Ieri la trasmissione “InOnda” su La7 ha ospitato il generale Vannacci. Oddio, più che ospitarlo, è stato messo di fronte al solito plotone d’esecuzione e tra le pallottole sparate non poteva mancare la tematica del “femminicidio”. Oltre ai giornalisti Marianna Aprile e Luca Telese, erano presenti Sara Menafra, vice-direttrice di Open, e Antonio Polito del Corriere della Sera. Insomma un po’ il gotha delle testate che da anni manipolano e falsificano i dati sul “femminicidio”, giocando con i dati del Ministero dell’Interno e imbrogliando sulla definizione del fenomeno. Abbiamo isolato i tre minuti di trasmissione in cui si è parlato del tema (li trovate qua sotto), durante i quali Vannacci ha risposto abbastanza bene, anche se avrebbe potuto fare molto di meglio. Vediamo come.
Ad aprire le danze è Polito: «se uno uccide una donna in quanto donna», chiede il giornalista, «perché si rifiuta di sottostare all’uomo, non è una cosa speciale che agli uomini non può succedere mai?». Qui i problemi sono tre. Primo, il movente ipotizzato, oltre a non essere concretamente dimostrabile in tribunale, non è presente nella realtà. Ogni omicida commette il proprio reato spinto da una motivazione specifica che, per quanto aberrante, non è mai quella citata dal giornalista che, al massimo, in taluni casi molto limitati (il più delle volte con protagonisti uomini immigrati), identifica un retroterra culturale che però ipotizzare come generalizzato è semplicemente sbagliato. Secondo: il fatto che a un uomo non possa mai succedere è una pura falsità, e basta spulciare la cronaca, quella poca che viene fatta trapelare su testate minori, per rendersene conto (qui una piccola selezione dal nostro ampio archivio).
Vannacci risponde a una valanga di bugie
Terzo, e più importante: nel diritto penale italiano, la sussistenza di un reato si basa sulla condotta oggettiva e sull’elemento soggettivo (dolo o colpa), rendendo il movente di per sé irrilevante per stabilire la colpevolezza. Il movente serve al massimo per attribuire aggravanti o attenuanti: la pretesa che possa definire un reato è semplicemente eversiva dello stato di diritto, oltre che stupido. Ed è forse proprio un momento di stupidità, o più probabilmente di conscia malafede, che induce Polito a concludere la sua domanda con: «alle donne succede, quasi una al giorno». Ma non era “una-ogni-tre-giorni”? Già era falsa quell’asserzione, figuriamoci quella di Polito, che però in coda alla sua domanda la butta lì come una polpetta avvelenata che a Vannacci sfugge, ma al pubblico, già sufficientemente indottrinato in merito, sicuramente no.
Telese interviene allora con il classico appello all’autorità: i dati del Ministero dell’Interno. Viene mostrato un cartello intitolato “Femminicidi in Italia” dove, per il 2025, si dichiarano 97 vittime (sì, ma sono tutti “femminicidio”? Non si sa), di cui 85 uccise in ambito familiare/affettivo (ah, allora sono questi i “femminicidi”? Non si sa) e, di queste, 62 uccise per mano di partner o ex partner. La truffa di questo cartello è che si cerca di far passare quei 62 casi per “femminicidi” perché la mano criminale è stata quella di un partner o ex partner. Ma non si era detto che a definire i “femminicidi” è il movente? Ecco la manipolazione che si fa da anni: giocare a cambiare le carte in tavola tra autore e movente. A seconda delle convenienze (gonfiare i numeri), si mette il focus sull’uno o sull’altro aspetto. Quanti di quei 62 partner o ex-partner hanno ucciso la compagna o ex-compagna “in-quanto-donna”? Il Ministero dell’Interno non l’ha mai specificato, fino al dicembre 2025. Telese & Co. cercano comunque di far passare il messaggio (falso) che tutti quei 62 abbiano ucciso con quel movente. La verità la trovate nel nostro debunking annuale, per gli anni passati, dove (applicando generosamente la definizione di “femminicidio” data dalla Polizia di Stato) i “femminicidi propriamente detti” si sono sempre aggirati tra i 30 e i 40 all’anno. Dal dicembre 2025 in poi, però, c’è una legge che impone una definizione univoca, acquisita dalle procure d’Italia. Vannacci lo ricorda correttamente: usando la definizione di legge i casi veri nei primi mesi dell’anno sono tre. Alla fine dell’anno, diciamo noi, vedremo il conto e scoppierà il finimondo perché nessuno, a partire da Polito, potrà più dire “un femminicidio ogni tre giorni”.

