La “Commissione Femminicidio”, un carrozzone bicamerale che da molti anni viene creato a prescindere da quale sia la maggioranza, ha deciso negli ultimi tempi di mettere il turbo e non fa che sfornare pareri e richieste a nastro. Un’assurdità dietro l’altra, e non può essere diversamente per una commissione parlamentare d’inchiesta su un fenomeno di cui non si è mai degnata di dare una definizione definitiva. Praticamente indaga su qualcosa che non si sa bene cos’è. Partendo così è inevitabile che diventi soltanto un hub ideologico installato all’interno delle istituzioni, dove vengono amplificate le richieste delle lobby femministe internazionali e nazionali. D’altra parte l’attuale Governo ha rotto gli indugi inserendo nel Codice Penale una disposizione (577-bis) dedicata solo alle donne, e l’Articolo 3 della Costituzione requiescat in pacem. Dunque ora che s’è aperta la breccia, perché non farci passare di tutto? Ecco allora che la nostra Commissione pubblica la sua “Relazione sulla violenza economica di genere”, una sbrodolata di 186 pagine (provate a leggerla qua, se avete lo stomaco) dove qualsiasi forma di controllo o limitazione dell’autonomia finanziaria viene interpretata come uno strumento di potere e oppressione utilizzabile in ambito domestico o lavorativo e che si coniuga con altri tipi di violenza.
Naturalmente si tratta di un tipo di violenza commessa solo dagli uomini verso le donne, e che si configura non come fenomeno individuale, ma come evento che ha cause strutturali. Cioè tutti gli uomini per loro stessa natura tendono a sottomettere la donna anche tramite questa forma di violenza. In sintesi, la relazione sostiene che la violenza economica non è un fenomeno marginale, ma un meccanismo sistemico di controllo che limita l’autonomia delle donne e rende possibili (o più difficili da interrompere) tutte le altre forme di violenza. Le ex mogli che usano il ricatto dell’interruzione della frequentazione dei figli se l’ex marito non paga il suo pizzo (comunemente chiamato “mantenimento”) ovviamente non sono parte di questo fenomeno, così come quelle che umiliano o lasciano l’uomo che guadagna poco o meno di loro. La relazione non fa cenno a questi fenomeni, probabilmente concependoli come una forma di difesa delle donne contro la violenza patriarcale di tutti gli uomini. Inutile dire che queste tesi deliranti hanno una chiara impronta ideologica priva di ogni aggancio alla realtà, se non nelle farlocche indagini ISTAT di cui abbiamo parlato recentemente, guarda caso tutte imperniate proprio su questo genere di violenza evanescente. In ogni caso, dopo la relazione, parte la richiesta: “la violenza economica (sottinteso: solo quella maschile contro le donne) diventi un reato da Codice Penale”. D’altra parte, passato il “femminicidio”, qualunque boiata può finire trascritta in quello stupidario in cui si sta trasformando il Codice Penale italiano.

La turbo Commissione
Non paghe di questo exploit, poco dopo riecco in pompa magna le signore (e i signori) della “Commissione femminicidio”: sulla scorta dei vecchi casi della pagine web o social “Phica.eu” e “Mia moglie”, e in preda a un’evidente crisi di grafomania (o di uso smodato di chat GPT), viene licenziata un’altra relazione, stavolta sulla “Dimensione digitale della violenza contro le donne”. Non è ancora reperibile online nella sua interezza, ma ne conosciamo già i contenuti: la tesi di fondo è che la violenza offline e online sono uguali e quella digitale è in aumento sotto forma di molestie, stalking, revenge porn, sextortion e deepfake sessuali. Secondo la relazione esiste un gap normativo perché il Codice Penale si occupa soltanto dei reati offline. Naturalmente poco importa che dietro quelle famose pagine ci fossero anche delle donne, e altrettanto naturalmente, che ve lo diciamo a fare, per la Commissione sono soprattutto gli uomini a commettere questo genere di violenze e sono solo donne le vittime. Fatevi un giro nei nostri archivi di notizie di donne violente contro gli uomini e troverete un gran bel numero di casi di donne che seducono uomini online, ne ottengono foto private per poi mettere in atto delle estorsioni. Ma anche in questo caso si ignora la realtà per arrivare a proposte concrete: creare nuovi reati contro chi produce deepfake o commette sextortion, ma soprattutto estendere il reato di hate speech al movente sessista, più varie aggravanti assortite.
