I filosofi hanno pensato e dibattuto sulla natura umana in maniera universale, hanno attribuito facoltà e difetti agli appartenenti alla sfera maschile e alle appartenenti alla sfera femminile come se fossero un’unica categoria, uguale e scambiabile da un punto di vista psichico e morale. Per loro l’uomo, inteso come essere umano, è dotato o è mancante di questo o di quello, bisognoso di questo o di quello nella stessa misura, con la stessa percezione e la stessa comprensione del mondo e delle sue relazioni, stesse emozioni e stessa logica. Così si sono comportati, ad esempio, quando hanno parlato della morale e dell’etica Locke, Shaftesbury, Mandeville, Hutcheson, Smith… (argomento già accennato qui). Così hanno fatto tutti i pensatori quando hanno tentato di dare un senso alla nostra esistenza e alla civiltà. La critica femminista ha denunciato però questa lettura parziale e unicamente maschile del pensiero, della storia, della scienza e di tutta la creazione – che è stata, principalmente, un’opera maschile. Per questo motivo la critica femminista ha rimesso tutto in discussione. Necessariamente è quello che dovremmo fare anche noi uomini. Il femminismo ha denunciato la misoginia e la discriminazione che celava questa visione universale. Forse. O forse celava invece una visione troppo indulgente e generosa dell’universo femminile.
Scrive il filosofo Spinoza nell’appendice alla Parte I dell’Etica: «Fra tanti vantaggi della natura dovettero trovare non pochi inconvenienti, come le tempeste, i terremoti, le malattie, ecc., e stabilirono che tutte queste cose accadevano perché gli Dei erano irritati per le offese loro arrecate dagli uomini, o per i peccati commessi nel culto». Citazioni simili si ritrovano in altri autori maschili, preoccupati dalle sfide che la Natura ostile e selvaggia poneva alla sopravvivenza. Si tratta di un pensiero attribuibile a tutti gli esseri umani o specifico del pensiero maschile? Raramente le donne hanno sollevato nei loro scritti una tale preoccupazione, semmai è venuta sollevata. Questi «inconvenienti» da risolvere non erano incombenze immanenti delle donne, ricadevano sui compiti maschili: «…la creazione, la costruzione, la difesa, la sopravvivenza, non appartengono al mondo della donna né alla narrazione femminista. In questa narrazione, la donna si trova a vivere in un mondo già costruito, già “fatto”: il raccolto è già raccolto, i terreni dissodati, le strade battute, le spezie arrivate dal Lontano Oriente, i ponti innalzati, gli stati costituiti, le case fabbricate, le cattedrali erette, le nazioni difese, le reti idrauliche e i canali di irrigazioni costruiti. I bisogni primari, la fame, la sete, il freddo, le difficoltà fisiche, le condizioni lavorative e i rischi di infortunio e di morte sempre in agguato in molti mestieri, sono per lo più argomenti trascurati, sorvolati, quasi non riguardassero le donne (…). Il mondo storico della donna è il mondo problematico delle relazioni (socializzazione) e dei sentimenti, dell’oppressione, della reclusione, della subordinazione: il parto, la filiazione, l’eredità, la prostituzione, il matrimonio (importantissimo!), l’adulterio, il divorzio, la verginità, la religione, il sesso, l’amore, la vedovanza…» (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, pp. 112-113). In effetti, vi sfido a trovare testi femministi che si intrattengono ad analizzare la lotta della donna contro le avverse e ostili condizioni della Natura.

