La guerra delle donne (2)

«Per 2000 anni abbiamo sfornato i loro figli, lavato i loro panni, cucinato i pasti e lustrato le scarpe, e che cosa ci hanno dato in cambio? Il permesso di fumare in pubblico, ci siamo vendute per una sigaretta», si lamenta degli uomini la più cara amica della protagonista nel film Il visone sulla pelle (That Touch of Mink) del 1962. Nella Storia dell’umanità le donne si sono prodigate per gli uomini, e cosa hanno fatto in cambio gli uomini per le donne? Nulla. Nessun ringraziamento è dovuto. Lo so, si tratta di una commedia americana degli inizi degli anni ’60, e ciò che viene detto nelle commedie non dovrebbe essere preso sul serio. Ma il femminismo già allora stava seminando, e quest’affermazione è tutta una dichiarazione di quello che sarebbe arrivato. Anzi, secondo la narrazione femminista, gli uomini non solo non hanno fatto nulla per le donne, secondo questa narrazione lungo i secoli gli uomini hanno schiavizzato, discriminato, sfruttato, maltrattato le donne: il Patriarcato. È un’idea universale tra le femministe che le donne stanno ancora oggi combattendo una guerra di liberazione. È questa non è una lettura di qualche gruppo di reduci maschilisti svitati. Vorrei far notare, come è già stato accennato in altri interventi precedenti, che il termine più usato dagli storici femministi per descrivere la condizione storica della donna è quello di “schiavitù” e quello di “schiava” – gli uomini naturalmente diventano i “padroni” o gli “oppressori”. Il femminismo è un’ideologia del rimprovero, contro gli uomini, come il nazismo lo era contro gli ebrei. È questa non è un’iperbole né vuole essere un confronto: è un dato di fatto. Chi non è convinto vada a leggere i discorsi della Conferenza di Pechino (1995), organizzata dall’ONU, a tutti gli effetti il Nüremberg femminista. Nessun ringraziamento all’universo maschile per secoli di collaborazione, solo denunce e più denunce.

In che modo è stato possibile destare nelle donne occidentali il disprezzo per le realizzazioni maschili a favore dell’umanità intera (e quindi anche delle donne) e la convinzione di essere state oppresse da loro? Come è possibile ingenerare nelle donne l’idea di essere in perenne stato di guerra contro il Patriarcato? Il metodo è molto semplice e il movimento femminista ce l’ha fatto gentilmente conoscere: basta mettere degli “occhiali viola”. «Mettersi gli Occhiali Viola vuol dire tante cose. […] Gli Occhiali Viola ti cambiano e cambiano la percezione che hai del mondo che ti circonda. […] Il pensiero maschilista e patriarcale è talmente indotto nel nostro pensiero che è diventato normale, automatico. È intorno a noi, in famiglia, a scuola, nelle riviste, nella televisione, giornali, libri,  musica, pubblicità… Ovunque». In un nostro intervento precedente era già stata segnalata la metodologia femminista, presentata dall’Università di Buenos Aires (UBA), Argentina, durante la lezione di sociologia “Género y feminismo” (video 44 in spagnolo, min. 0:45 a 2:38 ca.). «Per poter acquisire “uno sguardo sulla realtà, sul mondo e sulle cose del mondo”, per poter “svegliare questo tipo di sguardo”, bisogna indossare “un paio di lenti di colore viola, e così possiamo incominciare a vedere il mondo, la realtà nella quale siamo immersi”, ciò “ci permette di rendere visibile ciò che è occulto”. Naturalmente queste lenti rivelano il mondo così com’è: “il Patriarcato è il sistema di dominio/oppressione delle donne per mano degli uomini” (per ben due volte, min. 2:38 e min. 4:15)».

conferenza pechino donne 1995
La Conferenza di Pechino del 1995.

Il mondo con gli occhiali viola.

Per quanto pleonastico possa essere, bisognerebbe ribadire che un individuo che mette gli occhiali viola vede il mondo… “viola”, così come un individuo che mette gli occhiali blu vede tutto… “blu”. La realtà del mondo rispecchia il colore delle lenti che decidiamo di indossare. Il mondo è composto da una gradazione infinità di tonalità e colori, chi decide di indossare lenti di un solo colore vede un mondo monocromatico, percepisce un’immagine parziale, dunque falsa della realtà. Una spiegazione superflua ma a quanto pare necessaria in certi ambienti. La narrazione femminista, viola, è una narrazione parziale, monocromatica, quindi falsa. Oggigiorno la maggior parte delle donne occidentali vive in un perenne stato di isteria vittimista, perché percepisce in ogni azione un affronto per il solo fatto di essere donna. Vedono negli uomini ogni male, e non riescono a intravedere il bene che c’è. La visione del mondo è offuscata dall’unico colore che viene messo davanti gli occhi. Tutta la narrazione storica femminista è contaminata da questa evidente tendenziosità. Basta cambiare il colore è la realtà cambia, e così semplice. Se mettiamo gli occhiali blu, nasce una narrazione capovolta, dove gli uomini sono le vittime e le donne le oppressore, plausibile tanto quanto la narrazione femminista.

