Sul queste pagine pubblichiamo, commentiamo e archiviamo da oltre dieci anni migliaia di articoli, che poi vengono inseriti nell’Osservatorio Statistico corredati di elenchi, link originali e grafici. Tra i principali temi oggetto dei nostri approfondimenti ci sono le false accuse, ovvero le accuse che alla verifica giudiziaria si dimostrano prive di fondatezza. Sottolineiamo spesso una caratteristica che accomuna moltissime notizie di cronaca: a un lungo e particolareggiato elenco delle accuse mosse ad un uomo innocente, segue la laconica frase “è stato assolto” senza specificare i motivi per i quali le dettagliatissime accuse vengono smontate una ad una. Nel processo sono emersi filmati, messaggi, foto, files audio? Oppure referti medici, testimonianze, indagini difensive, certificati, documenti o prove di qualsiasi altro genere? Niente, l’articolo non lo dice. Mai. Il tizio viene assolto ma non si sa perché. Di più: certi titoli lasciano intendere che sia accertata la versione della sedicente vittima, il reato c’è sicuramente stato ma il colpevole per qualche misterioso motivo ne è uscito indenne. “Picchia la moglie, il tribunale lo assolve”, “Violenza sessuale, il GIP archivia”, “Maltrattata dal compagno, il giudice non le crede”, “Quattro anni di stalking, ma viene prosciolto”. Nella persona che scorre solo i titoli e condivide le notizie senza aprire i link (il 75% dei lettori…) viene indotta la sensazione che la vittima abbia detto la verità ma il criminale sia riuscito in qualche modo a farla franca. Da certi articoli traspare spesso un certo rammarico, sembra che il cronista rimanga deluso dalla mancata crocifissione dell’accusato. È una dinamica tossica in atto da anni. Difficile credere nella superficialità collettiva di tutti i cronisti da nord a sud. Coincidenze fortuite o strategia pianificata?
Niente accade per caso, il condizionamento delle coscienze passa attraverso il condizionamento della stampa, istruita a filtrare i contenuti delle notizie. Già Michela Murgia, stilando il proprio decalogo nel 2020, aveva dettato le regole di come i giornali dovrebbero raccontare i femminicidi ed evitare giustificazioni alla violenza di genere. Basato su due colonne (vedi immagine qui sotto), a sinistra i termini proibiti e a destra i termini “giusti”, era comunque un decalogo ufficioso circolato all’interno del Gruppo Gedi. Nel febbraio 2025 il fronte dell’informazione pilotata rompe gli indugi e diventa ufficiale: viene pubblicato il vademecum Oltre le Parole, a cura del Coordinamento per le Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (CPO CNOG). Un testo di sei pagine, i cui contenuti vanno analizzati con attenzione. L’esordio è un’autolegittimazione: il vademecum nasce per una corretta narrazione delle violenze contro le donne. Un messaggio chiaro agli iscritti all’Ordine: cosa sia corretto e cosa no lo decidiamo noi, quindi chi non si adegua è scorretto. Quando poi si parla del reato (pagina 3), si legge: «pratiche scorrette – non definire la violenza con termini che suggeriscono fatalità, tragedia, dramma, tragico evento; non dare giustificazioni patologiche all’azione volontaria del colpevole, evitare termini come raptus di follia o follia momentanea, evitare di fornire informazioni che potrebbero distogliere l’attenzione dalla vittima. Buone pratiche – usare termini precisi che identificano il reato, come assassinio, omicidio, femminicidio, stupro, lesioni, violenza, percosse, stalking, persecuzione, sottolineare sempre e in modo chiaro la volontarietà dell’azione aggressiva». L’azione del colpevole deve essere raccontata ai lettori come volontaria, non devono comparire “giustificazioni patologiche”. Quindi se l’uomo è un paziente psichiatrico non si deve dire, i lettori devono pensare che sia un criminale lucido la cui azione è sempre volontaria, consapevole, razionale.

Oltre la verità delle cose
Quando poi si parla della vittima si dice: «Pratiche scorrette – evitare speculazioni su dinamiche relazionali che potrebbero distogliere l’attenzione dalle vere responsabilità dell’aggressore, evitare di descrivere la vittima secondo modelli patriarcali di donna-tentatrice o cattiva ragazza. Buone pratiche – #sayhername, dire il nome di lei come atto di cambiamento culturale. Mettere al centro della narrazione, anche nella titolazione, la vittima, la sua ricostruzione dei fatti, il suo punto di vista, l’attendibilità della sua denuncia. Vietato citare le relazioni della vittima perché potrebbero distogliere dall’obiettivo principale, che è sempre l’accanimento sull’aggressore. Se la donna ha 1 amante o 100 amanti non si deve dire, chi lo scrive adotta un modello patriarcale. Se la donna prosciuga i conti del marito e lo mette in mezzo a una strada non si deve dire, chi lo scrive adotta un modello patriarcale. Poi il passaggio illuminante: al centro dell’articolo di cronaca, a partire dal titolo, deve sempre esserci la narrazione della vittima, la sua ricostruzione dei fatti, l’attendibilità della sua denuncia. Stupendo no? Chissenefrega dei tribunali, dei GIP, dei GUP, delle indagini, dei processi, dei Collegi giudicanti. Che la sedicente vittima abbia ragione lo hanno già deciso i giornalisti indottrinati dal vademecum e non si deve andare oltre. Applausi. Sipario. Potremmo chiuderla qui. Invece no, c’è ancora qualcosa.
