manipolazione dati statistici

"Femminicidi": il debuking dei casi del 2023

FABIO NESTOLA E DAVIDE STASI – 8 gennaio 2024

Come d’abitudine a inizio dell’anno, approfittiamo del fatto che alcune testate, in particolare le più attive nel gridare all’allarme “femminicidi” o “violenza sulle donne”, pubblichino gli elenchi integrali di quelli che vengono fatti passare tutti per l’appunto per “femminicidio”. Una pratica macabra utile a gonfiare i dati, per alimentare una retorica ossessiva relativa a un’emergenza nazionale costruita a tavolino, tracciandone contorni enormemente più gravi rispetto alla reale dimensione del fenomeno. Emergenza che, nei numeri, non c’è, come qui andremo a dimostrare. Rimane ovviamente la ferma condanna ad ogni singolo assassino, il cordoglio per ogni singola vittima e l’indignazione per ogni evento delittuoso, che anche fosse uno solo sarebbe comunque troppo. Tuttavia chi si avventura in analisi sociali deve porsi rispetto ai fenomeni in modo distaccato e razionale, non condizionato da un deleterio inquinamento ideologico che inficerebbe la validità di qualsiasi analisi. I “femminicidi” vanno analizzati attraverso numeri e logica, ed è ciò che noi cercheremo di fare.

Tra le tante disponibili, prendiamo quest’anno una nuova fonte, allineatasi di recente alla pratica delle liste macabre e mistificate: La7 (quella, ricordiamolo, di Mentana e dei fact-checker). Il suo elenco, corredato dall’immancabile video strappalacrime, termina con il delitto Cecchettin e per questo abbiamo integrato i dati mancanti con la fonte che usiamo da anni, ossia il sito “femminicidioitalia.info”. Di fatto, una fonte vale l’altra, dato che tutte cercano di far passare un concetto solo: è in atto una “strage” di donne ad opera di uomini che le uccidono “in-quanto-donne”. Quotidiani come “La Repubblica” non hanno avuto remore a utilizzare terminologie allarmiste del genere, a riprova che la forzatura è trasversale ad ogni redazione.

propaganda femminicidio falsa

Una specie di definizione.

Certo non è possibile parlare di un fenomeno e trattarlo in modo analitico se prima non lo si definisce. Già qui nascono i problemi: in passato abbiamo registrato come si siano succedute un’infinità di definizioni diverse di “femminicidio”, tutte plausibili e variabili a seconda del fanatismo o degli interessi di chi le afferma. Gli unici dati certi, in questo senso, è che il “femminicidio” non esiste nel Codice Penale – né come fattispecie autonoma di reato, né come aggravante -, e che nessuna istituzione pubblica ne ha mai dato una definizione chiara, definitiva ed esaustiva. Addirittura l’ex Presidente della Commissione Femminicidio, Sen. Valeria Valente, dichiarò in TV, parlando degli orfani da “femminicidio”, che si trattava di una fattispecie «che non riusciamo a definire». Gli unici riferimenti di carattere istituzionale che si possono trovare sono le recenti dichiarazioni del Dr. Francesco Messina, Prefetto di Padova, che nel complesso ha le idee abbastanza chiare su cosa possa essere un “femminicidio” (e soprattutto su cosa non lo sia), nonché la definizione che della fattispecie ne diede la Polizia di Stato nel suo report “Questo non è amore”, pubblicato il 25 novembre del 2018. Trovate entrambi nelle schede qui di seguito.

Clicca sui titoli delle schede per vedere i contenuti.

Così, nel novembre 2023, commentava Francesco Messina, Prefetto di Padova, inquadrando la fattispecie “femminicidio”.

Dal report della Polizia di Stato “Questo non è amore”, pubblicato il 25 novembre 2018 (scaricabile integralmente qui):

«Nel linguaggio comune il femminicidio è l’uccisione di una donna da parte di un uomo perché donna, come atto estremo di prevaricazione, affermazione ultima di superiorità, aberrazione del possesso, non includendo, perciò, omicidi maturati in altri contesti e con altri moventi. Il termine, pur non avendo valenza giuridica, è entrato a far parte del lessico quotidiano per designare – di fatto – una tipologia di reati che, normativamente, non esiste. L’attuale legislazione penale, infatti, non prevede espressamente la fattispecie del femminicidio, né esistono parametri univocamente riconosciuti che definiscano con precisione l’accezione in questione. Partendo dalle definizioni di violenza nei confronti delle donne, violenza domestica e violenza di genere, forniti dalla Convenzione di Istanbul, si è convenuto che, almeno ai fini prettamente operativi e di polizia, l’espressione vada limitata ai soli casi di commissione di un atto criminale estremo che caratterizza un modello di rapporto tra maschio e femmina declinato secondo i canoni di supremazia/sottomissione e ad ogni atto di violenza, che porti all’omicidio, perpetrato in danno della donna “in ragione proprio del suo genere”. Tendenzialmente si è portati ad immaginare il femminicidio come l’omicidio avvenuto in ambito familiare e/o affettivo. […] Esaminando, tuttavia, i casi di omicidio volontario commessi in ambito familiare nell’anno in corso, verificando i contesti ambientali e le motivazioni addotte dal carnefice, si è arrivati a considerare propriamente come femminicidio, nell’accezione di cui si è fatto cenno, 32 casi sui 94 complessivi, escludendo, ad esempio, la vicenda in cui il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza o quella del figlio che uccide la madre per motivi meramente economici».

