L’industria dell’identità: la rivoluzione gender

Articolo di Mary Rice Hasson, avvocato, Kate O’Beirne Fellow dell’Ethics and Public Policy Center di Washington. Apparso per la prima volta sulla rivista Humanum e sul sito dell’EPPC. Tradotto da Vincenzo Moggia e riprodotto, con minime riduzioni, con il permesso dell’Autrice.

«L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia»: l’ex presidente Barack Obama citava spesso queste parole di Martin Luther King per ammantare l’agenda progressista di uno status morale superiore e di ineluttabilità storica. Gli ideologi gender similmente usano vestire il proprio attivismo con il linguaggio dei “diritti civili”, per trasmettere l’impressione che la spinta verso la “piena inclusione” delle “minoranze sessuali e di genere” rifletta il movimento spontaneo e dal basso di una “comunità oppressa”, che si trova “dalla parte giusta della storia”. Ma non è vero. La crescente accettazione culturale delle categorie queer non è né organica né ineluttabile. Piuttosto è il risultato di un movimento ideologico spinto dall’alto, votato a “decostruire” la famiglia naturale, marginalizzare il pensiero religioso, e innalzare l’autodeterminazione e il capriccio personale a valore assoluto, al di sopra di ogni altra cosa (eccetto lo Stato, ovviamente). Spingere un’ideologia nella società è impossibile per il singolo individuo: ma quando gli ideologi riescono a unire le forze con i più potenti attori del mondo economico e politico – filantropi, corporazioni sovranazionali, governi, associazioni, maestri di pensiero e gruppi di attivisti, tutti operanti in sinergia verso interessi comuni – l’impatto può essere significativo. E devastante. Il danno causato va ben oltre quei singoli individui, confusi e sofferenti, che finiscono intrappolati nella rete gender: comporta una crisi delle istituzioni sociali e culturali, nel contesto di una falsa antropologia e di un caos morale. La penetrazione dell’ideologia gender nella cultura è il frutto di strategie implementate già decenni or sono, che hanno portato la rivoluzione gender alle soglie di una terribile vittoria.

I soggetti “trans” sono solo un pretesto

È essenziale fare il primo passo, come dice Stephen Covey, con la destinazione in mente. L’ideologia gender è emersa da movimenti come il femminismo radicale, la “liberazione omosessuale”, la rivoluzione sessuale e la teoria queer (benché le sue radici filosofiche siano ancora più profonde, nel post-marxismo della “scuola di Francoforte” trapiantato, oltreoceano, nella “teoria critica della razza”). Antitetica alle radici classiche e cristiane della cultura “occidentale”, essa ripudia il concetto di persona come unità di corpo e “anima”, fin dall’origine uomo o donna, il cui destino è la relazione. Rifiuta i sensi comuni che diamo alla sessualità, al matrimonio e alla famiglia naturale, ribellandosi contro la “etero-cis-normatività”. Teorici come Judith Butler affermano che le differenze sessuali e di genere sono mere costruzioni sociali: “facendo” e “disfacendo” il genere, l’individuo può crearsi e ricrearsi un’identità, selezionata da uno “spettro” di identità possibili. Nel suo recente libro Martin Duberman, storico e negli anni ’70 attivista per la “liberazione omosessuale”, ha individuato gli obiettivi originari della “sinistra” del movimento: distruggere la famiglia nucleare, cancellare l’idea di moralità (a prescindere se fondata nella religione o nel diritto naturale), e creare «una nuova utopia nell’ambito della trasformazione psicosessuale: una rivoluzione gender in cui ‘maschio’ e ‘femmina’ diventino categorie superate». Le femministe radicali portavano avanti discorsi simili. Ad esempio, nel 1970 Shulamith Firestone scriveva che «l’obiettivo finale della rivoluzione femminista non dev’essere meramente l’eliminazione del privilegio maschile, ma la cancellazione della distinzione tra i due sessi». Solo così «la tirannia della famiglia biologica sarà infranta», l’eterosessualità sarà sostituita da una «illimitata pansessualità», e «tutte le forme di sessualità saranno permesse e esplorate». «Finché la rivoluzione non avrà rovesciato la base dell’organizzazione sociale, cioè la famiglia biologica, – secondo Firestone, – la piaga dell’oppressione non potrà mai essere eliminata». Parallelamente il fine ultimo dell’ideologia gender non è integrare le persone che si identificano come “LGBTQ+” nella società, in modo speculare alle norme sociali che guidano la famiglia naturale, bensì sovvertire e distruggere questo modello di società. Nell’utopia risultante, ogni individuo (fin dall’infanzia) sarà libero di identificarsi al di fuori del binarismo uomo-donna, e praticare attività sessuali consensuali con chiunque, a prescindere da sesso, genere, età, stato civile e numero di persone coinvolte. Lo sviluppo tecnologico (dalla contraccezione alla maternità surrogata alle tecnologie dell’“affermazione di genere”) ha reso queste fantasie ideologiche terribilmente concrete. Ma i loro promotori vogliono andare oltre. La normalizzazione delle “identità transgender e non-binarie” è la loro frontiera attuale, ma non la destinazione finale. All’orizzonte dell’ideologia gender si profila l’utopia della femminista radicale Firestone: pansessualità generale, identità fluida per tutti, e la cancellazione di ogni vincolo biologico e di coppia nelle relazioni sessuali.

