La ricerca empirica sul “disagio legato al genere” è in divenire, tuttavia sono ormai molte e consistenti tra loro le evidenze scientifiche che sottolineano come gli interventi di “affermazione di genere” – cioè assecondare il desiderio di alcuni soggetti di intraprendere una serie di modifiche corporee, tramite farmaci e chirurgia, per assomigliare fisicamente all’altro sesso – non solo non costituiscano interventi “salvavita”, ma per giunta non migliorino il quadro del benessere complessivo: anzi spesso lo peggiorano significativamente. L’ultimo tassello in questa serie di evidenze scientifiche arriva da una monumentale ricerca – appena pubblicata sulla rivista peer-reviewed “Acta Paediatrica” e già responsabile di un terremoto nel dibattito internazionale – che ha esaminato su un lungo arco temporale un campione di 2.083 soggetti under23 (al tempo del primo accesso) che si sono rivolti a cliniche per il “disagio legato al genere” (gender distress), divisi in due sottoinsiemi temporali: 1996-2010 e 2011-2019. Di questo campione, il 38,2% ha ricevuto trattamenti (farmacologici e/o chirurgici) per la “affermazione di genere” (ex-“cambio di sesso”). Grazie alla completezza dei registri sanitari finlandesi, i ricercatori hanno potuto esaminare il campione lungo tutto il percorso clinico, senza perdita di follow-up, e confrontarlo con un vasto gruppo di controllo di oltre 16.000 soggetti nella popolazione generale. Il parametro misurato è stata la “psychiatric morbidity”, definito come l’accesso a servizi per la salute psichiatrica di tipo specialistico.
Tra i soggetti medicalizzati, cioè che hanno effettivamente ricevuto trattamenti di “affermazione di genere”, ci si aspetterebbe una diminuzione se non un azzeramento della psychiatric morbidity, dato che secondo gli ideologi arcobaleno, la “affermazione di genere” è l’unico trattamento efficace per alleviare la disforia di genere e anzi è “salvavita”, perché se non lo si attua, i soggetti disforici si suicideranno prima o poi; e sempre secondo gli ideologi arcobaleno, le eventuali comorbidità (altri disagi psichici concomitanti come depressione, disturbi alimentari etc.) dipendono tutte dal fatto che l’identità di genere del soggetto non è stata “affermata” ed è ancora dissonante con il corpo. Ebbene, i risultati sono schiaccianti: tra i soggetti “affermati” in senso femminile, la necessità di supporto psichiatrico sale nel follow-up dal 9,8% al 60,7%, tra quelli “affermati” in senso maschile, sale dal 21,6% al 54,5%. Scrivono gli autori della ricerca (corsivi nostri qui e nel seguito): «La comorbidità psichiatrica è una caratteristica comune tra gli adolescenti che accedono alle cliniche per il “disagio legato al genere”, e lo è maggiormente tra coloro che lo hanno fatto durante il recente boom negli accessi a questo tipo di servizi. Le esigenze psichiatriche non diminuiscono dopo l’“affermazione di genere”», e sottolineano che anzi «In alcuni pazienti, la transizione medica è collegata a un deterioramento del benessere mentale … Alla luce di questi risultati, si conclude che questi disturbi psichiatrici gravi non si possono attribuire a una “disforia di genere”, ma richiedono un trattamento specifico, a prescindere da come il giovane paziente percepisce il proprio genere».
“Affermare l’identità di genere” spesso peggiora la situazione.
