Ci è stato segnalato questo video, dove la nostra fan numero uno, la Senatrice Valeria Valente, dissemina durante un convegno pubblico le proprie femministissime convinzioni parlando della famosa proposta di legge sul consenso “libero e attuale”. La totalità di ciò che dice è facilmente smentibile, in parte con la semplice logica, in parte semplicemente andando a prendere numeri e statistiche ufficiali, cosa che per altro a noi piace fare. Slittiamo allora fino al punto 1.30 del video e ascoltiamo: «noi abbiamo fatto un’indagine», dice la Valente, senza specificare chi siano questi “noi” e di che indagine stia parlando, «il tema sulle denunce è che le donne non denunciano, non che le donne denunciano il falso. Denuncia solo tra il 15 e il 18% e il 64% non parla nemmeno con un’amica di quello che ha subito». Quello della Senatrice è un tema frequente, lo si sente spessissimo sui media e dagli scranni del Parlamento, senza che tuttavia gli si contrappongano domande mirate o numeri reali. Una domanda su tutte: la rete di protezione messa a disposizione delle donne vittime di violenza è, nel nostro Paese, sconfinata. C’è un centro antiviolenza ad ogni angolo, spesso dotato di una propria casa-rifugio, sezioni specializzate nelle Forze dell’Ordine e nelle Procure, per non parlare dei battage di sensibilizzazione sui manifesti, sugli scontrini, nei bancomat, nei negozi, e senza contare le leggi apposite (vedi l’orrida legge sul “femminicidio”). Insomma pare ben strano, con tutto il popò di parastato a disposizione, che addirittura il 64% delle donne vittime di violenza abbia delle remore a denunciare.
Ma poi, è davvero così? Per fare una verifica statistica occorrerebbe prendere le diverse rilevazioni che l’ISTAT elabora dai dati del Ministero dell’Interno. È un lavoraccio perché le rilevazioni sono compartimentate: quelle sulle denunce in generale non tengono conto delle denunce da “Codice Rosso”, che hanno rilevazioni specifiche e dedicate (per poter alimentare meglio l’allarmismo, ovviamente). Inoltre spesso viaggiano su periodicità di aggiornamento diverse, quindi per trovare un allineamento e una normalizzazione dei dati servirebbe un lungo lavoro di raccolta ed elaborazione. In altre parole, questo è un lavoro per l’intelligenza artificiale. Chiediamo dunque a chatGPT, ben sapendo che le IA generaliste hanno la tendenza ad “allucinare” e che dunque le sue risposte andranno prese con beneficio d’inventario e magari ricontrollate nelle fonti che lei stessa per fortuna cita (le riportiamo in fondo all’articolo). Per lo meno sarà già un’indicazione di massima del trend e una verifica della “indagine” di cui parla la Valente. Chiediamo allora a chatGPT di stilarci la classifica dei venti reati più denunciati in Italia, integrando l’elenco con il sesso dei soggetti denunciati. Il risultato, relativo al 2024, è il seguente (mettiamo in giallo i reati ricadenti sotto la disciplina del “Codice Rosso”):
| REATO | TOTALE | UOMINI | DONNE | |
| 1 | Furti | 1.050.000 | 770.000 | 280.000 |
| 2 | Truffe e frodi informatiche | 300.000 | 225.000 | 75.000 |
| 3 | Danneggiamenti | 250.000 | 200.000 | 50.000 |
| 4 | Minacce | 110.000 | 88.000 | 22.000 |
| 5 | Lesioni personali | 70.000 | 60.000 | 10.000 |
| 6 | Reati stupefacenti (denunce) | 55.000 | 49.000 | 6.000 |
| 7 | Rapine | 29.000 | 27.000 | 2.000 |
| 8 | Maltrattamenti familiari | 24.000 | 20.000 | 4.000 |
| 9 | Estorsioni | 25.000 | 22.000 | 3.000 |
| 10 | Ricettazione | 23.000 | 19.000 | 4.000 |
| 11 | Stalking (atti persecutori) | 17.000 | 13.500 | 3.500 |
| 12 | Violazioni informatiche (non frodi) | 20.000 | 16.000 | 4.000 |
| 13 | Violazione di domicilio | 18.000 | 15.000 | 3.000 |
| 14 | Percosse | 17.000 | 14.000 | 3.000 |
| 15 | Violenza privata | 15.000 | 12.500 | 2.500 |
| 16 | Falsità / contraffazioni | 12.000 | 9.500 | 2.500 |
| 17 | Porto abusivo d’armi | 10.000 | 9.000 | 1.000 |
| 18 | Violenze sessuali | 6.500 | 6.200 | 300 |
| 19 | Sequestro di persona | 1.500 | 1.350 | 150 |
| 20 | Omicidi volontari consumati | 320 | 285 | 35 |
In realtà sono milioni
Come si vede, tutti i reati da “Codice Rosso” rientrano nella top-twenty dei reati più denunciati in Italia dei quali, cosa assai poco sorprendente, vengono accusati più uomini che donne. Quante di quelle accuse-denunce vengano presentate da donne non è possibile saperlo, ma se si tratta di violenze sessuali, maltrattamenti in famiglia e, in parte, stalking, è facile immaginare che siano la stragrande maggioranza. Se Sommiamo le denunce per quei reati, raggiungiamo un numero che è sei volte il numero delle denunce per furto, il crimine più denunciato in Italia. Questo con una precisazione importante: i numeri riportati sono denunce presentate all’autorità giudiziaria a carico di uomini o di donne, e non rappresentano il numero di persone denunciate, perché la stessa persona potrebbe essere denunciata per lesioni, stalking e violenza sessuale, tre accuse registrate distintamente dal sistema SDI del Ministero dell’Interno ma ricadenti su un unico individuo. Fatta questa precisazione, il dato rimane: non è vero che le donne non denunciano. Anzi, numeri alla mano, le denunce femminili contro gli uomini sono una vera e propria valanga che travolge il sistema giudiziario e che, com’è ben noto, anche alla Senatrice Valente sebbene faccia finta di non saperlo, finisce in assoluzione piena o archiviazione in una forbice tra il 70% (violenza sessuale) e il 90% (stalking, maltrattamenti) dei casi. Tutte denunce prive di fondamento ovvero, come siamo soliti definirle noi, false.