Mary Rice Hasson
Mary Rice Hasson

Corrompere il linguaggio, oscurare la verità

George Orwell scrisse: «se i pensieri corrompono il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere i pensieri», e «chi controlla il linguaggio, può controllare il pensiero». L’ideologia gender ha sia corrotto il linguaggio, sia controllato il pensiero comune. Non occorre usare lezioni di indottrinamento di massa in stile Unione sovietica per cambiare le norme culturali sulla persona, la sessualità e la famiglia: è sufficiente ridefinire le parole (o inventarne di nuove), usare il nuovo linguaggio, e insistere che chiunque altro faccia lo stesso (questa è la ragione per cui gli ideologi gender usano ogni mezzo per reprimere il dissenso). Le parole informano le premesse e i processi con i quali pensiamo. Per «comprendere l’insalata di lettere LGBTQ+», come dice un attivista, e poter così essere «il più possibile accurati e rispettosi», tutti devono imparare le nuove «definizioni». “Misgenderare” qualcuno o usare il pronome scorretto viola il suo «bisogno fondamentale di esistere e sentirsi al sicuro negli spazi pubblici» (a quanto pare, un pronome sbagliato può spazzare qualcuno via dall’esistenza). Perciò gli attivisti arcobaleno producono glossari, liste di definizioni e guide per i media (con criteri e termini corretti per i giornalisti). Le organizzazioni mediche e psicologiche e i legislatori formalizzano le nuove definizioni e i tribunali vi appongono il loro timbro di legittimazione, dichiarando che i “ragazzi transgender” (cioè, ragazze) sono ragazzi. I protocolli e le linee-guida ufficiali di scuole pubbliche, università, istituzioni cliniche, governi, media, gruppi religiosi e altri aggregati sociali disseminano il nuovo vocabolario, informando il modo di pensare dei loro costituenti. Spesso accompagnate da immagini come l’“omino genderbread” o l’“unicorno gender”, le definizioni di questa Neolingua decostruiscono efficacemente la persona umana in un accrocchio di componenti slegate tra loro (l’espressione di genere, l’identità di genere, il “sesso assegnato alla nascita”, l’orientamento sessuale e l’orientamento affettivo). La persona diventa un progetto costantemente “in ristrutturazione”, con l’offerta di sempre nuove identità e sessualità tra cui poter scegliere. “Famiglia” in questo modo diventa “chiunque abbia svolto un ruolo significativo nella vita del soggetto”. Il florilegio lessicale a sua volta rinforza l’antropologia fallace e la pseudoscienza alla radice dell’ideologia gender. Il concetto di “sesso biologico” sta scomparendo, sostituito dalla definizione burocratica di “genere”. Ad esempio, sebbene la scienza medica definisca il sesso biologico come «basato sul binarismo dei ruoli che maschio e femmina hanno nella riproduzione», l’Università della California ora definisce il sesso come una «configurazione arbitrariamente costruita, assegnata basandosi sull’aspetto dei genitali», e ridefinizioni simili si assistono nei contratti nazionali di lavoro, nei programmi scolastici e via dicendo. L’ideologia gender contamina anche il linguaggio di tutti i giorni. L’avvento degli “uomini transgender” (cioè, donne) che partoriscono fa proliferare espressioni come “allattamento al torace” (chestfeeding) anziché al seno, e “persona incinta” (anche gli “uomini” e le “persone non-binarie” possono esserlo). Alcuni genitori tirano su i figli come theybies, bambini “dal genere neutro” che dichiareranno il proprio “genere” quando saranno più grandi.