Sopravvivenza femminile? Dovere dell’uomo
La sopravvivenza femminile è sempre ricaduta sulle competenze maschili, anche per le donne. I problemi immanenti delle donne sono state – almeno per le femministe – i problemi relazionali (la libertà, l’autorealizzazione, la felicità…). “Il personale è politico”, recita uno tra i più famosi slogan femministi. Cosa c’è di “personale” nei terremoti, nelle tempeste, negli animali selvaggi…? Nulla. Lo slogan rispecchia il modo diverso di pensare e di concepire il mondo, il mondo interiore sul quale gira la realtà femminile. Una contrapposizione tra il mondo esterno maschile, pieno di difficoltà (tempeste, terremoti…) da risolvere e riversato sulla collettività, e un mondo interno femminile ripiegato su se stesso. Come ho già scritto (qui) questo spiega perché, ad esempio, il modello cristiano maschile più elevato da emulare è Gesù Cristo, un uomo che abbandona tutto per servire gli altri e si lascia torturare per la salvezza di tutti, mentre il modello cristiano femminile più elevato da emulare è Maria, madre di Cristo, che ha come unico compito quello di riguardarsi e riguardare suo figlio. Anche i due personaggi universali della letteratura, Don Chisciotte e Madame Bovary, rispettano questa asimmetria. Entrambi perdono il senso della realtà leggendo romanzi di fantasia: il primo per servire gli altri, la seconda per essere servita. Don Chisciotte è un prodotto del romanticismo eroico che mette al centro del suo agire la felicità altrui, Madame Bovary è un prodotto del romanticismo passionale che mette al centro del suo agire la propria felicità. Due sistemi del mondo contrapposti (esterno / gli altri) (interno / io).
Nel suo capolavoro Dei delitti e delle pene (1764) scrive Cesare Beccaria: «Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie». Di nuovo, testi simili si trovano senza grande difficoltà tra gli autori maschili. L’uomo s’assume la responsabilità del mantenimento e del benessere della compagna, così come prima si assumeva la preoccupazione e la responsabilità del benessere collettivo. La domanda è: dove si trovano testi simili di autrici storiche dove si assumono la preoccupazione e responsabilità del mantenimento del compagno? È evidente che se gli uomini e le donne vivono in due universi soggettivi diversi, concepiscono la sopravvivenza in maniera differente – come abbiamo già visto (qui), salvo per i figli le donne tendono a metterla al primo posto, gli uomini prediligono invece la sopravvivenza del gruppo familiare ma anche quella di sconosciuti e, in qualsiasi caso, quella di qualsiasi donna o bambino –, se possiedono due rappresentazioni differenti del mondo, che a volte intersecano ma a volte no, vuol dire che la loro guida morale, il comportamento agito e il sacrificio speso sarà diverso. Sotto questa prospettiva tutto cambia, e ogni concetto dovrebbe essere riesaminato. Prendiamo, ad esempio, lo Stato.
Il germe della morale
Qual è l’origine dello Stato? Si tratta di una domanda ricorrente che si sono posti i filosofi. Secondo Spinoza e secondo Hobbes, nella condizione prepolitica ed eslege dell’umanità – nella Natura – ciascuno ha diritto a «tutte le cose che può» dove l’unico limite è la sua potenza. Se “il pesce grande mangia il pesce piccolo non fa che seguire le regole della sua natura, in cui non rientrano il giusto e l’ingiusto”. La vita nello stato di natura non viola alcuna norma morale, ma è pericolosa e miserevole, e naturalmente lo è di più per chi possiede meno potenza. Secondo i filosofi, gli uomini allora si accordano per instaurare una regola comune di vita: nasce così lo Stato, e con questo, aggiungo io, nascono le norme morali e le leggi che lo regolano. Perché il patto sia rispettato, ognuno deve rinunciare all’esercizio arbitrario della forza, affidandolo al potere comune, che la esercita in modo coercitivo per tutti. Quest’essenziale ragionamento che spiega, secondo i filosofi, l’origine dello Stato, cioè della civiltà, sarebbe plausibile se tutti, uomini e donne, avessero posseduto la stessa potenza, ma non era così: erano forse tutti pesci della stessa grandezza? Prima della nascita di qualsiasi Stato doveva sorgere, necessariamente nell’immaginario di tutti, la tutela delle femmine. La nascita dello Stato rappresenta solo il secondo stadio della creazione della civiltà.
