La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo ha suscitato una gran quantità di polemiche surreali al limite della patologia psichiatrica. Sì, lo sappiamo: le canzonette e la kermesse annuale della cittadina ligure non sono tematiche su cui possiamo vantare chissà quale competenza, ma i commenti lunari che si sono diffusi dopo il successo del cantante napoletano ci chiamano in causa, non per giudicare il brano in sé dal lato musicale (quello lo lasciamo ai musicologi), ma per capire i fenomeni psicosociali che il suo testo ha generato sui media mainstream così come sui social media. Come sempre, atteniamoci ai fatti: il testo di “Per sempre sì” esprime il trasporto sentimentale di un uomo verso la propria moglie. È la rappresentazione di uno di quegli slanci tipicamente a metà tra l’ingenuo e l’idealista, con una spruzzata di esaltazione della lealtà, anch’esso valore tradizionalmente maschile. Il punto di vista espresso è quello di un uomo il cui amore è talmente profondo e travolgente da poter dichiarare che per lui il contratto è “per sempre”, un impegno sacro sancito da Dio e dal tradizionale simbolo dell’anello, che Sal esibisce orgogliosamente al termine di ogni esecuzione.
Non c’è traccia di una volontà coercitiva verso l’interlocutrice. L’aria che si respira dal testo, a leggerlo senza pregiudizi, è del tipo: “così è per me e te lo voglio dire” e non c’è dubbio che la premessa di un così travolgente trasporto sia che l’interlocutrice non solo è pienamente d’accordo, ma corrisponde al sentimento in modo così pieno da ispirare parole in musica così luminosamente convinte ed entusiaste. L’uomo rappresentato dalle notevoli abilità canore di Sal è un uomo normale quando si sente amato. Nella sua genuinità molto maschile, molto basica, esaltata nel lato emotivo dalla verace e incontenibile meridionalità-italianità che l’interprete a Sanremo non ha certamente trattenuto, tutto questo conduce a un effetto esplosivo. Niente “ti amo” timidamente sussurrato all’orecchio, ma una deflagrazione di svariati chilotoni che ai più ritrosi può strappare un sorriso, ai più critici un senso di imbarazzo, ma niente più di questo. Invece… invece c’è chi su questa cosa ha infiocchettato una polemica in parte puramente ideologica (e tossica), in parte di natura chiaramente acchiappa-click.
La propaganda che si infiltra anche a Sanremo
E non stiamo parlando della feccia che popola i social network, vero e proprio brusio di fondo generato da cervelli mandati all’ammasso, che parlando di Sanremo riescono a dare il peggio. Stiamo parlando di grandi giornali, opinionisti stimati, chierici ufficiali di ciò che è corretto contro ciò che è sbagliato, anche quando si tratta solo di Sanremo. E il mantra più ripetuto da costoro si sintetizza così: “nel Festival dove è intervenuto Gino Cecchettin è inaccettabile che vinca una canzone come quella di Sal Da Vinci”. Così scrive Paola Italiano su “La Stampa”: «solo io vedo la grande contraddizione tra le parole che aveva detto Gino Cecchettin pochi minuti prima su quel palco e una canzone che canta dell’amore indissolubile con una teatralità minacciosa, quel pugno che batte sulla mano, l’amore come sigillo di Dio, non osi l’uomo separarlo. Solo a me sembra brevissimo il passo tra la fede che Da Vinci mostra in primo piano e la fedina penale macchiata da un amore che ti incatena per la vita?». Dato il successo immediato, anche internazionale, della canzone vincitrice a Sanremo, si direbbe che sì, quella visione tossico-ideologica sembrerebbe essere soltanto sua. Ma la Italiano non è l’unica, le fa eco la direttrice d’orchestra Gianna Fratta: «Mentre parliamo di educazione sentimentale, di femminicidi, di patriarcato, vince questa canzone», dichiara tutta scandalizzata. E in effetti è incredibile che sia ancora possibile rappresentare un uomo follemente innamorato in questo clima da regime del nulla.
A mettere il sigillo, però, è niente meno che la pro-rettrice dell’Università di Trento, professoressa Barbara Poggio: «La visione dell’amore che ci viene narrata è quella di un sentimento totalizzante, della fusione completa, del “senza di te non sono nulla”», dice l’accademica, «rappresenta un modello per il quale si esiste solo all’interno di una relazione. E questo è tutto ciò che di più sbagliato può esserci». Già, forse il modo giusto di stare insieme è quello fluido, pansessuale, senza radici né partecipazione, una mera alleanza temporanea da sciogliere al primo inciampo, come detta il modello corrente di modernità. «“La mia vita senza di te non ha senso”, non può essere un messaggio normale. Soprattutto nel 2026», insiste la docente, «è uno dei tasselli che contribuisce a creare un repertorio e un vocabolario problematico fatto di gelosia, di annullamento, di identificazione totale nell’altro. […] Ed è così che la violenza trova gioco facile, quando viene normalizzata». E così da un’appassionata canzone d’amore come ce ne sono tante (specie a Sanremo), si è passati in uno schiocco di dita alla violenza e al femminicidio, perché la propaganda ideologica, per poter reggere contro la realtà e la normalità delle cose, ha bisogno di cogliere ogni occasione per affermare i propri dogmi. Un bisogno tanto più urgente quanto più quei dogmi non trovano riscontri nei fatti. Fortuna che mezzo mondo sta ballando e cantando “Per sempre sì” sulla carcassa maleodorante rappresentata da quel tipo di chiavi di lettura, talmente incancrenite nel discorso pubblico da indurre molti a mostrare la propria vera natura di “buoni”.
Il razzismo slatentizzato
L’ansia di affermare il proprio punto di vista, cioè di far passare le parole della canzone di Sal Da Vinci come “tossiche”, ha infatti tolto a più riprese il velo dell’ipocrisia a molti, che non si sono fatti remore a mostrarsi più razzisti dell’Umberto Bossi dei tempi che furono. «Ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento», scrivono a “La Stampa”, mostrando un’ignoranza abissale dal lato musicale. «La canzone di Sal Da Vinci è la più brutta di sempre: può essere la canzone di un matrimonio camorristico»: parole niente meno che di Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere della Sera e tra i cantori più impegnati della narrazione femminista dominante impegnata a vittimizzare ogni donna e criminalizzare ogni uomo. La collezione di dichiarazioni simili è infinita e oggettivamente ributtante. I “buoni”, pur di timbrare il cartellino dei “buoni”, non si fanno scrupoli a concedersi discorsi d’odio che in un paese normale dovrebbe valer loro la radiazione dall’Ordine (cosiddetto) di appartenenza. Oltre che un corso per allenare la memoria, in modo magari da ricordarsi di Anna Oxa, che nella sua “Senza pietà” ha cantato, per altro vincendo Sanremo: “Ti troverò, ti prenderò, / Ti porterò per sempre con me, / Ti stringerò, conquisterò, proteggerò, / E senza pietà io ti amerò / Con tutto questo amore mio”. Una roba da stalker su cui però nessuno, ovviamente, ha avuto niente da dire.