Biografie e femminismo (2)

«Numerosi scrittori, letterati, filosofi […] hanno descritto la fame, la violenza o la prigione subita, quasi fosse quest’ultima una prerogativa per diventare scrittore. Machiavelli, Torquato Tasso, Molière, Cervantes, Tommaso Moro, Quevedo, Diderot, Dostoevskij, Giambattista Marino, Fray Luis de Leon, Vincenzo Gioberti, Choderlos de Laclos, Daniel Defoe, Thomas Paine, Voltaire o David Thoreau, hanno conosciuto la prigione. Testi così disparati come La città del Sole di Campanella o Il Milione di Marco Polo, il Mein Kampf di Hitler o i Quaderni del carcere di Gramsci, De Profundis di Oscar Wilde o Le 120 giornate di Sodoma del Marchese di Sade, Le mie prigioni di Silvio Pellico o Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, De consolatione philosophiae di Boezio o Introduzione alla filosofia matematica di Bertrand Russell o Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein sono nati in prigione», la citazione è tratta dal libro La grande menzogna del femminismo, p. 114. Come si può notare, tutti gli illustri scrittori nominati nel brano sono uomini, fra loro non ci sono donne. Charles Dickens conobbe la prigione durante l’infanzia, il padre John Dickens venne recluso per debiti in prigione (il carcere o la schiavitù per debiti sono state una realtà giuridica durata secoli. Spesso nella Storia a rispondere dei debiti familiari che non si riuscivano a pagare, prodotti anche dai figli o dalla moglie, era il “padre di famiglia”. In quell’epoca, nella stessa Inghilterra che vede nascere il femminismo, si metteva in carcere sempre il marito o il padre, non la moglie o la madre). Dickens visse in prigione assieme al padre per un certo tempo, finché la madre, Elizabeth, non lo mandò a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe a 12 anni per dieci ore al giorno. Quando il padre finalmente riuscì ad uscire da prigione, la madre voleva che continuasse a lavorare in fabbrica, ma il padre si oppose e lo mandò a scuola. Il Dickens, di 12 anni, visse questo periodo in maniera traumatica, mai si sarebbe capacitato della leggerezza con cui la madre aveva permesso che venisse strappato allo studio. I suoi romanzi di bambini sfruttati e miseri, di madri odiose e negligenti, mai affettuose, come in Nicholas Nickleby, rispecchiano questo infelice periodo vissuto e il pessimo rapporto con sua madre. Ha vissuto Judith, l’ipotetica sorella di Shakespeare nel brano di Virginia Woolf, un’infanzia più serena e felice di Charles Dickens?

La prigione non ha riguardato solo gli scrittori. Tutti gli artisti e pensatori hanno subito o rischiato di subire, in quanto uomini, questo flagello. Lo scultore ateniese Fidia, il più famoso scultore dell’Antica Grecia, morì in carcere, vittima delle lotte politiche (quante donne nella Storia dell’umanità sono state perseguite e private della libertà per questioni politiche? Si è chiesta Virginia Woolf in che modo le questioni politiche hanno condizionato le vite e la creazione artistica di uomini e donne?). Caravaggio, condannato a morte, più fortunato, riuscì a evadere. Leonardo da Vinci fu gettato in carcere e rischiò la condanna a morte per una denuncia anonima, accusato di sodomia (quante donne nella Storia dell’umanità sono state perseguite per omosessualità? Il lesbismo è stato raramente perseguito, al contrario dei rapporti omosessuali maschili per i quali si rischiava le torture e la pena di morte. Si è chiesta Virginia Woolf in che modo l’omosessualità ha condizionato la vita e la creazione artistica di uomini e donne?). Galileo Galilei fu costretto agli arresti domiciliari. E così si può continuare ininterrottamente, ma penso che questi pochi esempi possano bastare. Se è vero che per secoli la maggior parte dell’umanità, al di là del sesso, è stata sottoposta a sventure e disgrazie, come la povertà, la fame o le malattie croniche, sembra che alcuni eventi sciagurati, come la prigione, le torture o le guerre, fossero riservati in modo particolare agli uomini. Le biografie di uomini illustri che ci sono state tramandate sono spesso caratterizzate da eventi simili. Questi eventi avevano per forza un forte impatto nella formazione del carattere, nella salute mentale, nella creazione artistica, nella felicità e serenità degli individui – la guerra è un evento tragico talmente presente nell’universo maschile che merita di essere trattato in futuro in un articolo specifico.

charles dickens
Charles Dickens.

La vita degli uomini come una specie di Gardaland.

