Donne, vi insegno come si seduce un uomo (Sex and the Single Girl) è un film commedia del 1964 interpretato da Tony Curtis, Natalie Wood, Henry Fonda, Lauren Bacall e Mel Ferrer. La protagonista (Natalie Wood) è una dottoressa che ha scritto un libro per le donne nubili americane. Tra lo staff medico e lei avviene questa conversazione: Lui: «Il libro non ha valore scientifico e non ha alcuna utilità per chi lavora nel nostro campo» / Natalie Wood: «Ahh, ma il libro non l’ho scritto perché servisse a noi! L’ho scritto per dare un aiuto alle donne nubili americane, perché non si vergognino più del loro sesso e di essere nubili! Perché non si comportino più come conigli e si comportino come uomini!» / Lui: «E perché no come donne nubili, che è molto più semplice?» / Natalie Wood (stupita): «Cosaaa? Smettila…». Al di là della battuta comica, la domanda è più profonda di quanto possa sembrare: perché nella testa della protagonista le donne nubili, per sentirsi auto-realizzate, si dovrebbero comportare come uomini e non come donne nubili? Per estensione, per quale motivo le femministe, per sentirsi “libere” e liberate, aspirano a imitare il comportamento e le caratteristiche maschili e non mettono in risalto il comportamento e le caratteristiche femminili?
Il mito delle Amazzoni, donne sovrane che frequentavano gli uomini solo per ragioni riproduttive e cacciavano via i figli maschi al raggiungimento della maturità sessuale, quando non erano stati eliminati alla nascita, ha un’importanza fondamentale all’interno della dottrina femminista perché rappresenta la statuizione della stessa capacità delle donne, come realtà storica, a sopravvivere in un mondo ostile e a fare tutto quello che facevano gli uomini. Le Amazzoni erano donne guerriere che, nel racconto mitico, non si ingravidavano né allattavano (o comunque questi aspetti non sono mai messi in risalto nel mito), ma correvano, combattevano, sconfiggevano e uccidevano uomini, e addomesticavano cavalli selvaggi senza il rischio di danneggiare le funzioni riproduttive. Persino si amputavano un seno per poter maneggiare meglio l’arco. In pratica, erano in tutto e per tutto equivalenti agli uomini, lottavano, conquistavano e erano autosufficienti, in comunità di donne, come lo erano gli uomini. Un mito, adottato dal femminismo, che non trova riscontro nella Storia conosciuta dell’umanità: non si conosce, in epoca storica, l’esistenza di comunità di solo donne guerriere che siano riuscite a progredire senza uomini.

Una sfida al mondo maschile.
Ma al di là della veridicità del mito, perché le amazzoni non sono autosufficienti vivendo come donne? Perché per essere autosufficienti e auto-realizzate le amazzoni devono assomigliare agli uomini? E, più importante, perché il movimento femminista ha adottato un mito come bandiera che esalta le caratteristiche e i comportamenti tipicamente maschili? Non esiste nessun sogno o mito maschile dove si esortino gli uomini ad amputarsi una parte del corpo per assomigliare alle donne. E naturalmente, nessun movimento maschile ha mai scelto un mito simile, che non esiste, come bandiera, come ha fatto il femminismo con il mito delle Amazzoni. «Soltanto un inconscio rifiuto del proprio corpo e desiderio di rivalsa potrebbero spiegare perché, tra tutte le immagini che potevano essere scelte come simbolo femminile, le femministe abbiano scelto come manifesto icona delle donne We Can Do It!, l’immagine di una donna che mostra il bicipite scoperto a modo di sfida, come fanno gli uomini, una sfida all’uomo, a colpo di bicipite, già persa in partenza» (tratto dall’opera La grande menzogna del femminismo, pag. 1120). Infatti, questa immagine iconica del femminismo quale messaggio lancia? Intanto è, in modo evidente, una sfida lanciata al mondo maschile, in un linguaggio chiaramente maschile.
