La guerra delle donne (3)

Scrive Simone de Beauvoir nella sua opera Il secondo sesso: «La maggior parte delle donne mistiche […] cercano attivamente di annientarsi attraverso la distruzione della loro carne. Certamente, l’ascetismo è stato praticato anche da monaci e religiosi. Ma l’accanimento della donna nello schernire la propria carne ha un carattere particolare. […] Soprattutto in paesi di ardente sensualità come l’Italia o la Spagna la devozione assume un carattere carnale: in un villaggio degli Abruzzi, le donne ancora oggi si lacerano la lingua lungo un calvario leccando le pietre del selciato. In tutte queste pratiche, esse non fanno che imitare il Redentore che salvò la carne con l’avvilimento della propria carne: sono sensibili a questo grande mistero in maniera molto più concreta degli uomini». A parte il fatto che anche gli uomini si laceravano la lingua, come ci ricorda Giovanni Verga nel suo racconto La lupa, a proposito del protagonista maschio Nanni, «fece pubblicamente sei palmi di lingua a strasciconi sui ciottoli del sagrato innanzi alla chiesa, in penitenza», è difficile oggi sostenere un’affermazione simili quando «le immagini del festival religioso di Thaipusam, di origine Tamil, che si celebra in diversi luoghi del Sud asiatico, dove mortificazioni e autoflagellazioni sono di casa, permette di constatare, con un semplice clic sulla tastiera, l’evidente predominio maschile tanto per il numero degli addetti come per la gravità delle ferite autoinflitte. Anche le autoflagellazioni pressoché esclusive del mondo maschile durante i festeggiamenti dell’Ashura nell’Islam sciita potrebbero bastare. Ma desta una certa perplessità che, al di là di Internet, la Beauvoir non sapesse degli uomini crocifissi nelle processioni, della tradizione degli arabi di colpirsi sulla testa con le spade, delle diverse pratiche di autoferimento dei fachiri indiani, delle autoflagellazioni private (come nel caso di san Luigi, re di Francia) o pubbliche (gruppi di flagellanti) che erano stati al centro della cronaca medievale; o dell’autoimmolazione, come fece Calano, e come ci hanno abituato nell’attualità i bonzi buddisti per protestare contro la situazione politica nel Tibet o in Birmania, la stragrande maggioranza uomini, senza dimenticare gli stazionari, anacoreti orientali che si condannavano a vivere sempre in piedi, o gli stiliti della Siria, appollaiati su delle colonne» (Tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, a pp. 223-224, 333)

Nel racconto storico di Simone de Beauvoir, “madre del femminismo”, cioè nella narrazione storica femminista, sono spariti le mortificazioni, autoflagellazioni e autoimmolazioni maschili per motivi religiosi, le ferite autoinflitte, le crocifissioni volontarie nelle processioni, i fachiri indiani, i numerosi ordini religiosi maschili che prevedevano la flagellazione come forma di penitenza, ecc. Nella narrazione storica femminista compaiono soltanto le sofferenze femminili. Questa “mancanza” non può essere addebitata all’ignoranza, Simone de Beauvoir era una persona istruita, anzi, molto istruita. Dal mio punto di vista ci sono due spiegazioni plausibili: 1) ha cancellato la sofferenza maschile con intenzionalità e malafede; 2) il suo giudizio è talmente obnubilato dal pregiudizio (o dalla misandria) che è incapace di vedere la sofferenza maschile – cioè ha costantemente addosso degli occhiali viola. Questo vuole essere solo un semplice esempio di come tutta la narrazione femminista è contaminata da questo racconto assolutamente parziale, che la rende dunque falsa. La narrazione storica femminista è stata costruita mettendo in risalto tutta la sofferenza e tutti i meriti dell’universo femminile e censurando tutta la sofferenza e tutti i meriti dell’universo maschile. Ogni tradizione, ogni testimonianza, ogni rituale, ogni libro, ogni documento storico che ci è stato tramandato fino ad oggi dai nostri avi è stato sottoposto dal femminismo a questa lettura parziale. Ora, come avevo anticipato nel mio intervento precedente, trarrò delle conclusioni completamente capovolte a quelle femministe dalla lettura di un qualsiasi libro storico scelto a caso, mettendo solo gli occhiali blu. Non è difficile, e potete farlo anche voi (e non solo per quanto riguarda i sessi, può essere fatto per qualsiasi altro tipo di gruppo umano: nazione, razza…).

Bernardino Ramazzini
Ritratto di Bernardino Ramazzini

I tremori, le stupidezze e gli altri mali.