Banconote arcobaleno

Mutamenti culturali di massa richiedono grandi masse di denaro. La rivoluzione gender non è un moto dal basso – un misero 3% delle persone che si identificano come “LGBTQ” dona alla causa offerte superiori ai 35$. Piuttosto, sono i fondi di un piccolo numero di individui eccezionalmente ricchi, personalmente coinvolti nell’agenda arcobaleno, a mandare avanti la carrozza ideologica. Facendo leva sulle proprie risorse e connessioni, questi soggetti creano fondazioni private a sostegno delle cause arcobaleno e assoggettano i maggiori attori economici agli imperativi della giustizia sociale. Per fare un esempio concreto, il report annuale 2016 di Funders for LGBTQ Issues riporta che «fondazioni e corporazioni statunitensi hanno donato 202,3 milioni di dollari a supporto di organizzazioni e programmi in favore delle cause LGBTQ», cui si aggiungono altri 17 milioni donati da benefattori anonimi. Di questo flusso immane di denaro, tre dollari su quattro sono andati a coprire le spese di cause legali pertinenti e dell’attività di pressione politica diretta. E questi sono i numeri che riguardano un solo anno e i soli Stati Uniti.

medicina gender

Le istituzioni sociali: i principali motori della rivoluzione gender

Tanti soldi aprono tante porte (o pagano gli avvocati affinché ne sia comandata l’apertura per vie legali). Per decenni, gli ideologi gender hanno collaborato con il potere nel perseguire la strategia più efficace per la trasformazione sociale: arruolare istituzioni che godono della fiducia popolare, come le forze dell’ordine, le scuole, l’imprenditoria, la medicina, le Chiese, come agenti del cambiamento. Ad esempio, milioni di dollari sono andati in spese legali volte a consentire a persone gay, lesbiche e transgender di entrare apertamente nelle forze armate. Perché? Non certo per realizzare i sogni di pochissimi individui. L’obiettivo è normalizzare le “minoranze di genere”, per mezzo della pubblicità creata dalla loro integrazione nei corpi militari (e chi se ne frega se questo ha un impatto negativo sul rendimento delle forze armate). Allo stesso scopo si fanno cause, intensamente pubblicizzate, alle piccole imprese che si oppongono all’agenda LGBTQ, per mandare un messaggio intimidatorio a tutto il mondo della piccola imprenditoria, affinché abbracci “spontaneamente” le cause arcobaleno (per non rischiare boicottaggi, sanzioni e cause costose). Ad esempio negli USA gli attivisti gender sfruttano la credibilità delle piccole imprese per mezzo di una partnership tra la Small Business Association e la National LGBT Chamber of Commerce (NGLCC). «La visibilità è potere», afferma Justin Nelson, co-fondatore di NGLCC. «Le imprese diventano consapevoli del rischio di essere boicottate se non sono coinvolte con la comunità LGBT. È un mutamento epocale». NGLCC “certifica” le compagnie a gestione LGBT, rendendole idonee a benefici statali, che vengono riservati alle imprese con titolari donne o di “minoranze oppresse”. Le grandi compagnie – come Facebook, Google, Amazon, Nike e simili – godono forse di minore fiducia, ma hanno un immenso potere di plasmare l’attitudine dei consumatori con pubblicità e sponsorizzazioni. Gli spot a tema arcobaleno sono esplosi negli ultimi anni, specialmente intorno al “mese del pride” (giugno), periodo «estremamente proficuo dal punto di vista delle imprese» secondo gli analisti di mercato. «Nel solo 2017, il potere d’acquisto dei consumatori LGBTQ era stimato in oltre 917 miliardi di dollari» scrive il co-fondatore di NGLCC. Un peso finanziario notevole. Non sorprende che le grandi compagnie facciano a gara per portare acqua al mulino degli attivisti arcobaleno, come accaduto ad esempio quando Amazon, Apple, Exxon Mobil e Shell hanno fatto pressione contro i legislatori del Texas affinché respingessero una proposta di legge contro l’uso dei bagni pubblici del sesso opposto per i soggetti “transgender”. Come sono riusciti gli ideologi gender a ottenere un simile aggancio nelle corporazioni internazionali? Col trucco del bastone e della carota. Vent’anni fa, la Human Righs Campaign Foundation (HRC) ha creato una scala di valutazione, il “Corporate Equality Index” (l’avevamo già illustrata qui), mediante cui misurare il livello di “discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere” presente nelle imprese di medie o grandi dimensioni. HRC pubblica le sue valutazioni CEI ogni anno, segnalando in tal modo le compagnie “virtuose” e quelle da boicottare agli investitori ideologicamente orientati, e facendo così pressione su tutte le imprese affinché si allineino agli standard di “inclusività e uguaglianza” graditi alla lobby. Nel 2018 oltre 5000 top brands hanno partecipato alla valutazione CEI di HRC. Ogni tot anni, i criteri per essere idonei al bollino HRC diventano più stretti e i requisiti più elevati. Le grandi compagnie sono man mano costrette ad esempio a garantire la copertura delle spese mediche per i propri dipendenti “trasngender”, e a dimostrare un impegno proattivo nella causa LGBTQ, e perdono punti se viene fuori un «collegamento con attività o associazioni anti-LGBTQ». Dal 2014 in poi, HRC ha anche fatto pressione sulle compagnie affinché dirigessero le loro donazioni liberali esclusivamente a no-profits con statuti che includessero un contrasto alla discriminazione su base di orientamento sessuale e identità di genere. Dal 2019 a seguire, per rientrare nei criteri dell’HRC, le compagnie con programmi per favorire fornitori al femminile o appartenenti a “minoranze oppresse” devono necessariamente includere “fornitori LGBTQ”. La paura di essere etichettati come “azienda omofoba” è un potente motivatore. Inoltre HRC ha creato nel corso del tempo indicatori analoghi per l’urbanizzazione inclusiva (“Municipal Equality Index”) e le istituzioni cliniche (“Healthcare Equality Index”) al fine di integrare l’ideologia gender nei linguaggi, regolamenti, linee-guida anche in questi ambiti. Per farla breve, premendo in tal modo sulle politiche aziendali dei principali attori finanziari, gli attivisti LGBTQ stanno lentamente piegando e modellando il mercato, e con esso i consumatori e la cultura nel suo complesso, sulla forma dell’arcobaleno.