Gli uomini, non le donne, comunicano in questo modo, mettendo in evidenza una parte del loro corpo, i bicipiti, segno della loro forza e dominio. Un modo di comunicare che le donne non adoperano affatto, e una parte del loro corpo che le donne non mettono mai, o quasi mai, in risalto (rispetto a tante altre, come possono essere il collo, le gambe, le caviglie, i capelli, gli occhi…). In pratica, adottando questa immagine iconica, il movimento femminista imita, in tutto e per tutto, gli uomini. Molto simile a quanto avviene ne gli ultimi anni nella produzione cinematografica, dove pullula un esercito di super-donne protagoniste nei film di azione, che fanno tutto quello che facevano una volta soltanto gli attori maschili protagonisti, lottano, combattono, si feriscono, picchiano e menano uomini tre volte più grandi di loro, e uccidono – molto spesso soltanto uomini – a volontà. Mi ricordo di essere rimasto colpito, una delle prime volte tanti anni fa, da una scena simile, nel film Angel Eyes – Occhi d’angelo (2001), dove l’attrice Jennifer Lopez, nel ruolo di poliziotta, 1,64 metri di altezza, arresta e sbatte diverse volte sul cofano di una macchina la testa di un uomo che era il doppio di lei. Un uomo che nella realtà dei fatti, volendo, con un semplice manrovescio, l’avrebbe buttata per terra. La scena era troppo incredibile da sembrare verosimile, al limite del ridicolo.

Il femminismo si occupa davvero delle donne?
Questo tipo di scene si sono moltiplicate nei film negli ultimi anni e tramutate in scene spericolate e adrenaliniche con protagoniste femmine. Il messaggio veicolato è che le donne possono comportarsi e fare come gli uomini, talvolta addirittura meglio. Sembra quindi che sia sorto tra le donne nel mondo cinematografico un bisogno imperioso di dimostrare che possono essere migliori e riprodurre le caratteristiche di qualsiasi uomo, anche rasentando l’inverosimile. Strano. Sinceramente, non vedo la stessa necessità nell’universo maschile, non trovo che nei film più moderni gli uomini cerchino di replicare disperatamente le caratteristiche femminili, non ci sono un’infinità di film che propongono uomini incinti che partoriscano continuamente o facendo altre mansioni tipicamente femminili. Si tratta di una questione essenziale per capire da dove nasca l’attuale ostilità del movimento femminista, e di una parte considerevole dell’universo femminile, nei confronti degli uomini.
Ho già approfondito in altri interventi (ad es. 1, 2) la presenza egemonica che rappresenta per la dottrina femminista – un’ideologia che in teoria si occupa delle donne – l’universo maschile. Ho già evidenziato come l’inizio del più importante testo femminista, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, invece di parlare delle donne, parla degli uomini, spiega cosa pensano, sentono e provano gli uomini. Ho già messo in luce come nella più importante dichiarazione del movimento, pietra miliare nella storia femminista, la Dichiarazione di Seneca Falls (1848), l’uomo è il protagonista assoluto. Lei (She) e i suoi diritti non sono l’oggetto della dichiarazione, ogni punto della dichiarazione inizia con Lui (He) e serve a elencare le sue colpe. Quindi una domanda importante che tutti, compreso le femministe, dovrebbero cercare di chiarire è: Il femminismo si occupa in prevalenza dell’uomo o della donna? E così, tutto quanto ci ricollega al concetto dell’invidia, approfondito in un intervento recente, espresso mirabilmente da Freud nel sintagma “invidia del pene”. “Boys should get pregnant too” (“Anche i ragazzi dovrebbero rimanere incinti”) recitava uno dei cartelloni inalberati lungo il Boulevard Chanel nella manifestazione femminista sceneggiata dalle modelle ideata dallo stilista Karl Lagerfeld per la sfilata “Spring-Summer 2015” di Chanel del settembre 2014. Esatto: Boys should get pregnant too! In pratica, se noi non riusciamo ad essere come loro allora è giusto che loro siano come noi. Femminismo dixit.