A proposito dei sessi, gli autori del passato, immuni all’attuale guerra dei sessi, che non conoscevano, scrivevano ingenuamente, quindi senza pregiudizi, quello che vedevano. Bernardino Ramazzini (1633-1714) è uno di loro. Medico, scienziato e scrittore italiano, Ramazzini è riconosciuto come il fondatore e padre della medicina del lavoro, argomento di grandissima attualità nel mondo, tanto è vero che in Italia è diventata d’obbligo la formazione sulla salute e sicurezza sul lavoro per i nuovi assunti. I testi che seguiranno sono tratti dall’opera alla quale Ramazzini deve la propria fama, il De morbis artificum diatriba, nella quale si dedica all’osservazione delle condizioni di lavoro e dialoga con i lavoratori più umili per chiarire le cause dei loro disturbi. Si tratta quindi di un’opera che non ha nulla a che fare con la “guerra dei sessi”. A proposito della «infelicissima condizione» «alle quali soggiacciono quei che cavano metalli ed altri artefici di simil fatta», occupazione che si presuppone quasi interamente maschile, descrive Ramazzini, «sono difficoltà di respiro, tisichezza, apoplessia, paralisia, cachessia, enfiamento di piedi, perdita de’ denti, ulcere alle gengive, dolori negli articoli, e tremori. I polmoni ancora, e il cervello in tali operanti vengono maltrattati, e più i polmoni, attesoché questi insieme con l’aria sorbiscono l’esalazioni minerali, e sono i primi a sentirne il danno; indi a poco quelle medesime esalazioni passate dentro gli ospizi della vita, e mescolate col sangue, sconvolgono la temperie nativa del cervello e del sugo nerveo, e la  contaminano; indi ne derivano i tremori, le stupidezze e gli altri mali».

Le miniere, alcune «sono umide, nel fondo delle quali ne stagna l’acqua, altre secche, nelle quali talvolta fa d’uopo del fuoco per far in pezzi i macigni. Nelle miniere umide che hanno l’acqua stagnante, se n’infermano le gambe degli artefici, come pure per le grosse e velenose esalazioni, che da quelle traspirano, e tanto più quando le schegge de’ sassi cadono dentro l’acqua, e muovono quel pantano, perduto il respiro, gli operai cadono a terra, e vengono fuora mezzo morti. Lo stesso fuoco ancora, che per altro n’è il domator de’ veleni, qualor vi bisogna per intenerire le pietre, ne trae fuora dalla materia minerale esalazioni pestifere, e la mette in moto, per lo che i miseri cavatori trovano gli elementi tutti a sè stessi contrari. Niuna peste però più mortifera conduce all’estrema rovina questa gente, quanto quella che scaturisce dalle miniere dell’argento vivo. Imperocché i cavatori nelle miniere di questo metallo appena giungono all’anno terzo, come dice il Falloppio (in Tract. de metallis et fossilibus), e nel solo spazio di quattro mesi contraggono tremori di membra, divengono paralitici e vertiginosi, come attesta l’Etmullero (in sua mineralogia c. De mercurio)». «Pertanto il cavar metalli tempo fa, ed ancor al presente in que’ luoghi dove sono miniere, fu solito d’esser una sorta di pena, imperocché i malfattori e i rei di gravi delitti vengono condannati a cavar metalli, come anticamente i seguaci della religion Cristiana solevano condannarsi alle miniere, come si può leggere nel Gallonio de’ tormenti de’ martiri». «Quindi di quei che nelle miniere cavano i minerali, suol esserne molta la mortalità. Perciò le donne che si maritano con cotesti uomini, si maritano più volte, attesoché al dire di Agricola presso le cave del monte Carpazio si sono vedute donne che avevano avuti sette mariti. Di questi uomini così dice Lucrezio (lib. VI vers. 813): “Nonne vides, audisve perire in tempore parvo / Quam soleant? et quam viri copia desit” » (a pp. 17-18, 20-21).

antichi minatori
Minatori nell’antichità

E che dire del fognaiolo?

