Parliamoci chiaro: nei tribunali d’Italia basta trovarsi sul lato sbagliato di una denuncia per trasformarsi da cittadino a “mostro” nel tempo di una breaking news. E la sanità mentale collettiva gira a mille soltanto quando si tratta di aggiornare le statistiche: chi finisce nella spirale giudiziaria ci resta, anche se assolto anni dopo con formula piena. La cronaca è chiara, la tutela dell’innocente è spartito per nostalgici, il processo conta meno dei titoli sui social. Prendiamo la farsa di Bagheria: un’accusa di stalking parte lancia in resta contro sindaco, vicesindaco e assessore. Nove anni e l’ovvio emerge: nessun reato, accuse da manuale dell’aria fritta, assoluzione piena persino richiesta dalla Procura (link). E intanto, il marchio resta. Non solo, la storia si ripete a Ferrara, dove un uomo condannato in prima battuta per presunti abusi sulle figlie della convivente ottiene giustizia solo in Appello, perché solo lì qualcuno si degna di leggere le prove della sua innocenza (qui). Il vero miracolo? Le statistiche rimangono gonfie, nessun dato distingue invenzione e realtà, mentre la vita dell’uomo scompare nel tritacarne delle narrazioni a senso unico.
Le false accuse non distinguono tra attori e spettatori. Ogni giorno nei tribunali italiani si consuma la stessa pantomima: basta che una donna “si senta” perseguitata e scatta il divieto di avvicinamento, le manette e—immancabile—il braccialetto elettronico che impreziosisce i titoli indignati. Emblematico il caso dello stalking a La Spezia, dove un padre cerca notizie sul figlio dopo la separazione e viene accusato; assolto in aula, la vita sociale e la reputazione si sono comunque frantumate nel frattempo (qui). Stesso film a Modena, e a Marsala perfino nel mondo degli illusionisti a Mantova: denuncia, restrizioni, gogna pubblica, assoluzione. Ma le statistiche, quelle sì, rimangono scolpite nell’albo d’oro della “violenza di genere”, a prescindere dal verdetto.
Accuse facili, tribunali ingolfati: la statistica come mantra del disastro maschile
Il copione si fa inquietante con il Codice Rosso, il grimaldello usato alla leggera nei tribunali, anche senza prove: un pizzico di astio, una spolverata di rancore e scatta il linciaggio giudiziario mediatico. A Palermo, tre anni di inferno per un marito spedito a braccialetto e figli lontani, assoluzione totale dopo che la moglie aveva costruito la montagna d’accusa sul nulla (la storia qui). Stesso copione a Castelbuono, dove la denuncia si sgonfia senza nemmeno un indizio (link), e ad Avellino con bonifici alla mano ignorati pur di mantenere il protagonista maschile nel banco degli imputati (qui). Non fa eccezione Rimini: accuse a raffica, misure cautelari a orologeria, ma la verità la dicono i testimoni: l’uomo reagiva agli attacchi della moglie, altro che carnefice (qui). Da Vibo a Treviso (caso Vibo, caso Fonte), la commedia farsesca delle denunce si regge su traduzioni sbagliate, traumi inventati, testimoni farlocchi: assoluzione finale, ma la storia ormai ha devastato chi stava dall’altra parte della barricata.
Il miracoloso moltiplicarsi della “violenza di genere” viaggia spedito fra sottufficiali della Marina accusati da ex coniugi (Agrigento), tragedie psichiatriche strumentalizzate a Milano (caso Milano), e accuse evaporate tra statistiche granitiche a Mantova (caso Mantova). Maltrattamenti liquidi, percezioni soggettive, litigi adulti trasformati in storie di orrore (da Messina a Gela fino alle chat di Lecce): lo storytelling dominante si fonda sulle emozioni, non sui fatti. Dieci anni di inferno per “reati” fumosi (Cremona), mentre la carta “maltrattamenti” diventa scorciatoia giudiziaria nelle dispute di denaro (Avellino), e anche il tentativo di vedere la propria figlia basta a innescare l’inferno (Ascoli). Rivolgersi ai tribunali diventa sport nazionale: da Reggio Emilia con la rapina fantasma (qui), alla comicità dei non pagatori d’hotel col copione già scritto (Cesenatico), ogni accusa serve a gonfiare la statistica e svuotare la vita degli uomini. Il sistema, in fondo, funziona così: la #falseaccuse sono l’emergenza che nessuno vuole contare, la vera epidemia di cui nessuno si occupa.