Va detto, per onestà intellettuale: a noi non tornano comunque né la definizione della Polizia di Stato, né quella del Prefetto di Padova. Come noi inquadriamo il fenomeno l’abbiamo espresso tempo fa in questo video, approssimativo in alcuni punti, ma ancora adesso validissimo nel suo impianto di base. Al di là di tutto ciò, se si vuole fare un’analisi sensata degli eventi delittuosi del 2023, una definizione di riferimento occorre acquisirla. Nel passare al pettine i dati de La7, dunque, terremo come riferimento, come abbiamo sempre fatto, la definizione di “femminicidio” più argomentata e “ufficiale” a disposizione, ossia quella data nel 2018 dalla Polizia di Stato. L’esito della nostra verifica è visualizzabile qui, nelle pagine del nostro osservatorio statistico, presentato al pubblico qualche giorno fa. In esso è possibile, oltre ad altre statistiche, consultare la nostra analisi caso per caso, confrontare i dati nelle serie storiche e avere una visualizzazione grafica chiara delle proporzioni del fenomeno “femminicidio”. In estrema sintesi, nel 2023, secondo la nostra analisi, i “femminicidi propriamente detti” sono stati 38, mentre per i restanti si è trattato di omicidio volontario con autore o movente incompatibili con la definizione di “femminicidio” data dalla Polizia nel 2018. Altro che i cento e passa “femminicidi” di cui favoleggiano alcune testate giornalistiche.

Qualche osservazione di dettaglio sull’esito della nostra analisi. A conti fatti, dunque, gli oltre cento “femminicidi” strombazzati dai media, dalla politica, dalle varie associazioni e organizzazioni femministe, nonché da tutta l’industria dell’antiviolenza, semplicemente non esistono. Esiste un certo numero di omicidi volontari con vittime donne, con autori sia uomini che donne e con i moventi più disparati. All’interno di questo gruppo vi è poi un “di cui”, che oggi viene definito “femminicidio”. Un fenomeno di fatto accaduto 38 volte nel 2023. A nostro avviso, 38 casi in un paese di 25 milioni di uomini adulti e 26 milioni di donne adulte, può ragionevolmente considerarsi un dato sotto la soglia fisiologica. Sicuramente non un’emergenza, né tanto meno la strage, l’ecatombe, lo sterminio o la mattanza della quale parlano i media. Non è un caso che l’Italia, su questo tema, risulti uno dei paesi con il minor numero di donne uccise in Europa e nel mondo. In sostanza, in Italia per una donna è più facile morire anzitempo per incidente domestico, sepsi post-operatoria o incidente stradale che non per mano di un ex che non si rassegna o che voglia “dominarla”. Per dovere di cronaca, inoltre, va detto che nel 2023 il numero di uomini uccisi per qualsivoglia motivo da altri uomini o da donne è doppio rispetto a quello delle donne uccise, come lo è sempre stato anche negli anni precedenti. Ma questo, si sa, non interessa a nessuno.

Per meglio comprendere l’equivoco sul quale è costruito il presunto “allarme femminicidio” propagandato dai media mostriamo, a titolo di esempio, la griglia degli omicidi volontari pubblicata mensilmente dal Viminale.

tabella viminale 2023

106 è la voce “donne uccise” da chiunque e per qualunque motivo. È il dato che tutti propagandano gridando alla strage, ma dire che vi sono 106 vittime femminili non equivale a dire che vi siano 106 femminicidi, poiché nella voce di catalogazione sono comprese donne uccise per rapina, vendette malavitose, eredità contese, annose faide familiari, problemi psichiatrici e altro ancora. Nemmeno il criterio di catalogazione “donne uccise in ambito familiare” equivale a dire che vi siano 87 femminicidi, poiché nella voce di catalogazione sono comprese madri uccise da figlie, figlie uccise da madri, sorelle, cognate, nuore, eccetera.  Nemmeno il criterio di catalogazione “donne uccise da partner o ex partner” equivale a dire che vi siano 55 femminicidi. Ciò che identifica un episodio come femminicidio è il movente, non l’autore. Come correttamente osservato dal Prefetto Francesco Messina: «bisogna imparare a distinguere una donna uccisa per negare la sua libertà, da una donna uccisa per qualsiasi altro motivo».

