Riflettendo sui caratteri dell’umanità, è significativo uno dei passaggi biblici più celebri per la sua misoginia e discriminazione, si tratta di un brano della Lettera scritta da Paolo di Tarso agli Efesini (Ef 5, 1-33): «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore… Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito». È inutile evidenziare che la parte incriminata dal femminismo è l’indicazione di Paolo «le mogli siano sottomesse ai mariti… il marito infatti è capo della moglie», il resto è perlopiù ignorato. A noi invece interessa proprio la parte trascurata.
All’inizio Paolo sembra rivolgere il suo messaggio a tutta l’umanità, uomini e donne; parla di un «sacrificio» che tutti, «imitatori di Dio», dovremmo fare, come Cristo che si sacrificò per la Chiesa. Per chi il cristianesimo non lo mastica bene, Cristo – che era un uomo (il figlio di Dio) – è stato torturato e crocifisso per la salvezza di tutti. Ligio al dovere, si è sacrificato volontariamente – non è fuggito, seppur lo poteva fare –, ha adempiuto il doloroso compito per il quale era venuto al mondo. A Maria, madre di Cristo e riferimento femminile del cristianesimo, non è richiesto in alcun modo, neanche lontanamente, lo stesso sacrificio. Quando Jean-Jacques Rousseau affronta il paradosso per cui i cittadini, per conservare la propria vita e ottenere i vantaggi che lo Stato offre (tra cui il voto), tramite il contratto sociale, devono accettare il rischio di morire per lo Stato, cioè devono essere disposti a sacrificarsi – argomento già trattato qui –, il pensiero del filosofo sembra replicare quello di Paolo: tutti si devono sacrificare. Come la maggior parte dei pensieri filosofici e morali, il pensiero di Rousseau sembra riguardare tutta l’umanità, uomini e donne, anche se la Storia ci è cocciutamente impegnata di smentirlo: riguardava unicamente gli uomini. Al contrario di Rousseau, è lo stesso Paolo a fare luce sulla premessa iniziale, che sembrava rivolta a tutti, ma non era così. Paolo stabilisce due gruppi distinti con due compiti chiaramente differenziati: le mogli siano rispettose verso i mariti, e i mariti diano se stessi per le mogli, imitino Cristo, che si sacrificò per salvare la Chiesa. Il massimo sacrificio, quello al quale accennava anche Rousseau, quello di sacrificare persino la vita a beneficio di qualcun altro, è richiesto tanto da Paolo come da Rousseau unicamente agli uomini. Le donne, come Maria, madre di Cristo, non sono tenute a farlo.

Naturalmente se i compiti richiesti si svelano così sbilanciati, le contropartite, o diritti, come vengono oggigiorno denominati, non possono essere paritari. Sotto questa prospettiva, i testi storici, come quello di Paolo, assumono tutta un’altra valenza. Come assumono tutta un’altra interpretazione alcuni concetti e narrazioni oggigiorno dominanti (ad esempio, il diritto di voto delle donne, senza il corrispettivo obbligo di difenderlo, al quale sono invece sottoposti gli uomini, diventa un ingiusto privilegio). Se i compiti (i doveri) sono chiaramente differenziati, dovrebbero esserlo anche i diritti e il giudizio morale che incombe su soggetti che hanno doveri e diritti diversi. La moglie che rifiuta di rischiare la vita per salvare il marito, può essere giudicata alla stessa stregua del marito che così si comporta nei confronti della moglie? Secondo l’insegnamento di Paolo, no. Tutti gli esseri umani che rifiutano di rischiare la vita per una nobile causa, o per salvare qualcuno, sono essere ignobili? È questo un parametro morale universale? No, non lo è, e non lo è mai stato. Tutti sappiamo che alcuni esseri umani godono del privilegio di poter essere codardi, di non rischiare, di rifiutarsi di mettere in pericolo la vita per una nobile causa o per salvare qualcuno, senza venir etichettati sotto l’infame marchio dell’ignobiltà: i bambini.
