Lo scorso maggio la Società Italiana di Pediatria (SIP) e l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) hanno presentato all’81° Congresso Italiano di Pediatria il testo “Oltre lo sguardo: Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente”. Lo scopo dichiarato è «offr(ir)e ai pediatri – ma anche a genitori, insegnanti ed educatori – strumenti scientifici, culturali e relazionali per accompagnare bambini, adolescenti e famiglie nella complessità delle esperienze legate all’identità, all’affettività e alle nuove configurazioni familiari». Ma come vedremo, di “scientifico” c’è ben poco. Come per le innumerevoli iniziative simili di “formazione” (indottrinamento) alle dottrine femministe e arcobaleno che vengono portate avanti ad esempio per il personale scolastico, nelle istituzioni pubbliche, e in molti altri ambiti, anche qui si punta a “formare” (indottrinare) i pediatri italiani agli articoli della fede gender e a concetti, simboli, linguaggi relativi – e siccome i pediatri, nel nostro quadro normativo, si occupano dei bambini dalla nascita fino ai 6 anni (e facoltativamente dai 6 ai 14), quale sarà mai l’obiettivo ultimo di tale “formazione” (indottrinamento)?
Una prima, fondamentale affermazione ben poco scientifica è a pag. 4 dove leggiamo (corsivo nostro qui e nel seguito): «L’assistenza ai giovani con identità di genere e orientamenti sessuali minoritari (LGBTQIA+) è diventata argomento di grande interesse […] Le evidenze scientifiche degli ultimi quarant’anni hanno condotto alla depatologizzazione di queste condizioni». Non è così: come ormai ampiamente ricostruito e documentato da molteplici fonti, il movimento per “depatologizzare” il “disturbo dell’identità dell’integrità corporea”/“disforia di genere” (cioè la condizione di disagio psicologico verso il proprio sesso di nascita, unita spesso al desiderio di “cambiare sesso”) non si è affatto basato sulle evidenze scientifiche bensì su un percorso di rafforzamento circolare di linee-guida e dichiarazioni dalla natura primariamente politica e ideologica, a partire dagli Standards of care 6 del 2006 emanati dal WPATH (la gilda di professionisti del settore, al centro di una recente serie di scandali di portata epocale che ne ha minato decisivamente la credibilità). Si è parlato in merito di un vero e proprio “cartello di autoreferenzialità” in cui una teoria o una serie di affermazioni viene presentata come attendibile e “scientifica” soltanto grazie al fatto che viene ripresa e fatta propria da molteplici istituzioni internazionali che si citano reciprocamente, creando una “facciata di consenso scientifico” senza sostanza. Ma come una volta ebbe a dire Piero Angela, cosa è scientifico non si decide per alzata di mano e questo vale anche per la pediatria: più che il consenso politico di innumerevoli enti e istituzioni, conta l’evidenza reale, verificata tramite protocolli precisi di indagine. E l’evidenza, come attestato da tutte le principali reviews, dalla Cass britannica a quella dell’HHS statunitense passando per quelle di altri paesi europei, indica piuttosto l’opposto: le tesi gender poggiano su basi scientifiche insufficienti e di scarsa attendibilità, e l’approccio “affermativo” porta sul lungo termine a risultati neutri o addirittura peggiorativi per il paziente, al punto che gli autori di tali revisioni suggeriscono piuttosto la ripresa di approcci più cauti e olistici sui pazienti con “disforia” (specie se adolescenti) e una “ripatologizzazione” di tale condizione, non certo per la volontà di stigmatizzare chi la vive, bensì proprio perché possa essere garantito un corretto approccio di accompagnamento e di cura.