La solita narrazione tossica continua invece a propagandare come “femminicidio” qualunque donna uccisa da chiunque – sia da uomini che da donne – e per qualunque motivo: economico, passionale, malavitoso o altro. L’informazione mainstream continua a manipolare le statistiche, propagandando la mistificazione secondo la quale le vittime di femminicidio sarebbero tutte le 106 donne uccise, quindi il triplo di quanto emerge dalla nostra analisi. «106 femminicidi», pontificano dalle aule parlamentari, lo riprendono le agenzie di stampa, quindi si accodano tutte le grandi e piccole testate.

Il dato dei “femminicidi”, in realtà, resta nella media degli ultimi cinque anni, periodo in cui il neologismo è entrato nell’uso comune e nel quale il fenomeno ha colpito tra le 30 e le 40 donne ogni anno. Anche una sarebbe troppo, certamente, ma al di là della retorica e stando alla fredda statistica, le proporzioni sono queste. Con un elemento non irrilevante in più che, per quanto politicamente scorretto, va sottolineato: gli autori di reato non italiani. Si tratta di un dato importante non perché aiuti ad alimentare qualche becera forma di razzismo, ma perché è significativo dal lato statistico. Sui 106 omicidi generici di donne, poco più del 18% è stato commesso da stranieri. Isolando il dato dei soli “femminicidi”, la percentuale schizza a poco più del 42%. Percentuali che di per sé non dicono nulla, se non vengono messe in rapporto con la popolazione, il che fa concludere che in Italia il 18% degli omicidi volontari con vittime donne e il 42% dei “femminicidi” è commesso da chi rappresenta il 10% scarso della popolazione globale nazionale. Tutto ciò va sottolineato anche perché è un dato che finisce nell’oblio, quando a reti e siti unificati si mette in croce il patriarcato dell’uomo italiano, con tanto di necessità di rieducarlo, a partire da interventi ad hoc nelle scuole.

Un altro elemento che contribuisce ad evidenziare la strumentalizzazione degli episodi emerge dall’analisi dei fatti di sangue con vittime ambosessi, casistica presente più volte sia negli anni precedenti che nell’analisi del 2023. L’omicidio plurimo avviene con identiche modalità, l’assassino è lo stesso, identici sono i tempi, il contesto familiare, economico, culturale, religioso, sociale, sanitario. Il percorso si sdoppia solo per il movente: padre e figlio muoiono per la disperazione di una disabilità aggravatasi e divenuta ingestibile, madre e figlia muoiono invece in-quanto-donne. In altri casi con vittime ambosessi per l’uomo il movente è economico, per la donna è “di genere”. In altri ancora l’uomo viene ucciso per una vendetta mafiosa, la donna muore per la sola colpa di essere donna. Da non trascurare il grande filone degli omicidi della pietas: donne anziane e malate uccise dal marito per non farle più soffrire, con lui che poi si toglie la vita. E poi donne uccise da psicolabili conclamati, donne uccise da rapinatori occasionali, persino donne uccise da altre donne. Appare evidente la forzatura: bisogna inserire di tutto nel grande calderone dei femminicidi, è indispensabile superare i 100 casi altrimenti crollerebbe la narrazione ideologica “un femminicidio ogni tre giorni”. Mentre da anni, come si può vedere dal nostro osservatorio, il dato è di 0,3 “femminicidi” ogni tre giorni.

manipolazione dati statistici

La conclusione di questa lunga ma necessaria rassegna di casi, accompagnata da analisi razionali del fenomeno omicidiario e “femminicidiario” in Italia, non può che essere la stessa degli anni passati: ci sono interessi mediatici, politici e affaristici attorno a un’emergenza che in Italia non ha i numeri per essere definita tale. Quegli interessi dettano l’agenda comunicativa nazionale, basandosi su una falsificazione talmente sfrontata da risultare fin troppo semplice da smentire. Molto meno facile è spezzare nell’opinione pubblica la fascinazione creata dalla conseguente falsa narrazione, ossia quel condizionamento delle coscienze di cui parliamo ormai da anni, dimostrandone l’esistenza, numeri alla mano. Ma si sa: è tipico dell’immaturità credere più volentieri alle favole che non alla cruda realtà. E non c’è forse nulla di più immaturo dell’opinione pubblica italiana, tenuta a balia com’è da un sistema distorsivo al limite della distopia orwelliana.

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