La Fionda

Prospettiva di genere (con occhiali viola)

A proposito delle fiabe, afferma Paola Cortellesi durante un monologo, in occasione dell’apertura dell’anno accademico: «Non potendo entrare nel merito, dunque, sul metodo possiamo dire che oggi abbiamo la fortuna di poter leggere e scomporre le fiabe anche in una prospettiva femminista, è un passo avanti, non indietro». Cosa si intenda per “prospettiva femminista” non dovrebbe essere difficile da capirlo, è un argomento che abbiamo già trattato in diverse occasioni: “Il metodo è molto semplice e il movimento femminista ce l’ha fatto gentilmente conoscere: basta mettere degli “occhiali viola”. «Mettersi gli Occhiali Viola vuol dire tante cose. […] Gli Occhiali Viola ti cambiano e cambiano la percezione che hai del mondo che ti circonda. […] Il pensiero maschilista e patriarcale è talmente indotto nel nostro pensiero che è diventato normale, automatico. È intorno a noi, in famiglia, a scuola, nelle riviste, nella televisione, giornali, libri, musica, pubblicità… Ovunque»”. L’uso di questo “metodo” genera, ahimè, una visione che è solo parziale, e dunque globalmente falsa, della realtà, come abbiamo fatto notare in altri interventi, ad esempio qui: «Nel racconto storico (sulle sofferenze autoinflitte per motivi religiosi) di Simone de Beauvoir, “madre del femminismo”, cioè nella narrazione storica femminista, sono spariti le mortificazioni, autoflagellazioni e autoimmolazioni maschili per motivi religiosi, le ferite autoinflitte, le crocifissioni volontarie nelle processioni, i fachiri indiani, i numerosi ordini religiosi maschili che prevedevano la flagellazione come forma di penitenza, ecc. Nella narrazione storica femminista compaiono soltanto le sofferenze femminili. Questa “mancanza” non può essere addebitata all’ignoranza, Simone de Beauvoir era una persona istruita, anzi, molto istruita. Dal mio punto di vista ci sono due spiegazioni plausibili: 1) ha cancellato la sofferenza maschile con intenzionalità e malafede; 2) il suo giudizio è talmente obnubilato dal pregiudizio (o dalla misandria) che è incapace di vedere la sofferenza maschile – cioè ha costantemente addosso degli occhiali viola».

Esempi simili si possono trovare pressoché ovunque. Questa notizia, ad esempio, riporta di una certa associazione, Cultural Octubre, che ha istallato su strade pedonali in una città in Spagna, a modo di denuncia, dei cellulari giganti con dei messaggi “maschilisti” e in più ha eretto una statua che rappresenta la mole immensa dei lavori domestici che subiscono le donne, lavori che vengono portati sulle spalle di una donna, assieme ad una lavatrice. Come al soliti, i messaggi ribaltati, che nella realtà delle conversazioni tramite cellulare esistono, non compaiono, ma ciò che mi ha colpito di più è stata la statua. Sinceramente, nella mia vita non ho mai visto – ancora – una donna portare una lavatrice di peso. Al contrario, ho visto molti uomini trasportare delle lavatrici. Io personalmente ho dovuto finora muovere, se non ricordo male, quattro lavatrici nella vita, con l’aiuto di altri uomini, anche su per le scale. La statua rimanda un’immagine che è chiaramente falsa, anzi potrebbe essere vera se sotto la lavatrice ci fosse un uomo. Come tutti sappiamo, la lavatrice è una bellissima invenzione maschile (migliorata nell’arco del tempo grazie ai progressi di diversi uomini, fino all’attuale lavatrice), che aveva l’obiettivo di liberare l’umanità dal pesantissimo lavoro del lavaggio, che veniva realizzato, nei fiumi o nei lavatoi, in maniera prevalente o quasi esclusivamente dalle donne. Si tratta di un’invenzione che ha migliorato indiscutibilmente la condizione delle donne, molto probabilmente si potrebbe elencare tra le dieci invenzioni più importanti che hanno migliorato la condizione di vita femminile. Che senso ha dunque mostrarla come un simbolo di schiavitù (sulle spalle, appunto), quando si è trattato in realtà di un meraviglioso strumento di liberazione femminile (realizzato dagli uomini)? Per ultimo, azzardo ad ipotizzare che quest’associazione, così preoccupata dalle penose condizioni delle donne nei lavori casalinghi, da erigere delle statue su strade pubbliche, non si cura di erigere statue per denunciare i morti sul lavoro (sull’ordine delle migliaia negli anni).

