Nel dibattito contemporaneo è un inganno. In esso è sempre più evidente quanto la narrazione dominante tenda a presentare la società come un contesto in cui gli uomini sarebbero sistematicamente avvantaggiati, relegando invece le donne al ruolo di vittime di un presunto patriarcato onnipresente. Tuttavia, un’analisi critica delle evidenze mostra come sia proprio l’uomo ad essere frequentemente ignorato, quando non penalizzato, in innumerevoli ambiti sociali. Il femminismo militante, negli ultimi decenni, si è fatto promotore di una distorsione sistematica della realtà, utilizzando concetti mitizzati che resistono alla verifica dei dati oggettivi.
Uno degli esempi più emblematici si trova nel campo della ricerca medica. Si sostiene spesso che la salute delle donne sia trascurata e poco finanziata, ma i dati ufficiali smentiscono nettamente questa narrazione: le donne hanno rappresentato il 58% dei partecipanti alle sperimentazioni cliniche principali sul territorio statunitense nell’arco di 28 anni. Nell’ambito di studi specifici per sesso, la presenza femminile supera il doppio di quella maschile. Analisi indipendenti svelano l’inganno e mostrano chiaramente che sono gli uomini a risultare i veri esclusi nelle ricerche mediche, un fatto che viene costantemente ignorato dai media e dalle istituzioni guidate da logiche ideologiche. Un’analisi approfondita sottolinea come il problema non sia l’assenza di attenzione alle donne, bensì la struttura stessa della ricerca che penalizza gli uomini.

L’inganno dei numeri nascosti sotto la retorica femminista
Questa tendenza a distorcere la realtà non si limita al campo medico. Un altro inganno reiterato riguarda la teoria del patriarcato: secondo la vulgata femminista, la società opprimerebbe sistematicamente le donne. Tuttavia, osservando con onestà i principali indicatori sociali ed economici, emerge che gli uomini sono in svantaggio in almeno dodici ambiti fondamentali per il benessere personale e sociale. Basterebbe analizzare i tassi di suicidio, le aspettative di vita inferiori, la maggiore esposizione a lavori rischiosi, la bassa accessibilità al supporto psicologico e legale in caso di violenza domestica per accorgersi che è l’uomo, non la donna, a vivere gli squilibri più gravi. Proprio sul tema della violenza domestica, il racconto pubblico è viziato da una profonda asimmetria. Studi globali rivelano che uomini e donne subiscono abusi in maniera comparabile, ma le campagne di sensibilizzazione, specie quelle di organismi internazionali, occultano sistematicamente i dati sugli uomini vittima, restituendo un’immagine falsata in cui le donne sono sempre e solo vittime. Anche nell’ambito delle molestie online le rilevazioni mostrano che le donne sono responsabili di oltre la metà degli episodi, eppure si insiste nel dipingere gli uomini come unici autori di comportamenti tossici.
Un fenomeno ancora più preoccupante è quello delle false accuse: numerose indagini confermano che le donne sono più propense degli uomini a formulare accuse infondate, soprattutto nei procedimenti familiari. Questo porta a conseguenze devastanti per molti padri innocenti, privati dei loro diritti e della dignità sociale semplicemente per pregiudizio di genere. In questo clima di disinformazione, alimentato persino da alcune frange del mondo accademico che arrivano a “creare dati” funzionali al proprio obiettivo ideologico, diventa ancor più urgente ricostruire una società in cui la verità e l’equità tornino a guidare le scelte pubbliche. La strada da percorrere è quella di una reale collaborazione tra uomini e donne, fondata non sulla guerra di genere promosso dal femminismo contemporaneo, bensì su una nuova alleanza, dialogica e costruttiva, capace di valorizzare i diritti e le necessità di entrambi, per restituire finalmente giustizia agli uomini oggi invisibilizzati e discriminati dai dogmi dominanti.