Abbiamo visto nella parte precedente come le donne, nel mondo “occidentale”, siano meno felici oggi che negli anni ’70 del secolo scorso, contrariamente a quanto sarebbe lecito aspettarsi stando alle promesse dell’ideologia femminista e della “emancipazione femminile”, e abbiamo citato l’interpretazione della scrittrice Rachel Wilson secondo cui un fattore importante in questo declino starebbe nella scelta sempre più comune da parte delle giovani donne di mettere da parte la ricerca di un partner per la vita e dell’obiettivo di mettere su famiglia per dare la priorità assoluta alla carriera, specie in ambiti e ruoli tradizionalmente maschili, e all’indipendenza economica. Ma, dirà la transfemminista queer dai capelli viola “non è detto che questo declino della felicità femminile sia da imputarsi alle ragioni che dice la Wilson: se lei ha interiorizzato il patriarcato, e vuole farsi ingabbiare e opprimere nel matrimonio e nella maternità è libera di farlo, ma una donna può essere davvero libera e felice solo come fisica nucleare o nell’esercito o CEO di qualche compagnia finanziaria, a saltare da un uomo all’altro ogni tre mesi – anzi meglio, con una compagna queer e tanti gatti – e ben lontana dalle catene di mariti e figli. Il declino che si osserva è da imputarsi certamente ad altre cause”.
Ma se così fosse, cara transfemminista queer, confrontando i dati di felicità e salute mentale tra le donne sposate con figli e quelle senza, si dovrebbero vedere livelli di soddisfazione uguali se non superiori per le donne che hanno rifuggito l’oppressione di famiglia e maternità, rispetto a quelle povere masochiste oppresse che hanno scelto di seguire il “ruolo di genere tradizionale”, giusto? Invece anche in questo caso la ricerca empirica rivela l’esatto contrario. Ad esempio, per gli USA, citiamo questo report dell’Institute for Family Studies basato su dati GSS del 2022 (corsivi nostri qui e nel seguito): «Negli anni recenti, i tassi di matrimonio e procreazione hanno raggiunto il livello più basso in assoluto. Per quanto le ragioni di questo fenomeno possano essere diverse, un fattore da tenere in conto è come il matrimonio e la maternità sono presentate nei media e nel dibattito pubblico … Chiaramente, alle donne single oggi è trasmessa la percezione che sposarsi e diventare madri sia una rinuncia e una perdita. Ma questa percezione si conferma poi nei fatti? I dati dipingono un quadro opposto: le donne sposate con figli sono il gruppo che riporta la maggiore felicità complessiva, rispetto alle donne single senza figli, ma anche rispetto alle donne sposate senza figli e alle donne single con figli». Ma gli USA sono un paese bigotto pieno di religiose che hanno il patriarcato interiorizzato, nella iperfemminista Europa sarà sicuramente diverso, no?…
Uomini e donne sono più felici insieme.
No. Anche qui la ricerca empirica dimostra consistentemente il contrario, come lo studio Happiness and chilbearing across Europe, realizzato da ricercatori della Bocconi e pubblicato su Social Indicator Research nel 2012, citiamo: «Stando ai fatti, sembra proprio che i genitori siano più felici di chi è senza figli, e anche bilanciando questi risultati su altre condizioni soggettive e nazioni differenti, la correlazione resta generalmente positiva e significativa … l’effetto osservato è chiaro e netto: i genitori sono decisamente più felici in media dei non genitori. Si osserva anche una separata, e forte, correlazione con lo status relazionale: avere figli e convivere con un partner restituisce chiaramente un maggiore benessere in media rispetto ad avere figli da single … In sintesi, basandoci sui risultati osservati, l’associazione tra la felicità e l’avere figli è positiva e significativa ed è, specialmente per le donne, strettamente correlata all’avere un partner: il miglior livello di benessere soggettivo svanisce se il partner non è più presente, e dover lavorare e insieme accudire i figli peggiora il benessere delle madri». Questa correlazione non riguarda neanche il solo “modello di società occidentale” ma accomuna gli esseri umani in tutto il mondo: ad esempio il report Ipsos 2025 sulla felicità globale, basandosi su un campione di 30 paesi, registra che, mentre una situazione finanziaria difficile (es. condizioni di povertà o disagio economico) è il fattore maggiormente in grado di causare infelicità, il fattore che porta maggiore felicità personale è avere una famiglia e dei figli – non la ricchezza materiale né l’aver obbedito al diktat femminista di rincorrere una carriera rifuggendo la terribile gabbia patriarcale della famiglia e della maternità, o tenendo gli ovuli in un freezer nella speranza di fare un figlio con qualche malcapitato racimolato a casaccio a 40 o 50 anni.
