titolo dell’articolo: «Pensiero femminile nei secoli, tra paure e pregiudizi». L’incipit: «Se chiediamo a qualcuno di nominare cinque filosofe donne, probabilmente lo metteremo in difficoltà. Forse menzionerà Ipazia d’Alessandria, visto che una pellicola cinematografica ne ha reso nota l’esistenza anche ai meno ferrati in materia». Prosegue la Tassinari: «(Le donne) hanno filosofato in privato non potendolo fare in pubblico, ma malgrado tutto sono esistite innumerevoli donne coraggiose che non si sono lasciate abbattere dalle difficoltà e sono andate avanti dritte per la loro strada, talvolta rischiando (e perdendo) addirittura la vita». E ancora, «naturalmente, Ipazia d’Alessandria, la più celebre nonché colei che pagò con la vita la sua emancipazione». Insomma, l’articolo mette in risalto «le donne coraggiose che rischiavano (e perdevano addirittura la vita)» a causa della loro «emancipazione», vittime del Patriarcato, in special modo la figura di Ipazia d’Alessandria.
È già stata contestata in un intervento precedente la semplicistica ricostruzione della morta di Ipazia per mano del Patriarcato, avvenuta in realtà in una rivolta che vedeva uccidere parimenti uomini e coinvolgeva nella gestione donne (ad esempio, l’imperatrice Elia Pulcheria). Ma il punto è un altro. La Storia è costellata di pensatori, filosofi e scienziati maschi che hanno rischiato e talvolta pagato con la vita il coraggio delle proprie idee, sfidando i dogmi religiosi, politici o sociali del loro tempo, come la nominata Ipazia. È impossibile che la docente (di Storia e di Filosofia!) non ne sia a conoscenza. Per restare solo in Italia, basta pensare a Giordano Bruno (1548–1600), Savonarola (1452-1498), fra’ Michele minorita (…-1389), oppure Lucilio Vanini (1585-1619). Quali sono le figure storiche di donne italiane corrispettive, che non vengono nominate nell’articolo? E queste sono soltanto alcune delle figure note: chi conosce le migliaia di uomini italiani, per lo più anonimi, giustiziati nella Storia a causa delle loro idee, chi conosce le migliaia di anonimi come Menocchio (1532-1599), mugnaio friulano ucciso dall’Inquisizione? Senza essere giustiziati, Tommaso Campanella fu torturato e imprigionato per 27 anni dall’Inquisizione e Cagliostro morì dopo anni di prigione nella Rocca di San Leo. Machiavelli fu tenuto in prigione e torturato. Il poeta Jacopone da Todi fu condannato al carcere a vita (dai sotterranei in cui fu rinchiuso, non cessò di scrivere). Infatti, sono molte le opere che sono nate in prigione. Per restare sempre in Italia, La città del Sole del sopraccitato Campanella o Il Milione di Marco Polo, i Quaderni del carcere di Gramsci o Le mie prigioni di Silvio Pellico o De consolatione philosophiae di Boezio…
Tre donne contro un mare di sofferenze maschili
Evidentemente, anche fuori dall’Italia la lista dei giustiziati illustri per le proprie idee è lunghissima: il teologo Jan Hus (1369-1415), l’arcivescovo Tommaso Becket, o Sir Thomas More (Tommaso Moro)…, anche se la maggior parte di loro continua a rimanere a noi sconosciuta. Qui, ad esempio, la storia di Cayetano Ripoll, maestro di scuola e ultima sconosciuta vittima nel territorio spagnolo (a Valencia) per motivi religiosi, giustiziato nel 1826, denunciato da una donna al tribunale religioso per non portare gli alunni a messa. L’articolo di Repubblica suggerisce che nella Storia, in un fantomatico Patriarcato, le donne, «tra paure e pregiudizi», abbiano rischiato e perso la vita per motivi ideologici («emancipazione») molto di più di quanto non abbiano rischiato e perso la vita i “privilegiati” uomini, che evidentemente non vivevano «tra paure e pregiudizi». È impossibile che una docente di Storia non conosca la Storia. La realtà storica offre un quadro completamente ribaltato di quello subdolamente suggerito dall’articolista e dalla docente, pura propaganda che mira solo a promuovere la propria fede ideologica. (Potete immaginare il tipo di lezione che viene impartita da questa docente ai suoi alunni). Inoltre, non capisco il tentativo di associare la figura di Ipazia di Alessandria, che era una matematica e astronoma, alla filosofia. Con la filosofia non c’entra nulla. Forse una figura simile a Ipazia, sulla sponda maschile, sarebbe ad esempio il medico spagnolo Michele Serveto (1511-1553) – primo a descrivere la circolazione polmonare, scoperta fondamentale nella storia della fisiologia –, bruciato sul rogo a Ginevra dai calvinisti, con la differenza che sulla vita di Serveto non è stata prodotta alcuna pellicola cinematografica, al contrario di quella su Ipazia (chissà per quale motivo, sarà il Patriarcato?) e, per questo motivo, Serveto resterebbe, al pubblico in generale, una figura meno nota.
