Annalisa Marcozzi è una giornalista che ha attirato il nostro stupore. Si ricorderà: a Camaiore, un uomo ha sparato alla moglie e al figlio, ha atteso i carabinieri ai quali ha dichiarato: «chiedeva sempre soldi e mi picchiava, ho fatto quello che andava fatto». Fioccano i commenti indignati e feroci per il femminicidio e il gaycidio (c’è chi l’ha scritto davvero) visto che le vittime sono una donna ed un ragazzo omosessuale. Fra i tanti commenti di condanna ed insulti, spicca un testo privo dell’omologazione politically correct: «se fosse stata lei a dirlo sarebbe l’eroina del paese». Ah però! Il pensiero controcorrente ci attira come il miele per Winnie Pooh quindi contattiamo l’autrice, appunto Annalisa Marcozzi, giornalista che scrive di politica, economia e temi sociali; concordiamo l’appuntamento per una breve intervista. Sorpresa, ma poi neanche tanto: è una miniera di anticonformismo! Partiamo col botto: le chiediamo come mai ha preso quella posizione impopolare sui fatti di Camaiore.

Marcozzi – Non se ne può più, un generale condizionamento porta la gente a non vedere nemmeno gli aspetti più evidenti, molti si indignano a comando poiché si appiattiscono sulla versione dei fatti imposta dai social e dalla tv.
LaFionda – E dalla politica?
Marcozzi – E dalla politica.
LaFionda – Puoi essere più chiara?
Marcozzi – Ma non vedi che l’unico racconto possibile è a senso unico? Anzi, scrivi a sesso unico che rende meglio l’idea. Se uccide lui, è un mostro; se uccide lei, ha fatto bene perché qualche motivo lo avrà sicuramente avuto. Lui no, non può avere dei motivi oltre la criminalità caratteristica degli uomini. Lo dice gente che non sa nulla del perché, lo dice chi non conosce i retroscena o la storia della famiglia che ancora non è nota nemmeno a chi indaga, ma il ruolo social più in voga impone di scagliarsi contro l’uomo e giustificare in qualche modo la donna. Le campagne politiche degli ultimi 10 anni dicono questo tra le righe. Anzi, mica tanto tra le righe. È una verità scomoda ma non sono la sola a vederla, altri amici e colleghi hanno aperto gli occhi anche se preferiscono non scriverlo nero su bianco per non attirare critiche.
Annalisa Marcozzi sul “femminicidio”
LaFionda – Arriviamo allora al reato di femminicidio, cosa ne pensa il tuo io di psicologa?
Marcozzi – Tutto il male possibile: è inutile per certi aspetti, dannoso per altri. Chi uccide ha un substrato psicologico critico, una fragilità latente che emerge nell’episodio criminale; la patologia di base è sempre presente. Non esiste il raptus di follia nato dal nulla, c’era una instabilità emotiva anche prima; non sempre diagnosticata, ma c’era. Quindi la legge sul femminicidio prende vita da un approccio ideologico, non tecnico in senso medico né tantomeno giuridico. La dicitura della donna uccisa in quanto donna non sta in piedi, il movente “patriarcato” non esiste, gli episodi delittuosi sono legati a problemi di personalità piuttosto che a fattori di genere. Il rapporto causa-effetto prescinde dal fatto che la vittima sia una donna, nasce da una truffa, un tradimento, un ammanco di denaro o la scoperta di qualcosa in grado di scatenare una reazione drammatica. Credo che tutti gli omicidi dovrebbero essere valutati nello stesso modo, indipendentemente dal sesso della vittima. Inoltre va detto che l’aumento delle pene non è mai stato un deterrente efficace per i criminali psicopatici, né mai lo sarà. Ad esempio in Texas c’è la pena di morte, l’assassino disturbato lo mettono sul lettino per l’iniezione letale eppure rispetto all’Italia vi sono il triplo di omicidi. Nemmeno la pena di morte riesce a contenere le pulsioni di chi perde il lume della ragione. L’inasprimento delle pene non funziona come deterrente per gli psicopatici che agiscono impulsivamente, la gravità della pena non influisce sui calcoli razionali di chi uccide poiché non esistono calcoli razionali. Il femminicidio è quindi una norma “furba”, nel senso che serve a soddisfare determinate ideologie piuttosto che a proteggere le vittime.
LaFionda – Chiudiamo con i reati “di percezione”, vale a dire quei reati che consentono di accusare qualcuno poiché ci si percepisce perseguitata, maltrattata etc.
Marcozzi – E se poi non è vero niente? I ministeri dovrebbero fare chiarezza sui dati, cioè sulle percentuali di accuse per reati “percepiti” che poi si sgonfiano in Tribunale. Anche per un “ciao” c’è chi può sentirsi o fingere di sentirsi perseguitato, una mania di persecuzione può essere genuina o meno ma certi problemi li risolve lo psicologo, non il PM. Permettendo ad una persona di sentirsi perseguitata senza prove concrete, si prepara il terreno fertile per le false denunce e gravi conseguenze per le persone falsamente accusate. I reati di percezione creano un doppio standard, ma non esiste un modo efficace per arginare le false accuse. Dovrebbero essere eliminati dal codice penale, o quantomeno riformulati profondamente.
Annalisa Marcozzi: lucidità analitica, schiettezza, rivendicazione del pensiero autonomo e rifiuto categorico di uniformarsi al vento prevalente. Qualità difficili da trovare in una sola persona, ancor più se giornalista. Chapeau.