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Il “metodo scientifico” dalla prospettiva femminista

Non è una novità la nostra posizione critica verso l’ideologia femminista, che setaccia ogni ambito di studio sotto l’aprioristica prospettiva che le donne sono le vittime, discriminate e oppresse, e gli uomini i colpevoli, privilegiati e oppressori, per arrivare alla fine alle stesse conclusioni delle premesse iniziali dalle quali era partita. Il femminismo promuove una visione ginocentrica, in cui la donna pone se stessa al centro dell’interesse del mondo, in particolar modo al centro della sofferenza del mondo, ma non solo. La sua sofferenza si pone come l’argomento centrale, assieme alla sua sessualità, i suoi sentimenti, le sue capacità, la sua bontà, insomma la donna viene divinizzata e nel contempo resa sofferente: il femminismo investe nella donna la figura della santa sofferente. E cosa soffre la donna? L’uomo: il patriarcato. Il Patriarcato è tutto e ovunque, e ogni vissuto femminile è sottoposto a questa tragica realtà (il personale è politico). La donna, durante tutta la vita, anche a sua insaputa, è costretta a subire e a lottare contro questa avversità, denominata Patriarcato. Questa dicotomia (donna vittima/uomo colpevole) è l’unico punto fermo femminista in qualsiasi analisi di qualsiasi fenomeno o evento di vita, dall’aborto alla sessualità, la violenza, il velo, lo stipendio, la nudità dei corpi, le punizioni scolastiche, il permesso genitoriale di uscire di casa, il successo nella vita, l’aria condizionata, il modo di sedersi, il modo di pisciare… Uguaglianza o diversità, identità biologica o culturale, si intrecciano di continuo sia nella critica al maschile, sia nelle istanze femminili, in modo che l’oggetto del contendere e l’obbiettivo si fanno sfuggenti, sottratti al rigore della prova di verità e coerenza, sottoposti solo a quello di utilità e conferma del dogma prestabilito sopracitato.

A questa prospettiva (vittimizzare le donne / colpevolizzare gli uomini) non sfugge alcuna analisi, nemmeno quella delle scienze esatte. A questo proposito: «Dal femminismo postmoderno il metodo scientifico è considerato una fallacia per la sua pretesa oggettività. Dal Standpoint Feminist si sostiene che dovrebbe essere invertita la generizzazione androcentrica della scienza, fino al punto di creare una Scienza delle Donne. Secondo il Femminismo Empirista le stesse norme che regolano la scienza sono distorte e incapaci di rilevare l’androcentrismo. Come affermano González e Pérez-Sedeño (2002), non si tratta più soltanto di riformare le istituzioni e di alfabetizzare le donne alla scienza e alla tecnologia, ma di riformare la scienza stessa. (…) Gli studi femministi (nella scienza) costituiscono un campo complesso di attività; tuttavia, a grandi linee, presentano le dieci caratteristiche indicate da Reinharz (1992): 1) Il femminismo è una prospettiva, donna oppressa, genere, prospettiva di genere, occhiali viola non un metodo di ricerca. 2) Il femminismo utilizza una molteplicità di metodi di ricerca. 3) La ricerca femminista implica una critica alla ricerca non femminista. 4) La ricerca femminista è guidata dalla teoria femminista. 5) La ricerca femminista può essere interdisciplinare. 6) La ricerca femminista mira a produrre un cambiamento sociale. (…) Il cerchio è una forma archetipica familiare alla psiche della maggior parte delle donne, poiché è personale ed egualitaria; e quando le donne lo trasferiscono nel luogo di lavoro o nella comunità, le attività che richiedono collaborazione migliorano e si sviluppano una maggiore vicinanza emotiva e una relazione molto meno gerarchica tra le persone che lavorano insieme» (tratto dal capitolo “Femminismo e Scienza”, in Historia(s) de mujeres, Volume I, Perséfone. Ediciones Electrónicas de la AEHM/UMA, 2013, pp. 274, 289, 292). Da queste linee si deduce che il metodo “scientifico” femminista – cioè con prospettiva femminista – non mira a scoprire la verità né adopera l’oggettività, mira a “creare” conferme delle proprie tesi e a criticare ciò che non lo conferma.