Con gli occhiali blu ogni evento «intorno a noi, in famiglia, a scuola, nelle riviste, nella televisione, giornali, libri,  musica, pubblicità…» diventa un atto oppressivo e discriminatorio delle donne a danno degli uomini. Purtroppo la decisione di mettere con assiduità un certo tipo di occhiali non è immediata, richiede una certa pratica e bisogna riconoscere che le donne vengono allenate fin da piccole. La maggior parte degli uomini sembra invece indifferente alle proprie sofferenze e molti dei mali che affliggono l’universo maschile rimangono invisibili. Io personalmente ho incominciato ad avere una lettura maschile critica di ogni evento vissuto soltanto da una ventina d’anni. Prima d’allora ogni evento vissuto, ogni libro letto, ogni pubblicità e film visti, ogni musica sentita, non li ho mai vissuti in maniera critica da un punto di vista maschile, forse al contrario, mi approcciavo a loro come mi avevano “insegnato” a scuola, a difesa delle donne. Per non restare troppo teorico vi vorrei sottoporre due semplice esempi che, senza andare troppo lontano, mi sono capitati proprio questa settimana. Nel prossimo intervento adopererò un libro storico qualsiasi per sfornare, grazie agli occhiali blu, una narrazione storica capovolta a quella femminista.

charles bronson
Charles Bronson

Un’informazione contaminata.

Per caso ho letto, con sorpresa, la biografia dell’attore Charles Bronson, che non conoscevo, e la difficile infanzia che ha vissuto. Nato in una famiglia molto povera, era l’undicesimo di quindici figli. Il padre morì a causa del lavoro in miniera quando Charles aveva undici anni. Alla morte del padre Charles andò a lavorare (a 11 anni) alla miniera di carbone e rimase a lavorare finché non venne arruolato. Dovette fare i doppi turni per poter guadagnare un dollaro a settimana. A questo punto certe informazioni mancanti hanno richiamato la mia attenzione. Tralasciando il fatto che gli uomini (il padre), dediti al mantenimento della famiglia, morivano in miniera di solito molto prima delle loro donne, tralasciando il fatto che storicamente quando un padre mancava i figli piccoli rischiavano di essere abbandonati o mandati a lavorare perché la madre non riusciva a mantenerli, cosa che capitava molto più di rado quando a mancare era la madre (cioè un padre vivente era una garanzia di maggior protezione e tutela dei figli), quello che mi ha incuriosito è sapere se anche le sorelle sono state mandate a lavorare in miniera. Tra l’altro Charles aveva sorelle più grandi, che avrebbero dovuto mantenerlo a 11 anni. Detto in altre parole, Charles è stato mandato a lavorare in miniera per mantenere la madre e le sue sorelle? Vi giuro, ho cercato in diversi articoli, ma l’unica informazione che ho trovato è il fatto che anche gli altri fratelli lavoravano in miniera con Charles. Eppure il concetto (storico) che i bambini (maschi) dovessero andare a lavorare per mantenere le sorelle (più grandi!), tra l’altro in miniera, dovrebbe interessare tutti, compresi gli autori degli articoli. Ma la questione non interessa nessuno. Siate certi invece che se la protagonista fosse stata una sorella che aveva un fratello che era stato mandato a studiare, e a lei non era stato possibile, questo evento sarebbe stato evidenziato in qualsiasi articolo. Normale che, in presenza di quest’omissione, le lettrici si possano chiedere cosa hanno fatto gli uomini per le donne. Intanto Charles e suo padre sono andati in miniera a lavorare per mantenere sorelle e figlie. E questa informazione, se manca, ai lettori e alle lettrici non arriva. Comunque, senza informazioni sulle sorelle, posso solo ipotizzare che, trattandosi di una famiglia molto povera, anche le ragazze saranno state mandate a fare il cucito o le domestiche per guadagnare dei soldi (lavori pagati meno, meno faticosi e più salutari di quello in miniera).

Il secondo evento riguarda un film spagnolo del 2007, Le 13 rose (Las 13 rosas), che ho visto questa settimana. Il film racconta la storia vera di 13 donne fucilate a seguito dalla Guerra civile in Spagna, conosciute da allora in poi come “le 13 rose”. Oltre questo film, in memoria di loro si sono istituite fondazioni, composte canzoni e nominate viali e parchi. All’epoca ci furono proteste internazionali per la fucilazione delle “13 rose”. La figlia di Madame Curie promosse una campagna di protesta a Parigi. Il pubblico che vede questo film rimane certamente colpito dalla tragedia che travolge queste giovani donne. E qui, di nuovo, mi sorge il sospetto che forse non mi stanno fornendo tutta l’informazione. Mi documento. Per lo stesso crimine per il quale furono fucilate queste donne, nella stessa giornata furono fucilate 50 uomini. In tutto 63 persone, 50 maschi e 13 femmine (le 13 rose). Tra i maschi c’era un ragazzo di 14 anni, che non destò la stessa ripercussione all’estero delle donne. Per questo crimine, si stima che alla fine furono fucilati 364 persone (tutti o quasi tutti uomini). Per tutti questi uomini non ci sono film, né viali, né parchi, né canzoni, né fondazioni. (Per fornire un parametro di confronto per capire l’asimmetria di genere durante la Guerra civile spagnola, sul fronte franchista ci furono ad esempio 58 donne cadute su un totale di 580.000 affiliate, rispetto a 59.500 soldati uomini caduti in combattimento nello stesso schieramento). Credo che sia superfluo aggiungere altro. Purtroppo oggigiorno la maggior parte dell’informazione che ci arriva da ogni dove è parziale e contaminata dal colore viola. Ora ormai è sempre più urgente mettere più spesso possibile gli occhiali blu.

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