I bambini hanno un codice di condotta e di morale diverso da quello degli adulti, infatti gli adulti non giudicano i comportamenti dei bambini con gli stessi standard morali degli adulti, e i bambini non si giudicano come si giudicano gli adulti, come fossero un’umanità a parte. In linea di massima i bambini si comportano come piccoli principi, hanno una mentalità creditrice (gli altri stanno lì per servire loro, tanto i bambini come gli adulti si aspettano dagli adulti che provvedano e proteggano i bambini), non sono mai colpevoli né responsabili di quello che combinano, fanno spesso uso della bugia, per ottenere qualche vantaggio o per giustificare qualsiasi comportamento agito inadatto, si mostrano sfacciatamente egoisti e ingiusti con gli altri, sono egocentrici, il loro mondo gira su di loro, e raramente si preoccupano del benessere degli altri, infine fanno fatica a fare autocritica e a mettere sotto esame morale la propria condotta. I bambini non possiedono la forza con la quale imporre la loro volontà, ma esercitano la persuasione in altri modi molto efficaci, ad esempio, con l’insistenza del lamento e, senza far ricorso alle parole, del pianto – spesso fasullo. Con queste “armi” alcuni bambini riescono addirittura a tiranneggiare sugli adulti, effetto conosciuto come la “sindrome dell’imperatore”. Malgrado i loro numerosi ed evidenti comportamenti inadatti, gli adulti tendono a sorvolare o a giudicare venialmente la loro condotta. In breve, malgrado i bambini facciano parte della razza umana, possono vantare una serie di comportamenti inadatti (egoismo, codardia, ingiustizia, ecc.) senza incorrere in gravi sanzioni, nelle quali incorrono invece tutti gli adulti che mettano in atto comportamenti simili.

L’eterna bambina
Abbiamo già accennato come l’idea di attribuire tratti psicologici infantili – mancanza di capacità astratta, impulsività, emotività, passività, dipendenza, debolezza logica… – alle donne, come avevano fatto certi filosofi (Herbert Spencer, Freud, Arthur Schopenhauer, Otto Weininger, Gustave Le Bon o Cesare Lombroso), sia ritenuto dall’ideologia femminista un’idea esecrabile e maschilista. Dall’altra parte non può non stupire la somiglianza che intercorre tra l’agire e la psiche del bambino e l’agire e la psiche della donna. Come i bambini, anche le donne possiedono una mentalità creditrice: tanto gli uomini come le donne si aspettano dagli uomini che provvedano e proteggano le donne. Il bambino raramente proverà empatia per la debolezza e la sofferenza di chi in realtà dovrebbe proteggerlo e mantenerlo, quindi all’adulto non serve a nulla lamentarsi della propria sorte davanti al bambino. Stessa considerazione vale anche per gli uomini rispetto alle donne. I bambini non esitano invece a lamentarsi e a chiedere aiuto all’adulto per qualsiasi cosa, come spesso fanno le donne nei confronti degli uomini.
Come le donne, anche il bambino si sottrae e delega all’adulto la gestione di situazioni complicate o pericolose, ad alto rischio, incurante di fare sfoggio di codardia o di subire un rimprovero morale, che non arriva mai. Come le donne, il bambino antepone il proprio benessere affettivo e prega l’adulto di riferimento (la madre, il padre, il fratello più grande) di non rischiare la pelle in situazioni di pericolo, anche se l’intervento dell’adulto è necessario alla collettività o a soccorrere un altro individuo. Il bambino, al di là del giudizio obiettivo della situazione, si sente sempre la vittima di qualsiasi sofferenza e pretende rivolte su di lui tutte le cure e attenzioni, incurante delle sofferenze reali dell’adulto. Parimenti le donne, una sorta di altra umanità a parte, restano spesso indifferenti alla condizione, astrattamente pensata, dei carcerati o dei morti sul lavoro o di qualsiasi altra sofferenza dell’universo maschile. Come le donne, il bambino fa fatica a fare autocritica sul proprio agire, la ragione e l’obiettività non sono delle facoltà che servono al bambino a stare meglio e a raggiungere degli obiettivi, prediligono piuttosto l’emotività e l’affettività. Come le donne, il bambino sente come naturale il fatto che gli adulti siano tenuti ad assisterlo e ad aiutarlo. Ai suoi occhi la parità è un concetto senza senso. In altre parole, nel modello mentale infantile la parità consiste nella diseguaglianza obiettiva tra il bambino e l’adulto.