False, dunque, esattamente come le asserzioni della Sen. Valente. E, si sa, quando si parte da una premessa falsa, le conclusioni non possono che essere ugualmente lontane dalla realtà. Sì, perché, nel prosieguo del suo ragionamento, la Senatrice sostiene che il motivo per cui le donne non denuncerebbero è per le procedure a cui, di conseguenza, vengono sottoposte. «Una donna», dice (corsivi nostri a seguire), «anche nel momento in cui trova la forza di andare a denunciare, viene anzitutto considerata pazza, poi non le credono, poi la mettono sotto torchio, chiedono quanti amanti ha avuto e passano al setaccio la vita di lei. Lui non conta, le sue abitudini, se beve, se è violento, se è sano, tutto questo non rileva, i riflettori sono tutti su di lei con un giudizio di colpevolezza». Sì, lo sappiamo, frasi del genere non meriterebbero nemmeno di essere commentate, se non per chiedersi a quale paese si stia riferendo la Senatrice: forse l’Afghanistan, l’Arabia Saudita, magari l’Iran, certamente non l’Italia. In quel guazzabuglio fantasioso che le esce dalla bocca, però, c’è un aspetto davvero interessante, specie considerando che la Senatrice è anche avvocato. Quel “mettere sotto torchio” la persona che accusa (uomo o donna che sia) si chiama verifica della credibilità, ed è un pilastro del nostro Stato di Diritto, per quel poco che ne rimane. Al centro di un procedimento penale, infatti, c’è l’imputato che, per legge, è innocente fino a sentenza definitiva. Compito dei procuratori (e degli avvocati difensori, naturalmente) è quello di cercare anzitutto prove a suo discarico, oltre che quelle a suo carico.

Un ripasso di Diritto per la Sen. Valente
Dunque non si tratta di “torchiare” la persona accusante. Si tratta di togliere ogni ragionevole dubbio al fatto che la denuncia presentata sia falsa, strumentale o nasconda moventi particolari (registriamo continuamente denunce per stupro fatte per nascondere scappatelle extraconiugali, ad esempio) e dato che il processo in Italia tutela la presunta innocenza della persona accusata, è del tutto normale che si verifichi la credibilità della persona accusante. Ecco insomma che partendo dalla premessa falsa secondo cui “le donne non denunciano” si arriva a suggerire qualcosa di sostanzialmente eversivo: quando è una donna a denunciare, dovrebbero cadere tutte le tutele costituzionali per l’imputato, non dovrebbero essere messe in atto le procedure per verificare l’attendibilità dell’accusante e la condanna dovrebbe essere automatica. Un po’ come nei processi sovietici durante le “purghe staliniane” insomma: il partito accusava e l’accusato, dopo un procedimento farsa, veniva fucilato o mandato in Siberia, punto e stop. Questo è il sogno proibito di chi con il femminismo fa carriera politica, alimenta clientele che a loro volta entrano nell’ampia architettura del parastato alimentato da denaro pubblico. Sia chiaro: noi siamo per l’assoluta libertà di espressione, quindi ci sta benissimo che un avvocato, una senatrice, esprima concetti potenzialmente così eversivi. Ci sta meno bene che non sia mai possibile controbattere apertamente e pubblicamente, con la possibilità di porre sul tavolo dati, fatti e norme costituzionali, il che è l’unico modo per far sì che certe bugie e certe spinte eversive non trovino più spazi all’interno delle istituzioni.
Fonti