Nel Libro II, Capitolo V (Del diritto di vita e di morte) de Il Contratto sociale Jean-Jacques Rousseau affronta il paradosso per cui i cittadini, per conservare la propria vita, devono accettare il rischio di morire per lo Stato. Scrive il filosofo: «…il trattato sociale ha come fine la conservazione dei contraenti. Chi vuole il fine vuole anche i mezzi e questi mezzi sono inscindibili da qualche rischio, e anche da qualche perdita. Chi vuole conservare la propria vita a spese degli altri deve anche darla per loro, quando occorra». In breve, in guerra il cittadino può sentirsi ordinare di rischiare la propria vita, e anche di morire, per la salvaguardia di quello Stato nel quale, con il contratto, era entrato per garantire la propria vita. La difesa dello Stato sta per… la difesa degli altri concittadini. Come tutti sappiamo, lo Stato non tratta tutti i cittadini allo stesso modo. Lo Stato non esige dalle donne, come fa per gli uomini, di accettare il rischio e di offrire la vita a difesa di quello Stato dal quale esigono ogni tutela e pretesa. Vale a dire, adoperando la stessa formula che adopera Rousseau, le donne vogliono il fine senza dover essere sottoposte agli stessi mezzi. Siamo a dirimere su una questione che non è per niente banale, ma fondativo dello stesso concetto di Stato.
Non bisogna essere un genio per evidenziare la profonda e scandalosa ingiustizia che è vigente da decenni in ogni Stato occidentale: per lo Stato ci sono due classi di cittadini, i cittadini di serie A, tutelati ed esentati da rischiare a difesa dello Stato, e i cittadini di serie B, costretti a rischiare e a morire per lo Stato. Un’asimmetria vergognosa. A sostenerlo non è Santiago Gascó Altaba, ma Jean-Jacques Rousseau. Forse l’opinione del sottoscritto non basta, poco autorevole e troppo schierato sulla questione maschile, mi permetto quindi di fare uso del principio di autorità. Preme ricordare che Rousseau è considerato uno dei padri fondatori della democrazia moderna, autorevole pensatore, studiato in ogni scuola superiore dell’Occidente. Quest’autore che, ribadisco, viene letto con la deferenza dovuta in ogni scuola dell’Occidente, afferma quello che è sotto gli occhi di tutti: è vergognoso e inaccettabile che alcuni contraenti siano esentati dall’adempimento degli obblighi del contratto sociale, al contrario di quello che succede al resto dei contraenti. Sarebbe interessante capire per quale motivo, durante le lezioni impartite sul pensiero di Rousseau in ogni scuola superiore dell’Occidente, non viene mai affrontato e discusso questo evidente paradosso. Non credo che dipenda dalla sua complessità, la questione è talmente semplice da essere alla portata di comprensione di un bambino. Eppure, come ho già detto, questa questione non viene mai sollevata a discussione nelle aule accademiche.

Rousseau e la discriminazione maschile
Il testo di Rousseau lascia un’altra amara riflessione. Per decenni in Occidente è stata glorificata in ogni dove la conquista del voto delle donne. Anche nelle aule delle scuole. Vengono prodotti film, documentari e organizzati anniversari dove partecipano le cariche più prestigiose, dai premi Nobel ai presidenti dell’ONU o della Repubblica, per commemorare questo lieto e, in qualche modo, riparatore avvenimento. In questa conquista, le donne svolgono il ruolo di sofferte e ingiuste vittime, gli uomini per converso il ruolo dei prepotenti oppositori. Secondo la narrazione dominante, promossa per decenni, gli uomini avrebbero prevaricato a danno delle donne, impedendo loro di votare. Il pensiero di Rousseau smentisce completamente questa interpretazione della Storia e la capovolge. Secondo questo pensiero, risulta discriminatorio e incomprensibile che, da decenni, le “contraenti” femminili abbiano potuto vantare il diritto di voto senza aver dovuto spendersi negli obblighi che il contratto sociale impone, alla stessa maniera che vengono imposti agli uomini. Di conseguenza, bisogna con coraggio smascherare la decennale e scandalosa campagna manipolatoria messa in atto dai poteri e dalle istituzioni pubbliche, dove la realtà propagandata risulta in verità capovolta, secondo il pensiero di Rousseau: sono invero gli uomini ad essere discriminati da decenni e le donne a vantare un privilegio ingiusto nell’esercizio del diritto di voto. Tutte le campagne e commemorazioni organizzate finora hanno quindi promosso un’idea falsa, perché la situazione è, da decenni, perfettamente capovolta, e, per quanto possa sembrare incredibile, è stata così anche durante gli anni più furenti di promozione e diffusione dell’ideologia femminista e di denuncia della condizione femminile. La realtà è e resta, sostanzialmente, capovolta: su questo punto (il diritto di voto e la controprestazione dovuta), sono gli uomini che sono e sono stati discriminati, non le donne. Il pensiero di Rousseau, innalzato ufficialmente negli ambiti accademici a pietra miliare del progresso democratico nel mondo, viene misteriosamente ignorato e sorvolato proprio su questo punto specifico.