Scuole queer: come indottrinare i nostri bambini

La strategia più potente per spingere il mutamento sociale è cooptare il sistema educativo. L’ideologia gender si è lentamente fatta strada nelle scuole pubbliche, camuffata da “inclusività” e “iniziative contro il bullismo” (si veda ad esempio il programma “Scuole Accoglienti” di HRC). Ma la maschera cala presto: i progetti insegnano a mettere in discussione il linguaggio e la visione “etero-cis-normativa”, con la scusa che gli studenti devono essere liberi di esprimere il proprio “autentico sé”. Le scuole – spesso nonostante le proteste dei genitori – finiscono per piegarsi alle politiche “anti-discriminatorie” su identità di genere e orientamento sessuale, per evitare misure disciplinari o anche pressioni e denunce da parte degli attivisti. In questo modo l’agenda gender arriva a tutti i bambini, non solo a quelli più fragili. Per essere riconosciuta come sicura e inclusiva, una scuola deve pretendere che tutti i docenti e gli operatori siano “alleati LGBTQ”, e presentare agli allievi la fallace antropologia arcobaleno, con le sue teorie destabilizzanti dell’identità. Attivisti gender vengono invitati a “formare” il personale scolastico – dagli autisti dei pulmini ai dirigenti – sulla Neolingua arcobaleno, le transizioni di genere e le “pratiche inclusive” (ad esempio evitare parole come “ragazzi” e “ragazze”). Peggio: viene giustificata l’esclusione dei genitori dalle decisioni scolastiche in merito all’affermazione del genere scelto dagli studenti, con la scusa che l’ambiente familiare “non è sicuro” per il minore laddove i genitori siano oppositivi verso la sua identità arcobaleno. Ma perché le scuole si arrendono in questo modo all’ideologia gender? Per ragioni politiche: non hanno altra scelta. Legislatori privi di spina dorsale fanno passare ogni richiesta dei bulli LGBTQ in nome della “lotta alla discriminazione”, avvocati coinvolti nell’attivismo minacciano cause costose, reti di operatori schierati fanno costante pressione affinché i progetti arcobaleno circolino e arrivino in classe, e a ciò si aggiungano le continue campagne promosse dalle associazioni. L’ambiente scolastico ormai trasmette un’accettazione acritica e totale dell’ideologia gender: le scuole traboccano di arcobaleni, celebrazioni del Pride, “spazi sicuri”, pronomi inventati, e libri di narrativa con storie di affermazione di genere come The Princess Boy o I am Jazz. L’educazione sessuale, laddove prevista, diventa “LGBTQ-friendly”: siccome qualche allievo “potrebbe” essere gay o transgender, tutti quanti devono essere istruiti sul sesso anale, le “donne col pene” e le “persone incinte”. Le scuole pubbliche consentono sempre più bagni, spogliatoi, dormitori “neutri” e atleti “transgender” nelle squadre del sesso opposto. E sebbene buona parte dei docenti non sia d’accordo con queste politiche, pochi si azzardano a esprimere apertamente il proprio dissenso. Gli ideologi gender in tutto ciò si costruiscono intere carriere, ingrassando a spese di tutti i contribuenti mediante “formazioni”, conferenze e servizi professionali a tema. A quando un “consultorio gender” obbligatorio in ogni scuola?