Tre livelli di giudizio per tre diverse umanità
L’umanità porta con sé, fin dalla nascita (innatismo), o acquisisce in vita mediante l’esperienza del corpo (empirismo), fondamentali principi morali atti a guidare il suo comportamento. Ora, se questi principi divergono – sia perché differenti alla nascita, sia perché da corpi diversi si acquisiscono esperienze diverse – divergono anche i comportamenti, le aspettative e il giudizio sulle cose. I parametri della moralità sono identici per un uomo, per una donna o per un bambino? In che modo vuol dire per un uomo, per una donna o per un bambino vivere e agire moralmente? Quale azione è morale e quale non lo è? Il bene e il male sono valori universali? Uomini, donne e bambini sono altruisti oppure egoisti nella stessa misura? In verità, sul campo della vita, uomini, donne e bambini giudicano le azioni (coraggio, codardia, paura, viltà…) diversamente, e diversamente anche secondo l’attore, uomo, donna o bambino. Gli uomini giudicano severamente gli altri uomini e con clemenza le donne e i bambini, mentre le donne esonerano le altre donne (sempre che ci sia un uomo nei dintorni), si mostrano intransigenti con gli uomini e indulgenti con i bambini, e invece i bambini giudicano severamente tutti gli adulti. Stiamo quindi parlando di tre livelli diversi di umanità e di giudizio, a seconda se il giudicante è uomo, donna o bambino, e se il giudicato è uomo, donna o bambino. Un giudizio asimmetrico che appartiene non soltanto alla violenza e all’ambito bellico, ma da estendere a qualsiasi altro ambito della vita.
L’uomo moderno è figlio dell’etica deontologica. L’etica deontologica lega insieme virtù, bene e dovere. Quando domandiamo: “Perché dobbiamo agire moralmente?” ci viene risposto. “Perché è un dovere”. Il sostenitore più coerente è il filosofo Immanuel Kant, per il quale la morale è una questione di pura ragione e l’azione morale è un imperativo categorico per tutta l’umanità. L’etica deontologica è legata alla cura dei figli da parte delle donne, e quella dei figli, la compagna e il popolo da parte degli uomini. Sconosciuta ai bambini, è possibile che gli uomini abbiano sviluppato il concetto dell’etica deontologica più di quanto non l’abbiano fatto le donne? È innegabile che esiste un relativismo etico tra gli esseri umani, a seconda se sono uomini, donne o bambini. Negli uomini possono prevalere il coraggio, il senso dell’onore (non mentire), la parola data, il codice cavalleresco, il cameratismo, il dovere, mentre le donne mettono al primo posto il proprio benessere e la sopravvivenza, l’empatia, l’amore e i sentimenti. I bambini mettono al primo posto se stessi. La valutazione morale non è quindi trasversale all’umanità, ma dipende quindi dal sesso e dall’età. Scrive Hobbes: «Ogni uomo chiama ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò che gli dispiace, e non esiste una cosa come il bene assoluto». Questo è ancora più vero se riferito agli uomini, alle donne e ai bambini.

Diversi davanti alla legge
In conclusione, esistono tre umanità, tre morali diverse e tre forme di giudicare diverse: uomini, donne e bambini possediamo norme e aspettative morali differenti. È sbagliato quindi parlare di “coscienza umana”, dovremmo più correttamente parlare di coscienza maschile, di coscienza femminile e di coscienza infantile. Oggigiorno soltanto dell’ultima è chiaramente riconosciuta l’esistenza, i bambini hanno norme, obblighi e diritti chiaramente differenziati. Per quanto riguarda invece gli uomini e le donne, questa diversità è diffusamente negata o ignorata, non esiste alcuna consapevolezza né la volontà di aprire una qualsiasi riflessione su questa diversità morale. La questione non è irrilevante, perché le norme morali e i codici penali e civili esistenti nel mondo si spacciano come valevoli per tutta l’umanità, come unisex e utopisticamente la Giustizia si propone «uguale per tutti». Ma chiunque sia mai entrato in un’aula di tribunale o abbia litigato per ottenere un danno biologico da un’assicurazione, sa che non è così. Uomini e donne giudicano e sono giudicati in maniera diversa. E proprio per questo motivo, concludo mandando le nostre più sentite congratulazioni all’ennesima donna recentemente assolta dopo aver ucciso qualcuno: vittima di «stress da assistenza».