La disparità di genere è la norma e poco importa che nel clima sociale e mediatico attuale si senta spesso parlare di “parità di genere”, perché la realtà vissuta dagli uomini aiuta a smascherare un quadro molto più sbilanciato di quanto si voglia ammettere. L’intero impianto ideologico del femminismo contemporaneo, che domina le istituzioni internazionali e il dibattito pubblico, si è trasformato in una macchina che ignora sistematicamente i problemi degli uomini e, anzi, arriva spesso a screditare chiunque provi a sollevarli. Un esempio lampante di questa deriva si riflette nel comportamento delle organizzazioni internazionali: chi promuove la parità sembra preoccuparsi esclusivamente delle questioni femminili, mentre i diritti degli uomini sono costantemente ignorati oppure banalizzati. A livello di opinione pubblica e legislazione, l’equilibrio auspicato è stato sovvertito da norme che, in nome di una presunta tutela delle donne, hanno generato nuove forme di disparità contro la metà maschile della popolazione.
In molti paesi, le istituzioni pubbliche e i media si sono appiattiti su narrative che riducono il maschile a un problema da correggere, relegando le istanze maschili a invisibili. Ne sono esempio le recenti politiche dell’ONU e di alcune istituzioni governative occidentali, che – pur proclamando valori di parità e inclusività – quando si tratta di uomini adottano atteggiamenti di palese indifferenza oppure ostilità. Il risultato di questo atteggiamento ideologico è l’invisibilità sociale degli uomini, la negazione dei problemi specifici che affrontano e l’assenza di vere politiche di sostegno nelle aree più critiche come la salute mentale, l’alienazione parentale, il diritto all’affido e la discriminazione sui luoghi di lavoro. Il cosiddetto “attivismo di genere”, invece di favorire un equilibrio reale e una cooperazione tra i sessi, è diventato un’arma per mantenere autorità e privilegi conquistati da una parte sola, riservando disparità all’altra.
La disparità insita nell’ideologia femminista
Oggi il femminismo si muove in uno spazio online e mediatico in cui gli estremismi promuovono una separazione forzata tra i generi, alimentando ostilità e diffidenza soprattutto verso il maschile. Questo clima di sospetto e di demonizzazione ha effetti devastanti sulle relazioni, impedendo ogni forma di collaborazione tra uomini e donne e radicalizzando la percezione di un presunto nemico da combattere. Ad esempio, esistono gruppi e piattaforme che spingono le donne a percepire ogni interazione come una minaccia, producendo regole e narrazioni in cui gli uomini sono sacrificabili e colpevolizzati a priori. L’eco di queste ideologie si estende anche alle istituzioni, portando a leggi e politiche che ignorano completamente l’esperienza maschile della disparità, della sofferenza, della violenza subita e delle difficoltà sociali.
Contrariamente alla narrativa dominante, è fondamentale riaffermare con forza che l’abuso, la sofferenza e la discriminazione non hanno genere: la violenza e l’ingiustizia possono essere subite da chiunque e in numerose situazioni sono gli uomini a essere vittime silenziose. Bisogna superare un modello che si basa esclusivamente sulla protezione di una sola parte e promuovere invece una nuova consapevolezza dell’abuso e della discriminazione come fenomeni non legati al genere. Ridando voce e dignità alle richieste degli uomini – dal riconoscimento della paternità all’accesso alle cure psicologiche, dalla parità nel lavoro fino alla piena valorizzazione del ruolo maschile nella crescita dei figli – potremo lavorare verso una società equilibrata e finalmente libera dai diktat ideologici e dalle disparità. Solo così sarà davvero possibile costruire relazioni sane basate sulla cooperazione e il rispetto reciproco, senza più vittime e carnefici per legge, ma persone unite da reali valori di giustizia e solidarietà.