Il Ministero dell’Interno, Direzione Centrale Polizia Criminale, pubblica i dati del primo semestre 2026 relativi agli omicidi volontari. Alla voce femminicidi sono catalogati 8 casi. Sconcerto nelle truppe cammellate del mantra “un femminicidio ogni 3 giorni”. Già, secondo la narrazione filostragista una vittima ogni tre giorni vorrebbe dire circa 60 nei primi 180 giorni dell’anno, invece sono 8. Non scriviamo “solo” 8 poiché, come sosteniamo da sempre, suscita indignazione anche una sola vita persa a causa del possesso morboso stile “o mia o di nessuno”, ma è evidente che 8 casi a fronte dei 60 millantati è un dato che fa a pezzi la narrazione ideologica. Sono proprio le menzogne della narrazione ideologica che contestiamo da sempre, non ultima la solita bufala “un femminicidio ogni 3 giorni” sparata dalla giornalista RAI Giorgia Cardinaletti sulla tv pubblica nella trasmissione più seguita dell’anno, la serata finale del Festival di Sanremo. In assenza di una norma specifica, tale bufala è stata propagandata a reti unificate per anni; poi la sorellanza ha rivendicato l’introduzione di una fattispecie autonoma di reato per fare fronte all’ecatombe/strage/mattanza/massacro di proporzioni bibliche e il Legislatore, obbediente, ha eseguito. Tra applausi, complimenti reciproci e grandi pacche sulle spalle, la novella è stata approvata all’unanimità da entrambi i rami del Parlamento: prima 161 Senatori, poi 237 Deputati. All’unanimità: zero voti contrari sia alla Camera che al Senato, zero astenuti sia alla Camera che al Senato.
Ricordiamo sempre che i gloriosi rappresentanti del popolo italiano, tutti insieme e compatti come non mai, hanno superato di botto qualsiasi divergenza fra partiti, fronde, correnti e correntine, per aderire con entusiasmo allo storico passo avanti verso la tutela delle donne. Finalmente il sogno si avvera, habemus crimen. Poi il brusco risveglio. Quando è una fonte istituzionale a catalogare gli episodi secondo i criteri stabiliti dalla legge, i numeri crollano a picco e i dati sono spietati. Il risultato è mortificante per le paladine della teoria “femminicidio a tutti i costi”, che speravano di validare con i dati ministeriali la farneticazione di una vittima ogni tre giorni. Ora i casi sono 8 ed arrivano da più parti le perplessità sulla reale efficacia della norma, perplessità delle quali però non c’era traccia al momento di votarla a ranghi compatti. Nessuno ha alzato un dito per sollevare obiezioni, nessuno ha proposto modifiche prima che il testo fosse reso pubblico, nessuno prima del voto in Aula ha presentato emendamenti che, pur correggendo le storture più macroscopiche, avrebbe però rallentato l’iter parlamentare di una norma che doveva essere approvata in fretta e furia per accontentare la piazza. Eppure l’ANM (non proprio una lobby antifemminista fasciopatriarcale) aveva avvertito il Parlamento con una nota dell’ottobre 2025: “guardate che è una ciofeca”. Estremizziamo il concetto, ovviamente la nota è più complessa e le critiche toccano diversi punti.

L’ideologia e l’unanimità si schiantano sui dati
Scrive Simona S. sui social, commentando un articolo de Il Fatto Quotidiano sul flop del femminicidio come reato autonomo: «Quando la politica risponde alla violenza di genere con la propaganda e il populismo penale, il risultato è esattamente questo: leggi manifesto, difficili da applicare e inefficaci nella tutela reale delle donne». Beh, l’art. 577 bis non è affatto una misura a tutela delle donne, non può proteggere la vittima ormai deceduta, nasce per punire l’assassino col massimo edittale della pena prevista per l’omicidio, quando però purtroppo non c’è più una vita femminile da tutelare. Nonostante la povera Simona non abbia le idee chiare sul reato di femminicidio, le ha però su propaganda, populismo, leggi manifesto e severità di facciata. Concordo appieno. La legge 181 del 2025, dalla quale nasce l’art. 577 bis, somiglia più ad un volantino di Non Una Di Meno che ad un testo giuridico; si esprime con grammatica femminista (donna uccisa in quanto donna) priva di cornice giuridica e propone una risposta puramente demagogica avulsa dai dati. Ideologia tossica, niente di più. Poi non c’è da stupirsi se l’applicazione si rivela un flop.