Il sesso svolge naturalmente un ruolo di primo ordine. In maniera molto generica e molto succinta, ad un certo punto dell’evoluzione degli esseri umani il coito coercitivo – eufemismo che adoperano gli etologi al posto di stupro –, così come viene esercitato da innumerevoli specie di animali, anche tra i primati, smise di essere un atto libero ed esercitato a volontà dai maschi, in forza alla loro potenza, per diventare un atto moralmente riprovevole, tanto per le femmine che si lasciavano prendere senza fare resistenza, come per i maschi che le prendevano a volontà. Da libero e disponibile a volontà, in forza alla potenza maschile, il rapporto sessuale diventò quindi un bene scarso, quasi proibito, moralmente giudicabile, e acquisì un valore per le donne da scambiare – in cambio di mantenimento e protezione maschile. Questo radicale mutamento seminò il germe della morale, del bene e del male, e dell’istinto del cavaliere nell’uomo. Questa rivoluzione copernicana rappresenta il primo mattone nella costruzione della civiltà. In che modo le donne, che non possedevano la potenza fisica, abbiano potuto sottomettere gli uomini alla loro volontà in base a un semplice giudizio morale e abbiano potuto indurre gli uomini a mantenerle e a proteggerle, e per quali motivi gli uomini, ai quali era stato concesso dalla Natura la potenza e un evidente privilegio sulle femmine, abbiano deciso volontariamente di rinnegarne, a proprio danno e senza ottenere nel cambio alcun tangibile vantaggio, è una questione molto complessa, da sviluppare, che non fa parte di questo intervento. Resta il fatto che, solo dopo che le donne avevano risolto il loro “problema” e conquistata la tutela degli uomini, gli esseri umani si sono accordati per combattere una Natura ostile, «pericolosa e miserabile», e fare in questo modo vita in comune. La creazione dello Stato è stato, per logica, uno stadio successivo.

Un sistema costruito sul femminile
Il discorso di Hobbes o di Spinoza sull’origine dello Stato può essere certo nella sua essenza, ma c’è un diverso grado di bisogno dell’esistenza di uno Stato tra gli uomini e le donne. Logicamente gli individui più deboli desiderano uno Stato forte e quasi onnipresente che regoli tutto, mentre gli individui più forti preferiscono uno Stato ridotto. Queste asimmetrici desideri si riflettono anche nelle esigenze femminili e maschili. Le donne esigono uno Stato forte (nello Stato di welfare, lo Stato collettivo ha sostituito il ruolo dell’uomo nel nucleo familiare). Il femminismo si comporta in questo come la nuova religione di Stato, è una fonte inesauribile di nuovi precetti e regole morali che mirano a modificare il comportamento degli uomini (come sedersi, pisciare, trattare le donne, occuparsi dei figli, lavorare a casa, ecc.) e tendono a fissare stabilmente nei codici mediante norme e leggi (catcalling, stalking, quote…). L’attuale moltiplicazione delle norme dei codici penale e civile è una conseguenza di questa natura femminile, che esige benessere, sicurezza e protezione, anche a costo di limitare la libertà maschile. Quindi una parte consistente dei codici è redatta allo scopo di proteggere le donne e tutelare i loro interessi, cioè a punire gli uomini e limitare i loro interessi. Nessun uomo, ad esempio, ha richiesto norme per combattere le molestie o il catcalling. Questo spiega in parte la predominante popolazione carcerata maschile.
L’esempio più evidente emerge nei procedimenti di separazione. Un’infinità di norme e sentenze, che nessun uomo ha mai richiesto, per gestire l’ovvietà di due adulti che si separano e ognuno porta con sé quello che è suo. Un atto semplicissimo reso un inferno da tutte le regole e norme che mirano a tutelare le donne: mantenimento, assegnazione della casa, assegnazione della colpa e violenza pregressa nel corso degli anni, ecc. Migliaia di regole e norme volute dal femminismo durante la conquista del divorzio. Un sistema voluto e creato principalmente da e per le donne. In conclusione, diventa indispensabile la consapevolezza della parzialità dei fini perseguiti dallo Stato, costruito in teoria appositamente a beneficio di tutti, ma interessato invece in gran misura a difendere l’incolumità del corpo femminile e a tutelare il benessere della donna. Sarebbe ora di esaminare quanto di quel diritto pubblico, che viene fatto passare come strumento a garanzia di un’apparente giustizia universale, sia in realtà diritto unicamente a beneficio della donna e a danno dell’uomo.