Come molti lettori forse già sanno sono l’autore dell’opera La grande menzogna del femminismo. L’opera si prefigge di vagliare la narrazione femminista e, da un punto di vista storico, offre una visione che è, in linea di massima, un ribaltamento di quella de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. In maniera molto succinta, La grande menzogna del femminismo si chiede se la vittima della Storia, come stabilito da questa ideologia, sia effettivamente la donna. L’opera presume che nell’esistenza umana ci siano due tipi di sofferenza: la sofferenza fisica e la sofferenza psicologica. Rispetto a quella psicologica, la sofferenza fisica ha il pregio di essere obiettiva, tangibile, quantificabile: i morti, i feriti, gli amputati, i torturati, i reclusi, i suicidati, gli schiavi, i forzati, i galeotti, ecc., si possono contare. L’opera analizza le principali attività umane che provocano sofferenza fisica e morte: le guerre, il lavoro (in particolar modo il lavoro coatto, la schiavitù e il lavoro forzato), il mondo della giustizia umana (pene e punizioni, prigionie e torture, condanne a morte e repressione statale) e infine, anche se di minor impatto, i riti di iniziazione (che sono una mirabile duplicazione in miniatura di quello che accadeva nel mondo degli adulti). Sostenuto da innumerevoli esempi storici e attuali, il quadro finale restituisce un’immagine difficilmente contestabile, a danno principalmente dell’universo maschile. Di fatto, le attuali statistiche che vedono gli uomini primeggiare tra i morti sul lavoro, le vittime di omicidio, i suicidi, la popolazione carceraria, i senzatetto o le vittime civili e militari nei conflitti armati non hanno subito grandi cambiamenti lungo tutta la Storia dell’umanità.
La sofferenza psicologica pecca, invece, di essere soggettiva e parziale. È difficile misurare l’incidenza della sofferenza subita dall’educazione o dal condizionamento ricevuti in vita, dall’incapacità di imporre la propria volontà o di perseguire i propri sogni di felicità, il danno subito da precetti morali o religiosi, fiabe, canzoni, abbigliamento. Eppure, anche in questo ambito soggettivo, l’opera riesce a ribaltare ogni argomento a danno delle donne, che diventa, con un semplice cambio di prospettiva, a danno degli uomini e disvelamento della menzogna. Ad esempio, risulta quasi ridicola l’accusa femminista del condizionamento subito dall’universo femminile dalla ricorrente immagine religiosa della Vergine con il bambino quando l’immagine più riprodotta della cristianità è quella di un uomo crocifisso che si è lasciato torturare per la salvezza di tutti (potete immaginare il valore simbolico e il condizionamento che questa immagine ha rappresentato lungo i secoli per l’universo maschile). In definitiva, tirate le somme – in attesa di una qualsiasi critica sull’opera e sugli innumerevoli esempi riportati, che non arriva – , lungo la Storia, la sofferenza maschile è stata (soprattutto quella fisica, indiscutibilmente) di gran lunga superiore a quella femminile, eppure la narrazione storica dominante nella società è quella femminista: la donna è la vittima. Gli uomini non si lamentano, e raramente sollevano obiezioni contro tale narrazione, pur avendo tutte le ragioni e gli argomenti per poterlo fare.
