L’emersione progressiva dei cosiddetti Epstein files (visionabili qui previa chiave di ricerca in inglese) ha prodotto, in molti osservatori critici del femminismo contemporaneo, primi tra tutti noi stessi, una frattura intellettuale non banale. Per anni abbiamo contestato l’idea che il comportamento deviante maschile potesse essere spiegato attraverso categorie totalizzanti come “patriarcato”, “cultura dello stupro” o colpa strutturale dell’uomo in quanto tale. Eppure, di fronte a una rete di uomini potenti, ricchi, influenti, coinvolti in pratiche sessuali aberranti, schifose e criminali, la tentazione di cedere a una lettura essenzialista — “forse il maschio, quando può, mostra la sua vera natura” — si fa strada. Questa è stata la nostra crisi: come difendere l’idea di una maschilità sana, maggioritaria e costruttiva senza negare l’evidenza di un fenomeno mostruoso che coinvolge quasi esclusivamente uomini di altissimo profilo? Riteniamo corretto affrontare questa nostra crisi a viso aperto, con voi. Anzitutto perché, parafrasando Bertrand Russell, non moriremmo mai per le nostre idee: sappiamo che potrebbero essere sbagliate.
La prima risposta istintiva che ci siamo dati è stata biologica: l’uomo è strutturalmente più fragile di fronte al richiamo sessuale, e quando potere e denaro rimuovono i limiti, la “bestialità” emerge. Ma questa spiegazione non regge. Il desiderio sessuale maschile è un dato universale, mentre il fenomeno Epstein è radicalmente minoritario. Milioni di uomini provano desiderio, pochissimi costruiscono o frequentano sistemi criminali basati sull’abuso. La spiegazione puramente sociologico-marxista — il potere che corrompe, la disuguaglianza che produce sfruttamento — fallisce allo stesso modo: il potere è una condizione necessaria ma non sufficiente. La stragrande maggioranza degli uomini potenti non partecipa a reti di questo tipo. Se una spiegazione pretende di valere per tutti, ma spiega solo una minoranza patologica, non è una spiegazione: è ideologia. E il femminismo che tanto combattiamo ne è un esempio lampante.
Dopo Epstein gli uomini sono tutti pedofili?
Il punto decisivo, spesso eluso, è che Epstein non ha “trasformato” uomini normali in mostri. Ha selezionato uomini già disposti a violare limiti fondamentali, e ha poi fornito loro un’infrastruttura di impunità, protezione e ricatto. Non siamo di fronte alla caduta dell’uomo medio, ma alla cooptazione sistematica di soggetti già scissi sul piano morale: individui capaci di sostenere una vita pubblica irreprensibile, magari predicando ad altri quale fosse la giusta “moralità”, mentre, in un compartimento separato, praticano l’abuso. Questa non è una dinamica di genere, ma di personalità. Non riguarda “gli uomini”, ma un tipo umano specifico: colui che è in grado di dissociare desiderio, empatia e responsabilità, e che vive la trasgressione non come debolezza, ma come conferma del proprio status eccezionale.
Applicare il concetto di patriarcato al caso Epstein non solo è scorretto, ma impedisce di comprendere il fenomeno. Il patriarcato, ammesso e assolutamente non concesso che sia una categoria storicamente fondata, presuppone una dinamica diffusa, strutturale, culturalmente condivisa. Qui siamo di fronte all’opposto: un sistema occulto, clandestino, incompatibile con la morale pubblica dominante, che vive di segretezza e ricatto. Non è la norma che si impone, ma la devianza che si nasconde. Parlare di patriarcato significa dissolvere la responsabilità individuale dentro una colpa collettiva astratta, e allo stesso tempo assolvere i veri colpevoli trasformandoli in semplici “prodotti del sistema”. È una lettura che consola ideologicamente, ma non spiega nulla. Dopo aver reso tutti gli uomini “femminicidi”, li renderebbe anche tutti pedofili e sfruttatori di minori. Se non regge l’una, ed è evidente che non regge, non può reggere nemmeno l’altra.
Risolvere la crisi degli Epstein files
La categoria più utile per comprendere questi soggetti in realtà non è quella del “predatore naturale”, ma quella del predatore negato. Non uomini consapevoli della propria potenza e impegnati a governarla, ma uomini che rifiutano di riconoscere la propria capacità di fare il male, e che proprio per questo la esercitano senza freni. Qui si innesta il nodo etico della maschilità: l’uomo integro non è colui che si proclama innocuo, ma colui che sa di essere pericoloso e sceglie di non esserlo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo. Nel caso dei maiali internazionali clienti di Epstein, la ferocia non integrata non scompare: si trasforma in scissione, ipocrisia, doppia vita. Epstein non è la prova che il lupo vince, ma che il lupo mai riconosciuto diventa mostruoso.
La crisi prodotta in noi dal caso Epstein si risolve solo rifiutando due scorciatoie opposte e ugualmente false: l’assoluzione collettiva (“sono casi isolati”) e la condanna collettiva (“è la natura dell’uomo”, anzi del “maschio”…). La realtà dei fatti impone una distinzione netta: tra la maschilità integrata e responsabile, che resta largamente maggioritaria, e una minoranza patologica di uomini potenti, selezionati proprio per la loro scissione morale. Non è il maschile ad essere sotto accusa, ma l’assenza di limiti reali, la concentrazione opaca di potere e l’uso della moralità come maschera. Difendere la maschilità sana oggi non significa negare l’orrore, ma rifiutare che l’orrore venga usato per delegittimare l’uomo in quanto tale. Significa, al contrario, pretendere più responsabilità, non meno: dall’individuo, non da astrazioni ideologiche. La soluzione della crisi, per quanto possa suonare paradossale per alcuni, è capire che l’orrore della questione Epstein è il risultato del tramonto della maschilità, voluto con tutte le forze dalle élite occidentali degli ultimi trent’anni e attuato con lo strumento del femminismo.