Tutto questo sorprenderà forse le transfemministe coi capelli viola o gli accademici che hanno caparbiamente propagandato la favoletta dei “ruoli di genere tradizionali” quali “costrutti sociali arbitrari” atti a trasmettere e perpetuare il potere patriarcale e l’oppressione femminile; non sorprende noi che, con i piedi ben saldi sul terreno e nei risultati delle scienze evoluzionistiche, siamo in grado di ricordare che l’umano è sì un animale sociale, e quindi soggetto alle condizioni sociali, ma anche e anzitutto un animale, con un corpo sessuato, che ha i suoi istinti, le sue pulsioni, le sue spinte motivazionali ben radicate nella realtà naturale, dove uomini e donne possono essere tanto più felici e in armonia tra loro quanto più riconoscono e ascoltano le proprie spinte primarie, per niente cancellate dagli ultimi secoli di evoluzione sociale e tecnologica (che, sulla scala dei mutamenti evolutivi, sono un battito di ciglia) e dal grado di benessere e libertà personale garantito dalle società “occidentali”. Per l’uomo, questa spinta primaria è quella di provvedere alla sopravvivenza e al benessere della propria famiglia e della prole, e poi garantire la protezione e l’avanzamento delle condizioni del proprio gruppo sociale, con il lavoro e col proprio sacrificio, se necessario; per la donna, è anzitutto la maternità, l’accudimento di figli, e poi il benessere e la cura delle proprie cerchie sociali.
I “ruoli di genere”: non un destino, ma una risorsa.
Stiamo dicendo che questi “ruoli di genere tradizionali” devono essere un destino e una condanna immutabile e senza appello? Certamente no: lo erano in un passato ormai remoto in cui le condizioni di natura, o del contesto sociale, imponevano una estrema rigidità in tali ruoli, sotto il rischio della sopravvivenza propria e del proprio gruppo sociale. Grazie all’ingegno umano e alla fatica e al sangue dei nostri predecessori, oggi tutti, uomini e donne, godono di una pressoché totale libertà di scelta e di opportunità di cercare la propria realizzazione come meglio credono: questa è una conquista da celebrare e preservare. Tuttavia, non va confusa – sotto i dettami di certe ideologie velenose – per una realtà trascendente, astratta e universale, che possa prescindere da ciò che siamo a livello profondo, convincendosi così che i “ruoli di genere” siano puri arbitrii inventati da qualche consesso di patriarchi allo scopo di opprimere un genere a danni di un altro, e che si possano ignorare e cancellare, ossia “decostruire” e ricostruire a piacere, senza pagarne alcuno scotto.
Sono meccanismi profondamente radicati nella nostra realtà naturale, legati strettamente ai sistemi cerebrali di motivazione e ricompensa, responsabili della felicità e della piacevolezza della nostra esperienza di vita: ignorando e addirittura demonizzando questi meccanismi, si finisce inevitabilmente per essere tutti più infelici, demotivati, allo sbando, con una denatalità mai vista prima nel mondo occidentale (e che ci porta sulla soglia del rischio di autoestinzione), in una disperata ricerca di sé e di significato che viene cooptata dagli ideologi delle “identità” e dei “costrutti sociali” a esclusivo vantaggio di certe lobby ed élites che lucrano su tali inganni velenosi. La ricerca di sé e di conferire di un significato alla propria esistenza non può prescindere, in passato come oggi, dal recupero e dall’ascolto consapevole della nostra natura di esseri biologici e sessuati, guidati da spinte profonde, la prima e più potente delle quali è la relazione familiare di base e la perpetuazione della specie.