In tempi recenti, la società occidentale ha assistito a una profonda trasformazione del linguaggio utilizzato per descrivere i rapporti tra uomini e donne. Termini che un tempo identificavano realtà concrete, come “violenza domestica”, sono stati progressivamente sostituiti da espressioni ambigue e ideologizzate, come “violenza di genere”. Questo cambiamento non è casuale, ma nasce da una precisa strategia portata avanti dai movimenti femministi dal 1993 in poi, dopo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne. Quell’anno, il termine “violenza di genere” viene usato per la prima volta in chiave globale, includendo in sé ogni atto che abbia come conseguenza, o rischio, un danno fisico, sessuale o psicologico per le donne. Dove un tempo si parlava di realtà verificabili tramite dati, oggi si è data priorità a un’ottica ideologica, capace di inglobare nella narrativa dominante anche episodi che nulla hanno a che vedere con una sana analisi sociale.
Questo cambio semantico del linguaggio, promosso da molte organizzazioni e istituzioni internazionali, ha delle conseguenze profonde e spesso trascurate, soprattutto sugli uomini. Il ricorso a termini come “violenza di genere” nasconde una precisa volontà di sottrarre al confronto reale il tema della violenza nelle relazioni, oscurando il fatto che anche gli uomini sono soggetti vulnerabili. Le ricerche scientifiche e le statistiche nel tempo avevano già dimostrato come la violenza domestica non sia affatto unidirezionale, ma colpisca uomini e donne senza significative differenze rispetto ai contesti e alle motivazioni. Eppure, l’adozione del termine gender-based violence serve proprio a eliminare questa evidenza, spostando il discorso dal piano scientifico a quello politico e ideologico.

Un nuovo linguaggio che penalizza la realtà maschile
Il prezzo più alto di questa deriva del linguaggio lo pagano gli uomini, vittime di un sistema che li esclude dal dibattito pubblico e dalla tutela sociale. Quando tutto viene filtrato sotto la lente dell’ideologia di genere, ogni tentativo di portare la voce maschile sulle cronache viene ignorato o ridicolizzato. Invece di affrontare i veri problemi che affliggono gli uomini, come l’alto tasso di suicidi, la mancanza di supporto psicologico, le discriminazioni nei tribunali per l’affidamento dei figli o l’assenza di servizi di protezione specifica, la società preferisce alimentare la narrativa della colpevolezza maschile sistematica. Gli uomini diventano invisibili di fronte al dolore, isolati da una lunga catena di stereotipi che impedisce il riconoscimento dei loro diritti, e spesso, persino il semplice ascolto delle loro storie.
È necessario promuovere un cambiamento culturale che riporti al centro della discussione scientifica la questione maschile. Non si può più accettare che, in nome di un’ideologia fondata su pregiudizi, slogan e un linguaggio ideologizzato, sia negata agli uomini la dignità di essere considerati parte attiva e fragile delle relazioni umane. Occorre riscoprire la cooperazione tra uomini e donne, superando la logica dei blocchi contrapposti e dell’indottrinamento ideologico. Solo così sarà possibile ripristinare un equilibrio autentico e fondato sul rispetto reciproco, dove ogni individuo possa vedersi riconosciuto per ciò che è realmente, e non per come una definizione imposta dall’alto pretende di etichettarlo. Occorre dunque un’inversione di rotta, che smascheri la manipolazione delle parole e fermi la deriva ideologica che oggi sta scavando un solco sempre più profondo tra uomini e donne. È arrivato il tempo di difendere i diritti degli uomini, non contro le donne, ma contro un sistema ingiusto che nega riconoscimento, tutela e ascolto a chi ne avrebbe il massimo bisogno.