riassegnazione del genere

La sanità pubblica in mano alla lobby gender

Le principali associazioni di medici e terapeuti, piegate alla pressione ideologica interna ed esterna, sono  asservite all’ideologia gender. L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018 ha modificato la classificazione dei problemi legati all’identità di genere, non come conseguenza di una valutazione scientifica, ma «per ridurre lo stigma sociale» verso i soggetti portatori di queste condizioni. Con questa scusa la “disforia di genere” è stata ridefinita “incongruenza di genere”, e spostata dalle condizioni di salute mentale e disturbi del comportamento a quelle legate alla “salute sessuale”. Gli attivisti spingono il modello terapeutico “affermativo”, basato sulla percezione soggettiva e sul “consenso informato” del paziente, che praticamente obbliga i professionisti del settore a approvare le procedure di transizione (e lo Stato a farsi carico delle spese). I dottori si trovano sottoposti a una crescente pressione affinché si pieghino all’agenda gender: gruppi di esperti aggiornano costantemente in questo senso i protocolli terapeutici ufficiali, le istituzioni promuovono “formazioni” sempre aggiornate “contro la discriminazione”, e le scuole di medicina istituiscono corsi specializzati sulle questioni LGTBQ. In più, l’aumento della domanda, specialmente tra i bambini e gli adolescenti, costituisce un forte incentivo per medici senza scrupoli ad abbracciare la lucrativa “medicina gender”. A dispetto della scarsa solidità della ricerca disponibile e della natura invasiva, rischiosa e irreversibile di questi trattamenti sperimentali, le richieste di trattamenti affermativi per bambini e adolescenti sono in ascesa vertiginosa, con aumenti di centinaia di punti percentuali rispetto a dieci anni fa.

Conclusione

In ultima analisi le costruzioni ideologiche fallaci sulla persona umana, la sessualità e la famiglia portate avanti dagli attivisti arcobaleno sono lentamente penetrate all’interno della struttura della società civile e delle istituzioni culturali. Numeri sempre crescenti di giovani guardano ai propri corpi con disagio, incapaci di riconoscere le verità più elementari riguardo sé stessi. E le voci dei maestri, degli educatori, delle guide intellettuali e spirituali che non si sono unite al coro di celebrazione della “diversità sessuale e di genere”, sembrano ammutolite: ridotte al silenzio dal timore dell’accusa di “omofobia” e “odio”. Cosa possiamo fare per deviare questa disturbante traiettoria? Soprattutto, aggrapparci alla verità. E alla natura stessa. La verità troverà sempre la via per emergere, costringendoci ad affrontare le terribili conseguenze dell’aver abbracciato una menzogna: bambini confusi resi sterili da cocktail di ormoni, giovani adulti dai corpi mutilati, e cittadini non più liberi di esprimere ad alta voce la propria verità e la propria visione del mondo.

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