La menzogna che approfitta della “sindrome dell’eroe”
Tra i rapporti analizzati riportati ne La grande menzogna del femminismo ci sono alcuni di Amnesty International, sulla situazione dei diritti umani nel mondo, o di Nessuno tocchi Caino, sulla pena di morte nel mondo. Questi rapporti presentano una marea di esempi di violazioni, insieme a sezioni specifiche sulle donne, a volte anche sui bambini e su altri gruppi sociali. In nessuno di questi rapporti ci sono sezioni specifiche sugli uomini. Eppure la stragrande maggioranza degli esempi riportati riguardano vittime maschili. Nessuno di questi rapporti dichiara esplicitamente la cosa più ovvia che emerge dalla lettura di questi rapporti: le violazioni colpiscono sproporzionatamente l’universo maschile. L’ovvietà rimane invisibile ai redattori (scommetto che molti di loro uomini), così alimentando la menzogna. Questo semplice esempio rispecchia qual è il divario esistente tra la realtà e il giudizio della società. Dalla realtà storica e attuale emerge che la sofferenza maschile obiettiva è di gran lunga superiore a quella femminile, la percezione sociale invece è completamente ribaltata e nell’immaginario collettivo le donne sono le vittime principali di qualsiasi tipo di sofferenza e discriminazione. Abbiamo già visto negli ultimi interventi (1, 2, 3) come un semplice cambio di prospettiva, la prospettiva di genere, possa restituire un’immagine della realtà che è molto distante di quella effettiva. In breve, indossare occhiali di un colore specifico, di colore viola o di colore blu, restituisce una “realtà” simile al colore degli occhiali che vengono indossati, una “realtà” viola o una “realtà” blu.
Soltanto una prospettiva deformata può spiegare come persone intelligenti possano arrivare a conclusioni incoerenti, fuori dalla logica e dalla realtà e, infine, alla menzogna. Risulta incomprensibile che una docente di Storia e Filosofia, nell’intervento precedente, denunciando la condizione delle donne, addebiti le uccisioni di donne per motivi ideologici alla loro condizione di donne, quando il rapporto di uccisioni per motivi ideologi rispetto agli uomini è di gran lunga inferiore (forse una su dieci, forse una su cento, in qualsiasi caso il numero resta indiscutibilmente minore). È impossibile che una docente di Storia non ne sia a conoscenza. Come è impossibile che Simone de Beauvoir, una persona intelligente e istruita, non fosse a conoscenza delle enormi sofferenze autoinflitte dagli uomini per motivi religiosi, e segnalasse queste unicamente a danno delle donne e per colpa del Patriarcato – esempio riportato in un altro intervento. Risulta quindi ormai inderogabile rintracciare il motivo di questa dissonanza, tra realtà e percezione degli individui. Innanzitutto esiste tra le donne una maggiore disposizione al lamento, tendenza ammessa esplicitamente niente meno che da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, e corroborata dalla esperienza di vita di molti uomini. Viceversa, gli uomini sono meno inclini al lamento, sopportano con maggior stoicismo le vicissitudini della vita, in silenzio e, nei casi peggiori, col suicidio. In altre parole, a livello psicologico sembra che esista nella donna una specie di sindrome della principessa, una necessità di essere sempre nel centro dell’attenzione, delle preoccupazioni e delle cure degli altri e, al contrario, nell’uomo abiti il sindrome dell’eroe, che gli fa preoccuparsi e prendersi cura delle necessità della donna, e sembra che questi due atteggiamenti si alimentino reciprocamente.

La menzogna che dà ragione a Schopenhauer
Può sembrare politicamente scorretto dirlo (spesso capita se si deve smentire una menzogna), ma il diverso comportamento agito tra uomini e donne assomiglia al rapporto esistente tra bambini e adulti. Il bambino, al di là del giudizio obiettivo della situazione, si sente sempre la vittima di qualsiasi sofferenza e pretende rivolte su di lui tutte le cure e attenzioni, incurante delle sofferenze reali dell’adulto. Lungo la Storia alcuni pensatori e scienziati hanno messo la donna in un gradino più basso dell’evoluzione, tra il bambino e l’uomo, un «non-sviluppato uomo» nel pensiero di Herbert Spencer, «un uomo castrato» in quello di Freud, ciò che giustificava alcune disuguaglianze giuridiche, la loro esclusione dalla vita politica o la sminuita responsabilità penale e civile dei loro atti. Probabilmente il caso più esplicito e famoso di questa visione si trova nel saggio L’arte di trattare le donne (1851) di Arthur Schopenhauer: «Le donne sono adatte a curarci ed educarci nell’infanzia appunto perché sono esse stesse puerili, sciocche e miopi, in una parola rimangono per tutta la vita grandi bambini: esse occupano una specie di gradino intermedio fra il bambino e l’uomo, che è il vero essere umano». In più, aggiunge: «Perciò le donne restano bambini per tutta la vita, vedono sempre e soltanto ciò che è più vicino, rimangono attaccate al presente, scambiano l’apparenza delle cose con la loro sostanza, e preferiscono inezie alle questioni più importanti». Di parere simile Otto Weininger («La donna non possiede un vero senso della logica o dell’etica; psicologicamente assomiglia al bambino»), Gustave Le Bon o Cesare Lombroso. Secondo questo pensiero, la donna conserverebbe tratti psicologici infantili, mancherebbe di una vera capacità astratta e filosofica. Donna e bambino condividerebbero impulsività, emotività, debolezza logica.