I risultati smentiscono due obiezioni tipiche degli ideologi arcobaleno: 1) che la comorbidità aumenta tra i giovani con “disagio legato al genere” dei tempi più recenti perché si ha una migliore conoscenza delle patologie mentali, e quindi si diagnosticano più spesso. Se così fosse, infatti, ci si aspetterebbe un andamento proporzionale delle diagnosi anche nel gruppo di controllo della popolazione generale: invece, i pazienti con “disagio legato al genere” hanno un tasso ben più elevato di comorbidità, sia al primo accesso (48% vs. 15,3%) che al follow-up (61,3% vs 14,2%). 2) Che la sofferenza psichica dei giovani con “disforia di genere” che abbiano ricevuto trattamenti “affermativi” non sia legata alla inefficacia di questi ultimi, ma al cosiddetto “minority stress”, cioè alla discriminazione da parte della società “transfobbica” cattiva. Ma in tal caso ci si aspetterebbe una comorbidità maggiore nel sottoinsieme del campione precedente (1996-2010), visti i passi da gigante fatti dalla lobby arcobaleno nel destigmatizzare l’immagine sociale delle “identità” abcdefghi+. Invece anche qui si osserva l’opposto: le comorbidità psichiatriche raddoppiano nel sottoinsieme più recente dei giovani con “disagio legato al genere” rispetto a quello 1996-2010, mentre questo non si osserva nel campione di controllo della popolazione generale. Scrivono gli autori: «Questo suggerisce che sempre più spesso, adolescenti con gravi sofferenze psichiche vengono presi in carico da cliniche per la “disforia di genere”.
Il notevole aumento di giovani che accedono a cliniche per il trattamento del disagio sul “genere” e l’aumento della comorbidità tra questi pazienti dal 2010 in poi suggerisce che, per molti, ciò che si interpreta come una questione di “identità di genere” celi in realtà un quadro di disagio psichico complesso». In altre parole, questo studio, considerato uno dei migliori e più solidi a livello metodologico finora prodotti in questo ambito di ricerca, fornisce l’ennesima conferma di fatti ormai attestati da plurime evidenze scientifiche e dalle testimonianze dei sempre più numerosi detransitioners (coloro che si pentono del percorso di “affermazione” intrapreso e tornano a identificarsi in modo coerente col proprio sesso), e cioè: 1) che i trattamenti di “affermazione di genere” non solo non sono “salvavita”, ma spesso peggiorano il benessere complessivo dei soggetti che si identificano come “trans”; 2) che ciò che sotto le lenti dell’ideologia arcobaleno si etichetta come “essere trans”, presunta condizione innata e metafisica e “variante sana e normale” dell’esperienza umana, nasconde un quadro complesso e tutt’altro che innato (anche se in alcuni casi possono contribuire predisposizioni genetiche) di disagio psichico, soprattutto tra i giovani che sono saliti sul carrozzone delle “identità queer” negli ultimi vent’anni, sotto la spinta della propaganda arcobaleno e delle “comunità trans, non binarie, fluide” etc. sui social media.

“Ripatologizzare” il disagio legato al genere.
Se è vero che la “depatologizzazione” dei disturbi legati al “genere”, spinta dal WPATH (gilda dei professionisti e attivisti del settore, di recente al centro di uno scandalo che ne ha rivelato la malafede ideologica) e dalle associazioni arcobaleno occidentali dal 2010 in avanti e con grande successo, di per sé non va nella direzione di incentivare questi trattamenti (ma piuttosto in quella dell’“autodeterminazione totale” del genere senza bisogno di passare da diagnosi e iter clinici), dall’altro lato essa pone un enorme rischio per tutti coloro – compresi gli individui adulti – che invece questo disagio lo vivono con una sofferenza psichica concreta, perché questi possono arrivare a intraprendere il percorso “affermativo” farmacologico/chirurgico illudendosi (erroneamente, come abbiamo visto) che la causa stia tutta lì, nella “disforia di genere” o nel fatto di essere “nati trans”, e che i trattamenti “affermativi” siano la soluzione definitiva e la panacea di tutti i mali, con l’avallo di qualche consulente/terapeuta ideologizzato e compiacente. Quindi “depatologizzare” il “disagio legato al genere” significa causare un potenziale danno iatrogenico in questi soggetti fragili, che avrebbero invece bisogno di una presa in carico seria, competente e compassionevole, della propria sofferenza psichica.