Mentre sulla prima proposta confermiamo l’impressione che si voglia svilire il Codice Penale in uno stupidario, per di più declinato in inglese, molto più pericolosa è la seconda: altro non è che la richiesta di avere licenza di chiudere qualunque area internet possa essere accusata di sessismo. Sicuramente (e giustamente) cadrebbero pagine idiote come “Mia Moglie”, ma anche pagine di opinione come questa nostra e tante altre. Tradotto: la “Commissione femminicidio” sta provando a far passare una censura liberticida. Qualcuno si stupisce? Noi no. Sono talmente determinate in questo che, tra le loro proposte, c’è anche di forzare le piattaforme social a violare diverse altre leggi per poter identificare e mandare in galera il malvagio patriarca che non si piega alla loro narrazione, o a bannare un utente che si sia macchiato di hate speech “sessista”. Insomma che la Commissione entra con mani e piedi nel tema scivolosissimo della libertà di opinione ed espressione, per altro cercando di coinvolgere grandi società residenti in paesi (come gli U.S.A.) dove ancora quei principi sono difesi in modo strenuo. I deepfake, che pochissimi esperti nel mondo sanno creare, per lo meno quelli credibili, così come la sextortion, sono fenomeni residualissimi in generale, in tutto il mondo e in particolare in Italia. Ma il pretesto è buono per provare a mettere a tacere chi, senza farsi il minimo problema, addita il re-femminismo mostrando quanto orrida sia la sua nudità.

Camicie di forza per la Commissione
Questa turbo-Commissione, insomma, ultimamente è scatenata a straparlare di qualunque cosa, strillando auspici per nuovi reati e agitando furiosamente manette per tutti (gli uomini). Ricorda la regina di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che ad ogni momento ordinava che a qualcuno fosse tagliata la testa. Il livello di isteria e di involontaria comicità è lo stesso. Il problema è che, con il precedente della legge sul “femminicidio”, c’è il rischio che il Governo, alla prima difficoltà, gli dia retta, giusto per distrarre l’opinione pubblica e dividerla in discussioni partigiane. Ma la vera domanda è: perché la “Commissione femminicidio” è così esagitata ultimamente? La nostra ipotesi è che sia a causa di un numero: 10. A tanto ammonta, secondo il sito femminicidioitalia.info, uno dei pochi abbastanza seri nel conteggiare i casi (ma molto più rigorosa è la nostra verifica all’inizio di ogni anno), il numero di vittime di “femminicidio” quest’anno. E siamo al 27 aprile. Significa “un femminicidio ogni 12 giorni”. Troppo pochi, un calo verticale, un vero e proprio crollo, una negazione totale del meme “un femminicidio ogni tre giorni”. Poi, ovvio, se si prende il conteggio di “Non una di meno” che ci infila anche le gatte soppresse dai veterinari, allora forse il conto gli torna, ma di fatto, stando ai casi reali, il castello di bugie del femminismo di potere e business sta perdendo, per l’ennesimo anno consecutivo, una sue delle basi fondamentali. Come risolvere? Inventandosi la qualunque e facendo su di essa quanto più rumore possibile, esattamente come sta facendo la “Commissione femminicidio” in quest’ultimo periodo. Resta da sperare che nessuno si prenda la briga di dar seguito a questa smania manettara e che qualcuno anzi invii in fretta un set di camicie di forza. Di quelle alla Hannibal Lecter.