Inutile dire che siamo di fronte a uno dei pensieri più maschilisti e patriarcali che l’universo maschile abbia sfornato, così ce l’hanno fatto sapere le storiche femministe e, in particolar modo, Simone de Beauvoir, che critica aspramente le caratteristiche attribuite alla donna di passività, dipendenza e infantilità e l’idea storica della donna come “bambina eterna”. Per carità, non sarò io a confutare questa legittima critica del mondo femminista, ma faccio osservare che l’attuale atteggiamento vittimista delle donne, in tutto e per tutto, così lontano dalla realtà e incurante delle tangibili sofferenze maschili, non fa altro che dare ragione e confermare le idee di Schopenhauer e compagnia, così aspramente criticate: le donne non riescono a giudicare obiettivamente la sofferenza nel mondo, come i bambini. Ammessa questa maggiore inclinazione delle donne al lamento e alla ricerca dell’attenzione altrui, sorge spontanea un’altra domanda: da dove nasce la necessità di individuare nell’uomo il colpevole di questa litania di lamentele e sofferenze? In realtà, non era una conclusione ovvia né necessaria che l’uomo dovesse essere il colpevole di questa perenne sofferenza e insoddisfazione femminile. Perché? Da dove nasce quest’avversione? Argomento che conviene, per ora, sorvolare…

L’inclinazione verso la menzogna è biologia o apprendimento?
Esistono nel movimento maschile due posizioni antagoniste. Una considera responsabile dell’ideologia femminista tutte le donne: non sono le femministe che si lamentano a vanvera incuranti delle sofferenze maschili, sono le donne! Il rimprovero contro l’universo maschile sarebbe inerente alla natura femminile. Ho già affermato altrove che «il trionfo del femminismo non può essere spiegato se escludiamo la biologia dalla spiegazione». L’altra posizione ritiene unicamente responsabili i seguaci dell’ideologia, non l’insieme delle donne, ma soltanto le femministe e i femministi. Da questa posizione si deduce che le idee e le percezioni acquisite sono apprese, e quindi possono essere modificate. Due argomenti di peso convalidano questa seconda posizione: 1) l’esistenza di donne (anche se forse una minoranza) che si comportano diversamente dalle femministe, criticano il movimento e esprimono giudizi obiettivi, l’esempio classico, Erin Pizzey; 2) se tutte le donne vengono concepite come un gruppo omogeneo, vuol dire che anche gli uomini dovrebbero essere concepiti allo stesso modo, cioè fondamentalmente stupidi perché non riescono a rendersi conto delle proprie sofferenze, cosa che, come tutti sappiamo, non è vero, ci sono alcuni uomini che sono pienamente consapevoli e denunciano questa situazione. In conclusione, perché gli uomini non indossano gli occhiali blu e le donne indossano sempre gli occhiali viola? Si tratta di un comportamento innato o appreso? Quanto incidono la biologia e la cultura? Nei prossimi interventi proporrò alcuni esempi di come si costruisce (o non si costruisce) la prospettiva di genere nelle scuole.