Tenuto conto di questa inversione del giudizio nella lettura degli eventi storici, non può non sorprendere l’ipocrisia del movimento femminista allorché fa certe denunce, ad esempio il sessismo nascosto sotto il termine di “patria”. Perché la patria si chiama patria e non “matria”? Secondo l’ideologia femminista, l’esistenza del termine “patria” (etim. pater) sarebbe l’ennesima dimostrazione del sessismo del linguaggio a danno delle donne. Evidentemente nelle menti delle femministe non affiora neanche lontanamente l’idea che il termine possa essere stato originato come riconoscimento del prevalente contributo maschile, come costruttori di civiltà e delle nazioni, allo stesso modo che parliamo di lingua materna – e non paterna – come riconoscimento del contributo femminile nella trasmissione della lingua (e, quindi, anche del suo presunto sessismo, aggiungo io). I padri della patria sono i grandi costruttori delle caratteristiche materiali e spiritali della patria, modello di riferimento per tutti gli altri concittadini. Tra le prodezze da emulare si trova, naturalmente, il generoso sacrificio che questi padri erano disposti a spendere a beneficio della collettività, anche a rischio di perdere la vita. Ora, come possono le femministe indignarsi dell’esistenza del termine “patria”, invece di “matria”, se storicamente le donne non sono state disposte a sacrificarsi, salvo contate eccezioni, a beneficio della comunità, e non lo sono nemmeno ora, oltre due secoli dopo il pensiero di Rousseau, e oltre un secolo – non in Italia, ma sì in altri paesi come nel Regno Unito o negli Stato Uniti – dopo la conquista del diritto di voto femminile? Non hanno forse le femministe, sollevando certe istanze – come il sessismo del termine “patria” –, il senso della vergogna?
Gli universi morali di uomini e donne
Tutti abbiamo bisogno di eroi, non solo i bambini, eroi disposti a morire per una nobile causa. Per questo motivo gli eroi meritano la nostra più alta stima. Anche lo Stato ha bisogno di eroi, anzi esige dai suoi cittadini il diventarlo. Ed è proprio qui, su questo punto, quando ci accorgiamo di quanto sia sbagliato conferire al mondo del pensiero, al pensiero di Rousseau e di tutti i filosofi che hanno riflettuto in qualche modo sul diritto di voto e sul dovere di difesa, un valore universale. Nell’universo dei valori degli uomini e delle donne, quanto vale la pena morire per una nobile causa? Quanti uomini sono disposti a morire per una nobile causa? Quante donne sono disposte a morire per una nobile causa? Quanti uomini e quante donne sono disposti a sacrificare la propria vita in difesa di un estraneo? Nello specifico, tra i sessi, quanti uomini sono disposti a morire per una donna e quante donne sono disposte a morire per un uomo, al di là che si tratti di una persona conosciuta o sconosciuta? Se l’idea di salvare una donna in pericolo, a rischio della propria vita, è un’idea abbastanza forte e motivante nell’uomo, frutto dell’istinto del cavaliere, quasi fosse una forza inarrestabile che sorge dal più profondo dell’essere maschile, un demone irrazionale che si impadronisce dell’uomo e fa carta straccia del suo istinto di sopravvivenza, e lo spinge ad azioni che a nessun buon senso verrebbe in mente di assecondare, non si può dire altrettanto della donna nei confronti dell’uomo. Nelle donne l’istinto di sopravvivenza è inoppugnabilmente più marcato e tende a sovrastare su qualsiasi altra considerazione. La stessa forza che spinge l’uomo a salvare a proprio rischio una donna in pericolo, anche quando si tratta di una sconosciuta, spinge l’uomo a combattere e a morire per una nobile causa, a beneficio di tutti. Lo stesso istinto di conservazione che trattiene la donna di salvare a proprio rischio un uomo in pericolo, la trattiene quando si tratta di imbarcarsi in operazioni rischiose, anche quando si tratta di una nobile causa.
Argomenti già trattati (qui), che impongono una riflessione anche sul giudizio morale e la sua universalità. Chi rifiuta di rischiare la vita per una nobile causa, o per salvare qualcuno, è una persona ignobile? È questo un parametro morale universale, estensibile a tutti, uomini e donne? Hanno le donne il diritto di essere codarde, di non rischiare? Se gli uomini sono maggiormente predisposti a morire per le donne, più di quanto le donne lo siano per gli uomini, come dobbiamo giudicare moralmente questo fatto? Sono le donne, in genere, essere ignobili, almeno più di quanto non lo siano gli uomini? Come dobbiamo giudicare il fatto che, da decenni, le donne possono decidere e decidono le guerre da combattere, tramite il voto, e, senza alcun scrupolo, mandano a morire gli uomini, senza che tutto ciò generi in loro alcun dilemma morale? La sopracitata condizione proclamata da Rousseau, è rivolta a tutti, agli uomini e alle donne, o soltanto agli uomini? E se la premessa non è rivolta alle donne, come è possibile allora estendere a loro il diritto di voto? Devono forse uomini e donne essere trattati in maniera diversa, perché sono diversi (e vivono quindi in universi morali diversi)? Domande complesse e di fondamentale importanza, alle quali cercherò di dare una risposta nei prossimi interventi.