La prospettiva degli occhiali viola

Spesso si rivendica una «giustizia femminista» o «l’equità femminista» (ad esempio, nel libro sopracitato a pagina 6). È evidente che questi concetti (Giustizia, Equità) non possono essere affiancati da aggettivi che delimitano il loro senso pieno e ridefiniscono il loro significato, non esiste “un tipo di giustizia” o “un tipo di equità”, non esiste la giustizia femminista o la giustizia bianca o la giustizia islamica: la Giustizia (e l’Equità), o è Giustizia (nel senso pieno e senza aggettivi) o non lo è. Lo stesso avviene nello studio della realtà. Qualsiasi analisi oggettiva su un qualsiasi campo di studio non è più oggettiva, ma parziale e tendenziosa, se è delimitata da una “prospettiva”. Dovrebbe essere ovvio – anche se in realtà oggigiorno nessuno si scandalizza – che sottoporre la realtà ad una prospettiva ideologica, come è la prospettiva femminista, è il modo migliore per ottenere una conferma dei propri pregiudizi e del proprio fanatismo ideologico. Benché il femminismo sia, per certi versi, un’ideologia sfacciata e spudorata, è anche vero che spesso cerca di dissimulare questa sua vera natura indossando i falsi abiti della neutralità e della oggettività. A questo scopo, ad esempio, viene adoperata la parola genere, che sotto la sua aura di neutralità camuffa le vere intenzioni femministe: studi di genere occulta che si tratta solo di studi delle donne, violenza di genere che si tratta solo di violenza contro le donne, e così via.

Per sostituire l’espressione, troppo esplicita, di prospettiva femminista (o mettersi gli occhiali viola, che è la stessa e identica cosa), il femminismo adopera la formula prospettiva di genere, non ancora molto diffusa in lingua italiana, ma di grande popolarità nelle lingue inglese e, soprattutto, spagnola. Secondo l’ONU (UN Women), la prospettiva di genere è un approccio analitico e uno strumento strategico che esamina le costruzioni sociali e culturali, come le differenze di genere influenzano norme, politiche e dinamiche di potere, evidenziando le disuguaglianze tra uomini e donne e le relazioni di potere tra i generi. Secondo UE (The European Institute for Gender Equality – EIGE), la prospettiva di genere considera le differenze in base al genere relativamente a qualsiasi fenomeno, politica o processo sociale, mette a fuoco in particolare le differenze basate sul genere nello status sociale e nella gestione del potere. Come potete osservare da queste e altre definizioni simili che potete trovare in rete, il concetto viene spacciato come neutro, a tutela tanto degli uomini come delle donne. Diffidate, quando viene rivendicata la giustizia con prospettiva di genere, intendono giustizia femminista. Dire prospettiva di genere o prospettiva di genere con gli occhiali viola è la stessa identica cosa: con gli occhiali viola è un’aggiunta inutile, tautologico. Da qui, però, sorge la questione sulla quale dovremmo riflettere, da approfondire nel prossimo intervento: esiste una prospettiva di genere maschile? Gli uomini riescono a sottoporre la realtà ad una prospettiva di genere, con occhiali blu ( e qui sì è necessario specificarlo), come fanno continuamente le donne e il femminismo?



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