Ma la violenza femminile sugli uomini esiste? Sembrerebbe di no: nessuno ne parla (proprio per questo “non esiste”!) e se si cercano dati istituzionali non se ne trovano. Sul problema intimate partner violence le istituzioni ad ogni livello si comportano come un medico che esamini un polmone trascurando totalmente l’altro. Quel poco che si trovava sulla violenza femminile sugli uomini fino ad oggi era una ricerca fatta da privati e in ambito accademico nel lontano 2012, su un campione di circa 1.200 persone. Già allora gli esiti, poi pubblicati in una rivista specialistica, fecero discutere: gli uomini che testimoniavano di essere stati vittime in vario modo di soggetti femminili risultarono sorprendentemente numerosi. Milioni utilizzando gli stessi calcoli con cui l’ISTAT proietta le sue indagini campionarie su scala nazionale. Lo scalpore fu così tanto che non solo nessuno s’è preso carico da allora di approfondire il tema, ma anzi anatemi hanno iniziato a colpire coloro che vi si avvicinavano. La narrazione deve essere una sola e alla realtà non dev’essere consentito di smentirla. Questo lungo digiuno però è stato spezzato grazie all’iniziativa di uno dei pochissimi centri antiviolenza in Italia che assistono sia uomini che donne. Forse il più coraggioso e coerente: Ankyra di Milano. Tra il febbraio e l’agosto scorsi dal suo sito è stato diffuso un questionario anonimo online (che ai tempi abbiamo pubblicizzato anche noi), concepito da un nuovo team accademico in parte composto dagli studiosi del 2012, protetto dai più severi sistemi di blocco hacker e falsificazione, e fatto circolare tra convegni, social network, associazioni, che alla fine ha raccolto 3.876 risposte, più del triplo dell’esperienza del 2012.
Le domande poste, che potete leggere qui, ricalcavano quasi esattamente lo schema utilizzato dall’ISTAT nelle sue indagini sulla violenza maschile sulle donne: 10 quesiti sulla violenza fisica, 10 sulla violenza sessuale, 25 sulla violenza psicologica, 10 sullo stalking e, fenomeno che l’ISTAT non ha mai misurato finora, 5 domande sul “revenge porn”. Altra grande differenza con l’ISTAT è che le domande poste non chiedevano mai di riportare “sensazioni” o “impressioni”, ma soltanto fatti. Per intenderci: niente cose come “ti sei sentita minacciata?”, come si legge spesso nelle indagini ISTAT, bensì: “sei mai stato minacciato?”. Oltre alle domande a risposta chiusa, il questionario consentiva anche di lasciare testimonianze a testo libero. Abbiamo avuto il privilegio di leggerle e vi assicuriamo che aprono uno squarcio molto chiaro su un orrore che si vuole a tutti i costi spazzare sotto il tappeto. Ma prima un po’ di dati. Dall’indagine è emerso che il 68% degli intervistati è stato vittima di violenza fisica, il 38% di violenza sessuale, l’81% di violenza psicologica, il 53% di stalking e il 7% di revenge porn. In tutte le categorie le autrici sono soprattutto partner o ex partner, ma non di rado il loro podio è insidiato da familiari. Le testimonianze a testo libero parlano frequentemente di madri e sorelle maltrattanti talvolta oltre il limite della crudeltà. «Mia madre ha tentato di buttarmi dal balcone quando avevo 7 anni», racconta un anonimo. «Orecchie torte fino a 360 gradi; graffi agli occhi, naso e bocca; tirate di capelli fino a sollevarmi da terra. Tutto da mia madre», gli fa eco un altro. Quanto alle partner o ex partner, le modalità più frequenti di violenza fisica includono l’uso dell’auto come arma (tentativi di investimento), colpi di ogni tipo ai genitali, ossa spezzate spesso grazie all’uso di oggetti contundenti. Il tutto a riprova che se si vuole far male, ci si può riuscire anche senza essere fisicamente prestanti come un uomo.
La violenza femminile sugli uomini di tutta Italia.
Può sorprendere che un numero non indifferente di uomini denunci di essere stato vittima di violenza sessuale. Ma è una sorpresa sessista, tipica di quegli individui secondo cui, quando si tratta di sesso, l’uomo sia sempre pronto e favorevole, come se la mancanza di consenso fosse soltanto prerogativa femminile. «Sono stato più volte forzato ad avere rapporti sessuali anche quando non ne avevo intenzione, altrimenti venivo deriso e colpevolizzato», dice un testimone a cui altri aggiungono baci o palpeggiamenti alle parti intime, masturbazioni dolorose fatte per rabbia, pratiche non desiderate, più le immancabili umiliazioni, non di rado condite con sputi o botte, quindi borderline rispetto alla violenza fisica e psicologica. Ciò che conta è che sì, piaccia o no, anche gli uomini possono esprimere dissenso ed essere vittime di violenza sessuale. Oltre a ciò, è ovviamente la violenza psicologica a farla da padrone. Qui l’abisso è particolarmente profondo e colpisce al cuore tutti gli aspetti principali della maschilità: umiliazioni, aggressioni verbali atte a sminuire il ruolo sociale ed economico, vere e proprie torture contro il versante paterno (e in questo le autrici trovano ampia sponda nella magistratura e nelle leggi), spesso perpetrate con l’utilizzo strumentale della prole (alienazione parentale) e di false accuse. Meno marcata, ma qualitativamente significativa, è la violenza psicologica attuata con strumenti economici (testimonianze parlano di soldi requisiti e centellinati dalla compagna, ad esempio) e in più parti fa la sua comparsa un fenomeno a cui di recente è stato dato il nome di “ghosting“. Come detto, più della metà degli intervistati ha poi testimoniato di essere stato vittima di stalking. Sì, quel reato che, quando lo commette una donna, i giornali parlano di “stalking al contrario” o “a parti invertite“, lasciando intendere che si tratti di una prerogativa soltanto maschile. Una mistificazione, che i dati raccolti da questa indagine di Ankyra e anche dalle nostre statistiche smentiscono alla radice. Di contro il “revenge porn” sembra mietere per ora poche vittime dal lato maschile, ma è probabile che sul dato pesi la necessità che il tempo cristallizzi la corretta percezione delle caratteristiche dell’atto e del danno che ne deriva.