Al contrario delle biografie delle donne illustri, le biografie di uomini illustri del passato risultano molto più accidentate. Le biografie di artisti, letterati, filosofi, intellettuali, contengono spesso episodi di sofferenza vissuta, di combattimento, di guerra o prigionia. Lenin, ad esempio, fu più volte condannato all’esilio, nonché arrestato e deportato in Siberia. Sempre per restare in Italia, San Francesco D’Assisi cadde prigioniero nella guerra fra Assisi e Perugia. Il poeta francese François Villon, il poeta più importante del Quattrocento, fu arrestato nel 1461; liberato pochi mesi dopo, rientrò nel 1462 a Parigi, dove fu in carcere per altre due volte. Condannato a morte, ottenne che la pena gli fosse commutata nell’esilio e bandito da Parigi. Il matematico Evariste Galois morì in un duello, alla sola età di 20 anni. Archimede, Torquato Tasso, Molière, Cervantes, Leonardo da Vinci, Diderot, Dostoevskij, Daniel Defoe, Voltaire, Oscar Wilde, Bertrand Russell, Wittgenstein… possiamo continuare a elencare esempi senza sosta. (Per ulteriori approfondimenti ed esempi vedere la serie “Biografie e femminismo”, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7). Di fronte a questa incontestabile e diffusa sofferenza maschile, la narrazione storica femminista ha innalzato tre donne a vittime simbolo della violenza storica patriarcale, uccise in quanto donne: la sopraccitata Ipazia d’Alessandria, Giavanna d’Arco e Olympe de Gouges. Non ci sono libri storici femministi che non le nomini né rievocazioni che non le ricordino.

Due pesi, due misure e due sofferenze
Giovanna d’Arco morì messa al rogo (come ad esempio Fra Dolcino), e Olympe de Gouges sulla ghigliottina a causa delle sue posizioni politiche girondine (come Brissot o il marchese di Condorcet). Olympe de Gouges morì il 30 ottobre 1793, seconda donna ghigliottinata dopo la regina Maria Antonietta, un anno e mezzo dopo l’introduzione della ghigliottina, il 25 aprile 1792, come strumento di esecuzione. Le stime storiche ritengono il numero di giustiziati sulla ghigliottina durante il periodo rivoluzionario tra le 15.000 e le 25.000 vittime. Qualsiasi confronto tra uomini e donne risulta a questo punto superfluo. La guerra dei cent’anni, conflitto tra il Regno d’Inghilterra e il Regno di Francia durante il quale morì Giovanna d’Arco (1412-1431), durò, con varie interruzioni, centosedici anni, dal 1337 al 1453. Quanti condottieri sono morti nei campi di combattimento o sono stati giustiziati durante gli oltre cent’anni di questo conflitto? A parte Giovanna d’Arco, quanti di questi condottieri, si presuppone che tutti o quasi tutti maschi, conoscete? Sulla morte di Ipazia abbiamo già parlato e trovate la nostra ricostruzione qui.
E qui riproponiamo le domande poste alla fine dell’ultimo intervento: perché gli uomini non rendono le tragedie maschili una “sofferenza degli uomini” e le donne rendono continuamente le tragedie femminili una “sofferenza delle donne”? Perché ogni tragedia maschile viene trasformata ipso facto in una “sofferenza universale”, quando non viene semplicemente ignorata (dove sono le sofferenze degli altri condottieri durante la guerra dei cent’anni?)? Perché Voltaire ha reso la tragedia di Jean Calas una “sofferenza universale”, a danno degli uomini e delle donne e, al contrario, la tragedia di Ipazia non è diventata una “sofferenza universale”, a danno anche degli uomini? Perché Ipazia è stata uccisa in quanto donna e Socrate non è stato ucciso in quanto uomo? Perché l’artista Frida Kahlo (la sua vita) è diventata un’icona del femminismo per le donne e l’artista Van Gogh (la sua vita) non lo è diventata per gli uomini? Perché i contributi “dimenticati” di Ada Lovelace o i presunti contributi di Rosalind Franklin o di Mileva Marić sono diventati un esempio della discriminazione contro le donne e quello di Horace Wells, pioniere negli studi sull’anestesia, ignorato da tutti in vita e infine morto suicida, non è diventato un esempio della discriminazione contro gli uomini? (Per ulteriori approfondimenti ed esempi vedere la serie “Effetto Matilda”, 1, 2, 3)

Uomini senza occhiali
Perché Voltaire non ha reso la tragedia di Jean Calas un racconto degli uomini contro le donne (come fa continuamente la narrazione storica femminista) e la docente Tassinari non si è fatta problemi a rendere la tragedia di Ipazia un racconto delle donne contro gli uomini? Non c’erano forse donne che promuovevano anche la rivolta, non c’era l’imperatrice Elia Pulcheria che fece archiviare tutto, incurante del destino tragico di Ipazia? Perché le tragedie di Giovanna d’Arco o di Olympe de Gouges sono diventate un racconto delle donne contro gli uomini? Non c’erano forse altre donne che partecipavano, direttamente o indirettamente, alle loro morti o che approvavano quello che veniva fatto? (Olympe de Gouges fu denunciata da un’altra donna, Françoise Modeste, e non c’è bisogno di disturbare al personaggio letterario della Defarge, del romanzo storico Racconto di due città di Charles Dickens, per conoscere l’esistenza storica delle tricoteuse, le donne che, come la Defarge, assetate di sangue durante la Rivoluzione Francese assistevano alle esecuzioni alla ghigliottina in prima fila, insultando i condannati e diventando simbolo del Terrore, assieme a un pubblico svariato di altre donne contadine ed eleganti signore). Perché gli uomini non rendono la sopraccitata tragedia di Cayetano Ripoll, denunciato da una donna, un racconto degli uomini contro le donne? Perché gli uomini non sottopongono la realtà ad una prospettiva di genere simile e speculare a quella delle donne (prospettiva femminista), perché non vittimizzano se stessi e colpevolizzano l’altro sesso? Perché Voltaire non indossa gli occhiali blu e la docente Tassinari, invece, indossa gli occhiali viola? Forse gli uomini non sanno indossare gli occhiali blu? Forse le donne non riescono a non indossare sempre gli occhiali viola? Troppe domande senza risposta, nel prossimo intervento ulteriore approfondimento sull’argomento.