Il ruolo della pediatria nelle strategie LGBTQIA+
Su queste stesse fragili basi, la guida rivolta all’ambito della pediatria italiana da SIP e ACP afferma a pag. 5: «Le persone con identità di genere e orientamenti sessuali minoritari non sono casi clinici … sono bambini, adolescenti e giovani adulti che vivono e si sviluppano nonostante contesti sociali complessi e a volte ostili a forme non binarie di identità». Il termine “identità” così viene definito a pag. 6: «L’identità è l’insieme delle caratteristiche specifiche fisiche, psicologiche, culturali e della propria storia che rendono l’individuo unico, coerente nel tempo e inconfondibile, ossia diverso da qualsiasi altra persona». Ma se le caratteristiche fisiche sono in massima parte innate, quelle “psicologiche”, “culturali”, e la propria “storia” non possono, per ovvie ragioni, essere già presenti nei bambini appena nati o di pochi anni di età, e per giunta sono estremamente mutevoli, per cui una persona può essere a cinquanta o sessant’anni estremamente differente per “storia”, “cultura”, e “caratteristiche psicologiche”, rispetto a com’era a venti o trent’anni, senza alcuna “coerenza nel tempo”. E infatti la guida prosegue: l’identità «si sviluppa dall’interazione di fattori biologici, psicologici e socioculturali», e se “si sviluppa”, non può essere un unicum dato una volta e per sempre, “coerente nel tempo e inconfondibile”. Un’altra contraddizione si trova nel fatto che in questa “identità profonda” unica, inconfondibile e coerente nel tempo gli estensori della guida per la pediatria comprendono l’“orientamento sessuale-affettivo” (p. 6) definito come «l’attrazione emotiva e/o fisica verso altre persone», salvo poi ammettere più avanti che «In epoca pre-puberale o nella prima adolescenza, l’attrazione non è pienamente definita per tutti: in uno studio condotto su giovani di 7-14 anni, il 34% dichiara di non aver ancora provato attrazione. In seguito, l’attrazione emerge in modo più chiaro. È importante sottolineare che l’orientamento è caratterizzato da fluidità ed evoluzione nel tempo». Quindi, in che senso questo aspetto dovrebbe far parte della “identità profonda” inconfondibile, unica e coerente nel tempo? E soprattutto, se è vero che l’attrazione non è definita prima dei 14 anni e che l’identità “si sviluppa” nel tempo, perché la guida dedica due pagine (12-13) al “coming out” (l’atto di rivelare il proprio “orientamento sessuale” o la propria “identità di genere” ad amici e parenti) e al “ruolo della pediatria” in esso?
È evidente che si vuole spingere anche nella pediatria la concettualizzazione antiscientifica del “bambino arcobaleno”, cioè l’idea che i bambini molto piccoli (già sotto i 6 anni) abbiano una loro “identità profonda” nel ventaglio abcdefghi+, già ben definita e fissa, immutabile. Anzi, da non tentare di influenzare o mutare a nessun costo: non manca infatti una parte dedicata alle atroci “terapie di conversione” (in realtà una manipolazione ideologica che abbiamo smontato qui e qui) né lo spauracchio della “ideazione suicidaria” come conseguenza di “reazioni oppositive” dei genitori all’“orientamento sessuale/espressione di genere” dell’ “adolescente LGBTQIA+” (p. 8), reazioni che il pediatra avrebbe il dovere di scongiurare in ogni modo. In merito all’influenza negativa che modelli e esempi “tradizionali” avrebbero sullo sviluppo dei bambini, leggiamo ancora (pp. 10-11): «Che cos’è il ruolo di genere? È il complesso di norme sociali e comportamentali considerate appropriate per persone di un determinato genere in una certa cultura (lavoro, compiti familiari, ecc.). Queste aspettative, influenzando ciò che viene percepito come “adeguato” per maschi o femmine, modellano comportamenti e scelte fin dalla prima infanzia. Cosa sono gli stereotipi di genere? Sono rappresentazioni semplicistiche e generalizzate che attribuiscono rigidamente qualità, comportamenti o preferenze in base al genere. … Trasmessi automaticamente nei diversi contesti di vita (famiglia, scuola, sport) e interiorizzati molto presto, influenzano profondamente lo sviluppo dei bambini, limitandone la libertà di esplorare capacità e interessi». Ricapitolando: ruoli di genere e stereotipi legati alle idee di maschile e femminile “tradizionali” hanno il potere di modellare comportamenti e scelte, vengono trasmessi automaticamente, vengono interiorizzati subito, influenzano lo sviluppo e limitano la libertà; invece ogni tipo di indottrinamento arcobaleno sulle “identità di genere” e gli “orientamenti sessuali”, infilato dovunque dalla scuola alla famiglia e pure nell’ambulatorio del pediatra, non ha e non può avere nessun tipo di influenza o impatto sul modo in cui bambini e adolescenti penseranno, si percepiranno, si comporteranno… ovvio, no? Stupidi noi a porci il dubbio.