Su questa indagine sta lavorando un team di accademici, nell’ottica di pubblicare un articolo, come nel 2012. Non c’è da farci troppo conto: è ben noto che i bias censori del femminismo colpiscono duro anche l’università, quindi non ci stupiremmo a leggere qualcosa di molto edulcorato, che parla di tutto tranne che dei dati raccolti, magari precisando a chiare lettere che “nessuno vuole sminuire la violenza maschile sulle donne”. Quello che resta sono i dati, su cui due riflessioni di merito vale la pena farle. Anzitutto il bias strutturale dell’indagine di Ankyra: è indubbio che al questionario abbiano partecipato soltanto uomini che hanno subito violenza. Chi non l’ha subita, una straripante maggioranza indubbiamente, non ci si è messa a rispondere alle domande. Una sorta di selezione a monte di cui occorre tenere conto, ovviamente, ma che non inficia i risultati di base. È vero, hanno risposto soltanto gli uomini che hanno subito violenza, ma per lo meno così si sono palesati e hanno dato elementi misurabili del fenomeno. Qui si innesta il secondo aspetto di metodo: e se proiettassimo su scala nazionale i dati raccolti, utilizzando le stesse formule che l’ISTAT usa per la violenza maschile sulle donne? Be’, abbiamo cifre che ribaltano totalmente la narrazione dominante (come c’era da attendersi): gli uomini vittime di violenza fisica si aggirerebbero (notare che noi, a differenza dell’iper-assertivo ISTAT, usiamo il condizionale…) tra i 15 e i 16 milioni. Per la violenza sessuale siamo a poco più di 9 milioni. Per la violenza psicologica siamo a quasi 20 milioni, l’83% degli uomini in età adulta in Italia . Per lo stalking, infine, quasi a 13 milioni e 1,7 milioni per il revenge porn, per un totale orientativo di 15 milioni di uomini vittime di violenza per mano femminile. Che queste proiezioni siano affidabili siamo i primi a metterlo in dubbio, come da tempo ha fatto in modo definitivo questo libro, tuttavia, volendo tenere il parallelo con l’ISTAT e le sue che più discutibili metodologie di raccolta ed elaborazione dati, i numeri sono questi. Sovrastimati? Molto probabile, come lo sono quelli relativi alla violenza maschile sulle donne. Solo che questi ultimi, debitamente pompati, alimentano un poderoso circuito mediatico, politico e di business.
La violenza ignorata
Al di là delle proiezioni farlocche ISTAT-style, non c’è dubbio che in un Paese normale queste statistiche verrebbero raccolte a livello istituzionale, con ben altri mezzi e ben altri numeri, senza lasciare che sia l’iniziativa privata a sopperire alla mancanza. In un Paese normale il fenomeno “violenza” non avrebbe né sesso, né orientamento sessuale. Lo diciamo perché ci sono tanti altri grandi assenti, dal lato statistico: la violenza inter-partner nelle coppie omosessuali, la violenza contro gli anziani, quella contro i minori e i disabili. Tutto viene messo nel dimenticatoio perché l’attenzione sul tema dev’essere divorata dal diktat ideologico secondo cui solo gli uomini sono autori di violenze e solo le donne ne sono vittime. Non c’è margine di miglioramento nelle condizioni sociali, nelle contromisure al fenomeno, nella sua percezione psicosociale, fin tanto che alcuni temi restano tabu per lasciare egemonia indisturbata a un solo versante del problema. Come dicevamo all’inizio: a un solo polmone. Nel 2012 boati di silenzio e indifferenza accolsero gli esiti di un’indagine analoga. Accadrà lo stesso ora che, a distanza 14 anni, i dati non solo confermano quanto rilevato allora, ma anzi lo rinforzano? Molto probabilmente sì. Qui in Europa la Bestia che inquina le relazioni tra uomini e donne, cioè il femminismo e il business economico politico e mediatico che gli gira attorno, è ancora in buona salute, sebbene oltreoceano sia ormai ridotto all’ombra di se stesso, come dovrebbe essere ogni estremismo inquinante. Chi ha più di 50 lo sa: le puntate della telenovela “Dallas” arrivavano da noi con un ritardo di un paio d’anni rispetto alle messe in onda negli USA. Le cose non sono cambiate molto, ci sarà da attendere ancora affinché indagini come questa di Ankyra conquistino, come dovrebbero, le prime pagine dei media e soprattutto l’attenzione di quelle istituzioni investite del compito di concepire contromisure e azioni di mitigazione.