Al contrario di quello che si può desumere dal brano di Virginia Woolf, la vita della maggior parte delle figure illustri maschili dell’antichità non era tutto rose e fiori, spesso segnata da enormi difficoltà. Il modo di concepire la vita maschile, di qualsiasi uomo, illustre o meno, come una specie di passeggiata in confronto a quella femminile, irte di ostacoli e discriminazioni, non è solo una prerogativa di Virginia Woolf, ma di tutte le femministe e dell’ideologia femminista stessa. Per loro le donne sono le vittime, tutte, in quanto donne, cuore della stessa fede. Di conseguenza altre vittime non devono esistere, la sempiterna condizione femminile di vittima universale in quanto donna sull’alto del podio non può essere messa in discussione, né tanto meno si può mettere a rischio da un altro concorrente che tra l’altro risulta essere il colpevole oppressore: l’uomo. Se la vita di un uomo qualsiasi si rivelasse più misera, più sofferta e tragica e soggetta a una maggior discriminazione di quella di tante altre donne, la dottrina femminista crollerebbe come un castello di carte, si rivelerebbe una teoria falsa, un piagnisteo immotivato all’unico scopo di vittimizzarsi, genericamente, e colpevolizzare gli uomini, genericamente, per ottenere un reddito politico e di potere, e dei benefici economici. Quindi la sofferenza maschile non può esistere, deve essere cancellata, censurata, soppressa.

Quando la ministro spagnola per le Pari Opportunità, la femminista Irene Montero, parlando in una conferenza sull’universo maschile afferma che «la distribuzione della ricchezza nel mondo è predominantemente nelle mani di uomini eterosessuali bianchi», ha in mente solo quel gruppo sparuto di uomini eterosessuali bianchi, poche centinaia di persone, che stanno economicamente molto, molto bene. Per lei, quell’altro gruppo di uomini eterosessuali bianchi molto più numeroso, dell’ordine delle migliaia e migliaia di uomini, che dormono per la strada o giacciono in grave povertà, non esiste, non deve esistere. L’affermazione che “la povertà estrema nel mondo per le strade colpisce in maniera predominante gli uomini” è tanto vera quanto l’altra sua dichiarazione; cosa impedisce la ministro proclamare questa seconda verità alla pari della prima, una verità tra l’altro che interessa numericamente molte più persone? Scrive la femminista Angela Davis in Donne, razza e classe, a proposito delle parole di un altra femminista storica: «Susan Brownmiller sostiene che l’oppressione storica degli uomini neri abbia reso loro inaccessibili molte delle espressioni “legittime” di maschilismo e che per questo ricorrano ad altri manifesti di violenza sessuale. Nel dare una rappresentazione degli “abitanti del ghetto” Brownmiller sottolinea che “le sale da pranzo dei dirigenti d’azienda e le scalate del monte Everest non sono di solito accessibili a coloro che producono la subcultura della violenza. L’accesso al corpo femminile attraverso la forza, invece, è a portata della loro comprensione”». Sto ancora decidendo se questo testo è più misandrico che razzista o viceversa. Secondo la Brownmiller, poiché gli sfortunati uomini neri, al contrario degli uomini bianchi, non facevano parte dei corpi dirigenti delle aziende né potevano spassarsela scalando il monte Everest, allora si dedicavano ad esercitare violenza sessuale sulle donne. È ovvio a tutti i miei lettori che io, da uomo bianco, mangio tutti i giorni nelle sale da pranzo dei dirigenti d’azienda e una volta all’anno vado sull’Himalaya a scalare l’Everest. Ma che razza di Gardaland hanno in mente queste donne quando pensano alla vita e ai sacrifici degli uomini?


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Invidia deliberata o ponderata?

Per denunciare l’allora condizione delle donne Virginia Woolf sceglie come figura maschile di confronto niente meno che William Shakespeare! Si tratta del poeta e drammaturgo più universalmente noto e celebre, quanti altri uomini illustri possono paragonarsi in genialità con il Bardo dell’Avon? Centinaia di migliaia di altri scrittori lungo tutta la Storia dell’umanità hanno cercato di raggiungere le sue vette creative, senza mai riuscirci. Ed ecco che arriva la Woolf e invece di esprimere ammirazione per l’artista inimitabile sostiene che se alla sorella di Shakespeare – inteso come qualsiasi donna – fosse stata data la stessa istruzione e le stesse opportunità, avrebbe senza dubbio raggiunto la stessa creatività artistica, obiettivo nel quale sono falliti centinaia di migliaia di uomini. In un brano così breve, si può esprimere maggior superbia e maggior disprezzo per lo sforzo maschile, per i tanti che ci hanno provato e non ci sono riusciti? Da tutti questi pensieri femministi trapelano un astioso sentimento di invidia (perché io non sono miliardaria, non pranzo nelle sale dei dirigenti d’azienda, non sono Shakespeare?) e una terrificante carenza di empatia per la sofferenza maschile (per tutti i molti più numerosi falliti Shakespeare). A questo punto si tratta di decidere se questi pensieri femministi  invidiosi ed egoistici siano prodotti da una scelta deliberata, da un ragionamento femminile pienamente conscio, o derivano dal carattere naturale delle donne, ma questa è un’altra discussione che ci allontana dalla disamina del brano di Virginia Woolf in questo e nei prossimi interventi.

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