Ecco cosa si legge quando si parla dell’aggressore: «Pratiche scorrette – non descrivere l’atto violento come reazione incontrollabile a una causa scatenante (liti, abbandono, divorzio, separazione, debiti). Non attribuire ragioni passionali all’aggressore (gelosia, amore, tradimenti). Non attribuire la violenza dell’uomo a cause patologiche, devianze o stati d’animo (disperato, matto, malato, alcolizzato, drogato), non descriverla come la conseguenza di un raptus (impeto di rabbia, scatto, scoppio d’ira). Non mettere al centro della narrazione o della titolazione, anche attraverso virgolettati, il punto di vista dell’aggressore. Buone pratiche – raccontare la violenza come deliberata scelta dell’uomo, non come reazione a qualcosa che lei ha fatto, l’aggressore va descritto come soggetto maschile attivo e consapevole». Dunque vietato parlare di eventi destabilizzanti nella vita di un uomo, non si deve scrivere che è rimasto senza casa, senza lavoro e senza figli, pieno di debiti e con la famiglia allo sfascio. Vietato anche parlare di eventuali patologie, l’uomo violento può anche essere uno squilibrato che esce dal centro di igiene mentale dopo un paio di TSO, ma il vademecum impone di parlarne sempre come un lucidissimo aggressore patriarcale consapevole perché la violenza maschile contro le donne è strutturale e di sistema. Lui pesta la moglie di botte dopo averla pizzicata in albergo con l’amante, perché scopre che lo ha ingannato attribuendogli un figlio non suo, perché lo ha truffato riducendolo in rovina, perché soffre di un disturbo psichiatrico conclamato… ma un bravo giornalista non lo deve scrivere, deve passare oltre a queste cose. Bisogna solo dire che lui la aggredisce perché è un maschio violento che odia le donne. Intendiamoci, la completezza di informazioni non comporta l’assoluzione del reo, né giuridica né morale. La violenza contro la moglie è sempre un atto gravissimo, condannabilissimo e tutti gli “issimo” possibili, ma occultare la molla scatenante dell’episodio violento significa nascondere il rapporto causa-effetto. E tanti saluti alla colonna portante del giornalismo britannico, la regola delle 5W una delle quali è appunto WHY. Ma Londra è lontana, siamo in Italia e da noi perché accade un episodio lo decide il vademecum.

“Oltre le parole”: il vademecum della vergogna
Infine si parla del contesto: «Pratiche scorrette – evitare parole equivoche, eufemismi e termini ambigui che lascino dubbi rispetto al giudizio sui ruoli di vittima e carnefice. Buone pratiche – evidenziare il ruolo della cultura patriarcale nella violenza sulle donne. Collegare il singolo caso a eventi simili per avere una visione più completa del fenomeno, rivolgendosi anche ad esperti e utilizzando dati statistici». Nessuno dubbio deve trovare spazio nella mente dei lettori oltre a quanto narrato, il compito di spiegare chi è vittima e chi è carnefice lo ha il bravo giornalista indottrinato dal vademecum. Infilare negli articoli un riferimento al patriarcato è d’obbligo, poco importa che sia declinato come cultura patriarcale, oppressione patriarcale, retaggio patriarcale o altro, l’importante è che ci sia. Fondamentale il parere delle esperte (scrivere esperti, al maschile, è comico). Le esperte che avvalorano la tesi donna-vittima/maschio-carnefice – rigorosamente con la contrapposizione donna-maschio – sono presidentesse di centro antiviolenza, operatrici di centri antiviolenza, parlamentari finanziatrici di centri antiviolenza, avvocatE dei centri antiviolenza, psicologhe dei centri antiviolenza e, per fingere equità, referenti di ministero e assessorati Pari Opportunità che di Pari hanno solo il nome.
Se i principi-guida non bastassero e qualche pubblicista alle prime armi avesse bisogno di aiuto, il vademecum va oltre e prevede anche i suggerimenti sulle frasi da scrivere: aveva denunciato l’ex fidanzato cinque volte, viveva in uno stato di angoscia a causa delle minacce di lui, l’uomo l’ha attirata in una trappola, l’uomo l’ha uccisa, colpisce la moglie a martellate, aveva premeditato il crimine, il marito la picchiava da anni, lui la voleva morta, la cultura patriarcale attraversa tutte le fasce sociali secondo gli esperti. Nemmeno il giornalino dell’oratorio pretende di dividere il mondo in due categorie, scrivendo che i boy scout sono buoni e i maranza sono cattivi. Invece il prestigioso vademecum CPO CNOG è proprio questo che fa; attraverso sfumature diverse, bisogna comunque inculcare nei lettori la convinzione che le donne siano buone e gli uomini siano cattivi. Non fa niente se non è vero, bisogna scriverlo lo stesso, guai a spingersi oltre. Alcune persone mi accusano di essere sempre alla ricerca di argomenti per svelare i vari inquinamenti ideologici che ammorbano le relazioni fra uomini e donne, che aspiro a vedere più sereni e liberi da ingerenze esterne. Rispondo con una citazione: “A me piace fare il mio lavoro. Sarebbe il caso che certi giornalisti ricominciassero a fare il loro” (D. Luttazzi, da Lepidezze postribolari, Feltrinelli – 2007).