L’Effetto Matilda: come gli uomini hanno defraudato le donne (1)

«Shakespeare ebbe una sorella, chiamata Judith, meravigliosamente dotata. Judith, di nascosto, imparò la grammatica e la logica, lesse Orazio e Virgilio. Avventurosa e creativa, da giovane scrisse molte opere, che condivideva e faceva leggere a suo fratello. Un giorno, a sua insaputa, Shakespeare s’appropriò degli originali e andò a Londra per provare fortuna nel teatro. Grazie a quelle opere Shakespeare ebbe un grande successo e conquistò l’immeritata gloria, che perdura tutt’oggi, a spese della sorella». Queste parole non le ha scritto Virginia Woolf, ma le avrebbe molto probabilmente scritte se solo fosse vissuta qualche generazione più tardi. Nell’originale racconto di Judith, l’immaginaria sorella di Shakespeare, Virginia Woolf lamenta il divieto di istruzione e la discriminazione che subiscono le donne, che impediscono loro di produrre e creare alla pari degli uomini. Ai suoi occhi uomini e donne sono parimenti dotati e capaci. Il contributo femminile creativo nettamente inferiore di quello maschile al progresso dell’umanità, fatto obiettivo e inconfutabile, sarebbe dunque dovuto, secondo l’autrice, alla mancanza di istruzione e d’opportunità alle quali venivano sottoposte le donne. Da lì a poco il femminismo avrebbe trovato un’altra ragione delle colpe del patriarcato: gli uomini si appropriano dei meriti della creazione e dell’inventiva delle donne.

A dir la verità Virginia Woolf rimase a metà strada. Scrive l’autrice nella sua opera Una stanza tutta per sé: «Queste difficoltà materiali erano formidabili; ma assai peggiori erano quelle immateriali. L’indifferenza del mondo, che tanto faceva soffrire Keats e Flaubert e altri uomini di genio, nel caso della donna non era già indifferenza bensì ostilità. Il mondo non diceva loro, come agli altri scrittori: scrivete se volete; per me è esattamente lo stesso. Il mondo diceva ridendo: scrivere? A che cosa vi serve scrivere?». Secondo Virginia Woolf le donne avrebbero avuto «difficoltà materiali» e «immateriali». Tra le difficoltà materiali si trova, naturalmente, la mancanza di istruzione. Chi non è istruito, non può produrre. Tra le difficoltà immateriali si trovano l’indifferenza e l’ostilità. Le opere delle donne sarebbero state ignorate e ostacolate. Forse qualche sveglio lettore si è accorto della contraddizione che dimora in queste due proposizioni: o le donne non potevano istruirsi, e dunque non potevano produrre (motivo del gap femminile creativo e d’inventiva nel mondo) oppure le donne sì riuscivano a produrre – e dunque sì, erano istruite – ma le loro opere erano ignorate e ostacolate (motivo del gap femminile creativo e d’inventiva nel mondo). Non ha importanza se le vittime di quest’ingiusta indifferenza e ostilità erano poche o molte, la loro mera esistenza, le loro opere frutto di una certa istruzione, smentiscono il primo postulato.

arcimboldo
Un celebre dipinto dell’Arcimboldo.

Il contributo femminile estorto.

L’indifferenza e l’oblio non sono mai state condizioni esclusive delle donne, moltissimi uomini in ogni ambito sono stati colpiti dallo stesso male. Il pittore Vermeer van Delft non ebbe grande successo in vita: nel 1676 la vedova saldò con due quadri i debiti dal panificio. Dovette aspettare gli impressionisti (principalmente Renoir) per raggiungere due secoli più tardi il riconoscimento che meritava. Arcimboldo, completamente dimenticato, fu riportato in vita dai surrealisti, quattro secoli dopo. La musica di Vivaldi rimase in silenzio per due secoli, compresa la sua opera più nota, Le quattro stagioni. La nota Passione secondo Matteo di Bach fu interpretata due volte (solo) nel 1736, dopodiché dovette aspettare più di 90 anni, fino al 1829, per venire riscoperta. Dalla morte del compositore nel 1750 fino al 1800 non venne stampata nessuna delle sue opere. La rinascita dell’interesse per questo genio della musica ebbe luogo grazie a Mendelssohn. L’opera più importante del filosofo David Hume, Trattato sulla natura umana, fu un completo insuccesso, secondo le parole dell’autore il libro «era nato morto sin dalla stampa». In letteratura, il primo romanzo dello scrittore inglese Anthony Trollope, The Macdermots of Ballycloran, non riuscì ad avere alcuna recensione né vendette alcun esemplare. Anche quel poco che riuscì a pubblicare in vita quel genio di Kafka, in lingua tedesca, ricevette una scarsa risposta da parte del pubblico. Nessuno diede retta a Alexander Fleming per la sua scoperta della penicillina nel 1928. Soltanto nel 1942 la guarigione miracolosa di un paziente affetto di meningite riuscì a scuotere la comunità scientifica, le case farmaceutiche e il governo britannico. Sono innumerevoli gli esempi che si possono ancora citare, dagli arcinoti Mozart, Vincent van Gogh o Nikola Tesla fino a un esercito di noti e meno noti. Il punto è che l’indifferenza e l’oblio colpiscono tutti, senza distinzione di sesso.

