Nel mainstream c’è chi continua ad aggrapparsi con le unghie e con i denti allo stereotipo della donna vittima per antonomasia, incapace di fare volontariamente del male. Ma basta uno sguardo alla cronaca recente per ritrovarsi immersi in quella che qualcuno definirebbe “la realtà, questa sconosciuta”. Da Ostia a Parma, da Lecco a Roma, la sequenza di atti criminosi commessi da donne su uomini si moltiplica. Nel silenzio assordante delle istituzioni e con l’occhio pietoso dei media, ci si imbatte nell’ennesima scena: non più la “fragile” moglie da difendere, ma individui armati di coltelli, acido, spranghe e, perché no, ottime dosi di aggressività. La fiaba del “gentilsesso” che non alza mai la mano, ormai, la raccontano solo più negli spot di sensibilizzazione: la realtà la smentisce tutti i giorni.
L’escalation è evidente e, se non fosse tragica, sarebbe materiale da parodia: donne che accoltellano i propri compagni durante una lite, come avvenuto recentemente a Ostia – per chi pensa che i film horror siano solo finzione, ecco un esempio di quotidianità taciuta. E ancora, un uomo deceduto in ospedale dopo un’aggressione feroce in quel di Roma, notizia che ha richiesto al mainstream settimane prima di arrivare all’opinione pubblica per motivi inspiegabili (non disturbare il manovratore…). Troppo spesso i casi in cui le vittime sono uomini vengono messi in coda, nell’ultimo trafiletto, o peggio nascosti sotto la coltre del “raro episodio isolato”. Oltre ovviamente ad apparire soltanto su testate locali, talvolta anche solo di quartiere.

Doppio standard del mainstream e negazione delle vittime maschili
Nel frattempo, le campagne istituzionali e mainstream dicono: “Denuncia, denuncia, denuncia!”, ma solo se sei del sesso giusto. Gli uomini, al contrario, restano a guardare mentre i lividi diventano cicatrici: non esistono manuali, numeri verdi, testimonial in TV per chi, magari, viene bruciato con l’acido dal partner e sceglie il silenzio per evitare l’ulteriore stigma (un caso poco opportuno da raccontare troppo). I numeri sono negati; la legittimità del dolore maschile, derubricata. E se una diciassettenne aggredisce i poliziotti a calci e strette al collo, tutto si riduce a una nota di colore locale e qualche settimana di prognosi per gli agenti, ma guai a invertire i ruoli, la storia cambierebbe titolo e dimensione. L’assimetria giudiziaria dimostra un’accettazione implicita della violenza femminile. Basta vedere il caso di Parma, dove una donna dal profilo aggressivo ha potuto mantenersi a piede libero per un mese dopo aver accoltellato il compagno. Quando la violenza assume il volto femminile, la reazione delle autorità oscilla sistematicamente tra la “malattia psichiatrica” e la “particolare situazione emotiva” come scusanti di prassi (qui un esempio lampante).
Se invece vanno di moda i centri di rieducazione e i centri antiviolenza per uomini violenti, per le donne violente il mainstream ha sempre una motivazione “comprensibile”, una soluzione alternativa, una pacca sulla spalla. Schiaffi, minacce di morte e lesioni diventano reati blandi, spesso relegati al giudice di pace, come mostrano questo caso recente. E quando la stampa decide di raccontare la notizia, ecco che tra le righe si parla più della classifica del Napoli che della coltellata al marito, come avvenuto durante una lite domestica da telecronaca sportiva. Gli uomini accoltellati finiscono negli ospedali di provincia, la stampa si occupa degli sviluppi solo tra le righe (qui un altro spaccato). Il capolavoro arriva con chi uccide il marito e cerca anche di depistare le indagini, la narrazione è che i centri antiviolenza restino comunque riservati a chi subisce, ma “solo se donna” (qui un caso con un finale annunciato). Se volete altre verità scomode, consultate il nostro Osservatorio Statistico e gli altri articoli di questa sezione: la realtà non ha paura dei doppio standard.