Una pediatria senza basi scientifiche
Alle pp. 24-25 gli estensori della guida invitano quindi gli operatori di pediatria che aderiscono a tale “innocua” fede, a segnalarla tramite l’uso di simboli e linguaggi specifici anche nei propri ambulatori, come «vetrofania o poster che indichi l’ambulatorio come “spazio sicuro” (es. logo con arcobaleno)», «disponibilità in ambulatorio di brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere», ovviamente «bagno neutro rispetto al genere», «Domande aperte e neutre: es. invece di “Che lavoro fa il papà?”, chiedere “Che lavoro fanno i tuoi genitori?”», «Rispetto dei pronomi: chiedere con delicatezza ai pazienti adolescenti: “Come preferisci che mi rivolga a te?” e annotare chiaramente la risposta». E, dulcis in fundo, «Validare le emozioni e le esperienze dei pazienti e dei genitori senza giudizio»: questa è pura scienza, infatti compito del dottore non è valutare in modo oggettivo lo stato di salute e le eventuali patologie e curarle a prescindere dalle convinzioni, credenze e ubbìe del paziente, ma assecondare le sue “emozioni ed esperienze” “senza giudizio”… Ma, si dirà, se questa guida per la pediatria è un tale concentrato di ideologia e affermazioni poco o per nulla scientifiche, com’è possibile che sia stata emanata da enti come la SIP e la ACP? In realtà gli estensori del documento sono due gruppi di lavoro interni a tali enti. Per la SIP, ha collaborato alla guida il “Gruppo di Studio I Diritti dei Bambini” che tra i propri obiettivi include «Ci sono inoltre nuove sfide sino a oggi poco considerate come ad esempio l’identità di genere o le mutilazioni genitali che il pediatra deve conoscere e saper affrontare […] Il Gruppo nasce dall’esigenza di assicurare a tutti i bambini che i loro diritti non vengano calpestati in alcun modo», si parla quindi di un obiettivo politico/morale, non certo scientifico, e dipende poi da cosa ci si mette dentro a questi “idiritti” che non devono essere calpestati “in alcun modo”.
Per l’ACP, il gruppo “Pediatria di Genere”, che sul proprio sito afferma di mirare, tra gli altri, ai seguenti obiettivi: «Capire se gli stili educativi in famiglia già a partire dai primi anni di vita, possano essere determinanti, e quanto, nell’ingabbiare maschi e femmine in ruoli rigidi che poi portino a tutte le problematiche mediche e sociali evidenti in adolescenza (bullismo, abuso di alcool e droghe, maltrattamenti psico-fisici, abbandono scolastico, tentati suicidi, ecc). Formarci per essere vicino alle famiglie con bambini e adolescenti, in particolare coloro che manifestano espressioni di genere (interessi e comportamenti), orientamento sessuale e identità di genere “non conformi” a quanto socialmente considerato “standard” in base al genere di appartenenza alla nascita». C’è insomma anche qui la professione di fede in tutti i dogmi centrali dell’ideologia dei “generi”. E non sorprende pertanto che tra gli “strumenti” con cui il gruppo dichiara di voler perseguire questi obiettivi, sia dichiarata la collaborazione con AGEDO “associazione di genitori, parenti, amiche e amici di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans*, +”. Né che tra i partecipanti ai due gruppi vi siano soggetti che si sono fatti notare per il proprio attivismo femminista/arcobaleno. Come Patrizia Seppia, tra le relatrici di un incontro di formazione per i ragazzi delle scuole superiori “Contro la violenza di genere” dove queste «in qualità di professioniste, hanno offerto spunti (“pillole” di conoscenza) su diversi aspetti del fenomeno, come statistiche di femminicidi, identità di genere, violenza, prevenzione e aspetti legali». O Chiara Centenari (membro di entrambi i gruppi), collaboratrice presso “L’Approdo Centro Ascolto LGBTQI+” di Arcigay Livorno e altre associazioni arcobaleno che lo gestiscono, e socia dell’associazione “Famiglie Arcobaleno”: diverse testate e anche il canale tv Real Time raccontarono in toni agiografici il momento in cui Centenari e la sua compagna coronarono il “sogno” della “genitorialità”, con la prima figlia ottenuta tramite fecondazione assistita con donatore esterno a Barcellona (la pratica è tuttora illegale per coppie omosessuali in Italia), “avventura” poi bissata con una seconda figlia. Insomma, come direbbe Fantozzi, già solo guardando questi elementi potrebbe sorgere un lecito “leggerissimo sospetto” che gli intenti di questi gruppi di lavoro e di questa guida non siano proprio del tutto “neutri e scientifici”. A scapito della cosa più importante: il benessere e i diritti – quelli veri – dei bambini.