Dall’indifferenza e l’ostilità al furto del lavoro creativo femminile il passo era breve. Afferma il sociologo Zygmunt Bauman: «Poiché essere la parte lesa è motivo di soddisfazione, bisogna inventarsi dei torti per alimentare tale auto-indulgenza. […] Per restare credibile, l’oltraggio imputato all’altra parte deve essere sempre più spaventoso e soprattutto sempre meno curabile e rimediabile; e le conseguenti sofferenze patite dalla vittima devono essere dichiarate sempre più orribili e dolorose, di modo che l’autodichiarata vittima possa continuare a giustificare misure sempre più dure “come appropriata risposta”» (citazione tratta da La grande menzogna del femminismo a pagg. 1114, 1149). Queste parole sembrano le linee guide del modus operandi femminista. Secondo il più moderno femminismo non sarebbe vero che le donne non abbiano fornito un ampio contributo al progresso dell’umanità, questo sarebbe stato invece cancellato dagli uomini in ogni ambito della vita (politica, arte, scienza, musica, filosofia, ecc.). Una realtà che fa ormai parte della narrazione femminista e dà nomi addirittura a delle Ong, come Alianza contra el borrado de las mujeres (Alleanza contro la cancellazione delle donne), con incontri a livello istituzionale. Dal divieto di istruzione denunciato da Virginia Woolf si passa alla cancellazione storica e appropriazione indebita del lavoro creativo delle donne. Non mi stupirebbe se, tra qualche decennio, il passaggio successivo fosse quello di denunciare l’estorsione, sotto la minaccia della violenza e la soggezione della schiavitù, del contributo femminile. Insomma, il contributo volontario e ingiustamente non riconosciuto si trasformerebbe in un contributo estorto, forzoso e chiaramente non riconosciuto.


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Zygmunt Bauman.

“Effetto Matilda”: un neologismo femminista.

L’effetto Matilda è un fenomeno per il quale, specialmente in campo scientifico, il risultato del lavoro di ricerca compiuto da una donna viene in tutto o in parte attribuito a un uomo. In somma sintesi, quest’espressione ridurrebbe la cancellazione della donna per mano del mondo patriarcale, che avviene ed è avvenuta in ogni ambito della vita, al solo campo scientifico. Di sicuro bisogna ammirare l’instancabile capacità del femminismo per coniare dei neologismi ogni volta che si tratta di denigrare l’universo maschile. Una fonte inesauribile di termini per definire qualsiasi comportamento patriarcale inadeguato o le più inimmaginabili violazioni di presunti diritti femminili. Su questo le femministe non hanno nulla da invidiare ai bulli di scuola che tormentano alle loro povere vittime con dei soprannomi ingiuriosi, sempre nuovi e ingegnosi, uno dietro l’altro. È compito dunque delle femministe darsi da fare per provare l’ampia diffusione storica dell’effetto Matilda e dissotterrare dunque l’importante contributo cancellato di queste donne. Penso, ad esempio, ai presunti contributi, ampiamente diffusi dalle femministe, di Harriet Taylor (per l’opera La servitù delle donne, di John Stuart Mill) o a quello di Mileva Marić (per la teoria della relatività di Albert Einstein). Presunti perché sono tuttora da dimostrare. L’azione di dissotterramento del contributo femminile ha inevitabilmente una doppia conseguenza: se da una parte porta alla luce i presunti meriti di queste illustri donne, nel contempo dall’altra affossa il riconoscimento ingiustamente conquistato da certi uomini, e getta su di loro un marchio d’infamia, per essersi attribuiti un merito che non era loro. In parole semplici, Mileva sarebbe stata una straordinaria fisica, Einstein invece sarebbe stato uno stronzo. Nell’intervento della prossima domenica cercherò di approfondire se esiste effettivamente l’effetto Matilda, e quanto sia diffuso.

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