In questo senso va la nuova, importante campagna di Genspect (che promuove anche il “Memorandum sul ruolo della pubertà nell’adolescenza” cui abbiamo aderito) per “ripatologizzare” il gender distress, di cui riportiamo l’incipit: «Chiediamo il recupero della cautela psichiatrica nel trattamento del disagio legato al genere, mediante una ri-psico-patologizzazione del desiderio della “transizione medica” (ex-“cambio di sesso”), identificando la ricerca ossessiva di modificazioni corporee irreversibili come una fissazione patologica, piuttosto che come una “identità” innata. La campagna di “de-psico-patologizzazione” del WPATH si è basata su motivazioni politiche, risultate nella rimozione di essenziali cautele cliniche e nell’eccesso di medicalizzazione. L’evidenza scientifica dei risultati negativi sul lungo termine e dei danni iatrogenici della “affermazione di genere” supporta la necessità di ristabilire una concettualizzazione psichiatrica, porre un termine ai protocolli “affermativi”, e proteggere questi pazienti vulnerabili, sia minori che adulti». Qualcuno griderà allo scandalo: si vuole stigmatizzare, marginalizzare una minoranza già discriminata, con l’etichetta infamante della “malattia mentale”!

Immaginate “depatologizzare” la depressione o l’anoressia.
Ma se il movimento antipsichiatrico degli anni ’60 e ’70 ha insegnato qualcosa alla cultura comune, questo non è che la sofferenza psichica non esista (sebbene alcuni dei teorici del movimento fossero orientati in tal senso), bensì che essa non va estromessa dalla dignità umana e dimenticata in una cella di manicomio, ma che va compresa, studiata, integrata, e soprattutto trattata, con l’attenzione e la compassione che si dedica (o si dovrebbe dedicare) in ambito clinico alla cura delle patologie fisiche. Avere una classificazione precisa di determinate sofferenze mentali è il primo strumento, necessario, per riconoscerle, studiarle e curarle in modo corretto e umano. “Depatologizzare”, invece, e confondere una sofferenza psichica per una qualche “caratteristica innata” nebulosa, metafisica, astratta, significa perdere ogni possibilità di cura verso chi ne soffre. Immaginate “depatologizzare” per es. la depressione, l’autolesionismo, o i disturbi alimentari, specialmente ora che se ne è riconosciuto lo status di reali e specifiche condizioni di salute mentale e proprio grazie a questo le si possono studiare e trattare nel modo più corretto. Immaginate sostituirle con l’idea che esse rappresentino una “variante sana e normale dell’esperienza umana”, innata e metafisica, inventando una sigla per chi la rappresenta e un’altra sigla per chi non la rappresenta, ad esempio con “bambini nati dep” (depressi) e “bambini nati esp” (non depressi), “bambini nati ana” (anoressici) e “bambini nati nan” (non anoressici), e fare campagne per “idiritti” dei bambini dep, dei bambini ana di essere “affermati” nella loro condizione e di “autodeterminarsela” totalmente.
E immaginate accusare di “odio dep-fobico”, “odio ana-fobico” chi osa opporsi e porre critiche o suggerire cautele; immaginate accusare psicologi e medici che vogliano adottare un approccio cauto e terapeutico, anziché “affermare” subito la “identità dep” o “ana” di questi soggetti, di attuare atroci “terapie di conversione”, analoghe a chi vuole “curare” i gay e farli diventare eterosessuali con la forza. Sarebbe un incubo distopico (purtroppo qualcuno, tra gli ideologi abcdefghi+, ha già pensato qualcosa del genere con le “identità neurodiverse”…). Ma è proprio ciò che si è voluto fare con la “depatologizzazione” di quella che invece, per molti di questi soggetti, specie tra i bambini e adolescenti identificati come “trans” negli ultimi vent’anni, costituisce una condizione di salute mentale seria e complessa, che si arrotola intorno all’idea-meme dell’essere “nati nel corpo sbagliato”, del disagio verso il proprio corpo sessuato in cambiamento, che nasconde invece differenti situazioni di disagio psicologico. Disagio che merita di essere riconosciuto, ascoltato, curato, e non soffocato e nascosto sotto una “identità trans” innata e metafisica, fissa e immutabile, solo per compiacere qualche ideologo arcobaleno o qualche affarista delle “transizioni di genere” e i loro biechi interessi.