Alcuni dati che mancano a Vannacci
Ovviamente a questo punto gli intervistatori gli si sovrappongono e lui non affonda il colpo come dovrebbe. Forse avrebbe impedito a Telese e al suo plotone di fare la solita mossa infame: il richiamo emotivo. Ecco infatti che sul video alle spalle appaiono i volti delle donne uccise nel 2025, prese dal macabro (e falsificato) conteggio tenuto dal Corriere della Sera. Come al solito, dentro c’è di tutto: alcuni “femminicidi” propriamente detti, ma anche casi che in nessun modo possono essere considerati “femminicidi”. Ci sono infatti anche i volti di Cleria Mancini ed Elisabetta Polcino, uccise da mariti malati psichiatrici gravi che avevano entrambi pianificato lo sterminio di tutta la famiglia (figli compresi); c’è il volto di Cinzia Pinna, uccisa da un conoscente (non un fidanzato o ex) per un movente rimasto ignoto; c’è il volto di Teresa Sommario, uccisa dal figlio dopo un semplice rimprovero; c’è il volto di Daniela Strazzullo, uccisa dalla compagna nell’ambito di una relazione omosessuale. La lista potrebbe continuare, ma vi rimandiamo nuovamente al nostro debunking per avere il quadro completo che spoglia all’osso la falsificazione messa in atto nello studio di “InOnda” come su tutti i media mainstream italiani da decenni. Chiosa Telese: «Ora, queste donne, o diciamo che non è vero…». Eh sì, Telese, lo diciamo. Vannacci non lo dice, ed è un peccato perché svelerebbe una truffa che gli porterebbe sì tanto odio ideologico, ma anche una valanga di voti “risvegliati”.
Poi sempre Telese si appiglia ai numeri: «non abbiamo 87 uomini uccisi dalle proprie fidanzate». A parte l’uso, di nuovo, del giochetto tra autore e movente, e a parte che quelle 87, come detto, non sono tutte vittime di “femminicidio”, se il criterio numerico fosse valido, allora non dovremmo occuparci più dei disabili perché sono meno dei normodotati? Dei poveri perché sono meno di chi riesce a cavarsela? Telese finge di dimenticare che la legge dev’essere uguale per tutti: anche solo un caso di donna che uccide un uomo basta a sbarrare la strada a una legge dedicata al caso contrario. Di più: anche solo la possibilità che possa accadere deve sbarrarle la strada. Ma si sa: per i progressisti che promuovono una certa narrazione le leggi sono “fluide” e devono adattarsi alla loro versione della realtà. Non a caso la regia manda in onda tutta una serie di titoli di giornali (con la solita formula del “ennesimo femminicidio”), per cercare di contenere con l’impulso emotivo un Vannacci che ricorda come l’Italia sia, in Europa, il paese più sicuro per le donne, mentre i paesi nordici che hanno una legge sul “femminicidio” abbiano statistiche spaventose. Nel farlo, il generale nomina il “patriarcato” facendo friggere sulla sedia Marianna Aprile che, forse capendo che non è cosa, cambia argomento.

Siamo a disposizione
In conclusione: il mainstream non si smentisce e il suo plotone d’esecuzione è fatto di soldati di cartone armati di fucili con il tappo di sughero. Un minestrone di dati parziali, dati falsi, giochetti definitori per cercare di confermare in ogni modo una narrazione che ormai non ha più ossigeno. Complice anche l’azione del generale, che ha iniziato a staccarle la spina con una certa efficacia. Che però potrebbe essere ben più letale e definitiva, e portare un consenso nuovo da tutte quelle persone stufe di essere prese per il naso, se solo si affidasse, su questi temi, a chi li studia da tempo, in modo approfondito e serio, dati e statistiche alla mano. Abbiamo provato a metterci a sua disposizione ma, a quanto pare, al momento non è abbastanza interessato al nostro supporto da darci una risposta. Non importa: rimane un fenomeno politico da tenere sotto stretta osservazione, per i temi che ci interessano, nella misura in cui continua a tenere botta su una posizione finalmente chiara e di rottura della grande menzogna istituzionale.