Per quanto superfluo possa sembrare, ci preme evidenziare che in una gerarchia quelli che muoiono prematuramente per proteggere o mantenere altri individui sono ritenuti sfavoriti od oppressi, e gli individui che sopravvivono grazie a questa protezione o mantenimento, privilegiati. Così i sovrani e la nobiltà, mantenuti dal lavoro del volgo e protetti dall’arruolamento coatto, vedevano morire prima di loro i plebei. Parimenti le mogli riuscivano a campare molto più a lungo dei mariti, mentre questi premorivano in mestieri pericolosi o malsani per mantenerle e proteggerle, in alcuni casi fino a sette volte tanto: «si sono vedute donne che avevano avuti sette mariti» (!). Sfido a tutte le Simone de Beauvoir e seguaci a spiegare in maniera logica in che modo questi sette uomini, che sono morti per mantenere una donna, sono stati privilegiati, e in che modo questa donna è stata vittima. Ma purtroppo, come è già stata accennato in altri interventi precedenti, la dottrina femminista non è retta dalla logica, ma dalle emozioni, e un’argomentazione così categorica non ha alcun valore. È lo stesso Ramazzini a informarci che gli uomini, al di là del matrimonio, lavorano per le donne: «disgrazie poi molto maggiori n’incontrano quelli che lavorano di vetri coloriti, per far ornamenti alle donne plebee, e per altri usi». E queste le conseguenze: «Ho conosciuto Carlo Lancillotto, chimico del nostro paese assai rinomato, che tremava, aveva gli occhi infermi, era senza denti, asmatico, di brutta apparenza, e che solo a vederlo scemava il nome e il credito a’ suoi medicamenti, particolarmente cosmetici, che vendeva» (a pp. 42, 53).

Come mi piace ripetere spesso, gli uomini, con la forza delle loro braccia, hanno fatto attraversare le navi nel Mediterraneo e in altri a mari. Per secoli. Molti di loro sono stati galeotti. Molti morti sulle galee, remando. Nel contempo c’era il divieto di mettere le donne in catene a remare. In linea di massima le donne non hanno dovuto remare. Molte erano navi commerciali, e trasportavano merci che venivano dopo vendute nei mercati cittadini. Quale gente affollava i mercati cittadini? Quale sesso gironzolava in prevalenza – e gironzola ancora oggi – tra le bancarelle? Quale sesso traeva vantaggio in maggior misura dallo sforzo dei galeotti, tramite l’acquisto di merce macchiata spesso dal loro sudore, sangue e lacrime? Concludo con le parole di Ramazzini riguardo alle conseguenze di un altro mestiere: il fognaiolo. «Essendo che in questa città (di Modena), che a misura del suo circuito n’è a sufficienza popolata, e pertanto n’ha le case in gran numero e molto alte, vi è costume, che ogni tre anni si nettino in tutte le case, le fosse che scorrono per le strade. Facendosi adunque un simil lavoro in casa mia, considerai uno di quegli operai, che in quella fetida ed oscura caverna con affanno grande, e sollecitudine faceva l’uffizio suo.

cloaca maxima roma
La cloaca maxima di Roma.

Intanto abbiamo pulito la vostra merda.

Venutami compassione di cotanto assidua fatica lo interrogai, perché lavorasse con tanta fretta, e non operasse con più posatezza, acciò per la troppa fatica non cadesse in eccessiva debolezza; allora quell’uomo infelice alzando gli occhi da quella caverna, e guardandomi, disse: niuno se nol prova può immaginarsi quanto importi trattenersi in questo luogo più di quattr’ore, attesoché n’è lo stesso che diventar cieco: escito colui poco dopo dalla fossa, io con attenzione considerai i suoi occhi, e li vidi divenuti non poco rosseggianti, e ottenebrati; interrogandolo io di nuovo qual rimedio n’avessero in costume gli uomini della sua professione per questo incomodo: non altro, disse colui, che di far prontamente ritorno a casa sua, come farò io pur ora, si rinserrino dentro una camera oscura, e vi dimorino sin al giorno seguente, lavandosi di quando in quando con l’acqua tiepida; lo che facendo provano qualche sollievo al dolore degli occhi; di nuovo lo interrogai, se nella gola sentono eglino bruciore alcuno, se patiscano difficoltà di respiro, se li molesti il dolor di capo, se un tal odore n’offende loro il naso, e faccia nausea: niuna di tali cose n’accade, rispose colui, nè parte veruna patisce in questo mestiere fuori che gli occhi, e se proseguissi più a lungo questo lavoro facilmente perderei la vista, come è accaduto ad altri ancora: così disse colui, e dopo d’avermi salutato… […] Molti di questi giornalieri da poi ne osservai o mezzo ciechi, o ciechi affatto dimandar la limosina per la città. Mercecché un vapor così tetro offendere la tenerella struttura degli occhi non è da farmi stupire» (a pp. 77-78). Quante donne avete mai visto addette alla pulizia dei pozzi neri e delle fognature? Non so in quale percentuale gli uomini abbiano contribuito alla costruzione del mondo (aerei, strade, cellulari, medicine…) a beneficio di tutta l’umanità, comprese le donne, ma alla donna che si lamentava e poneva in maniera sarcastica la domanda di «cosa hanno fatto in cambio gli uomini per le donne?», Ramazzini avrebbe probabilmente potuto rispondere in maniera semplice: “intanto abbiamo pulito la vostra merda”.

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