Chi comanda il mondo? (4)

Frine (IV sec. a.C.) è stata un’etera dell’antica Grecia celebre per la sua bellezza. Subì un processo per empietà, crimine dal quale fu accusato anche Socrate, in un altro celebre processo. Frine fu difesa personalmente dall’oratore Iperide, che per l’occasione compose una delle sue orazioni più famose nell’antichità. Malgrado l’orazione, Iperide, sentendo la causa persa, strappò la tunica di Frine, svelandone il seno davanti ai giudici, che si convinsero della sua innocenza, dato che la bellezza non poteva essere colpevole. Al contrario di Socrate, condannato a morte, Frine fu assolta e venne portata in trionfo fino al tempio di Afrodite, mentre il retore della parte avversa venne cacciato dall’Areopago. Durante il processo, Frine si comportò in modo tale da cercare di portare i giudici dalla parte della difesa, come attestato da un frammento databile poco dopo il 290 a.C. e attribuito a Posidippo, contemporaneo del processo, in cui si riporta che Frine supplicò i giudici uno a uno, prendendo loro la mano destra e piangendo. Il processo di Frine (o disvelamento del seno di Frine) è rimasto uno degli esempi classici nelle scuole di retorica di “appello alla pietà fondato sulla vista e non sulla parola, o meglio sulla parola e sulla vista“. Socrate, uno degli uomini più saggi della Storia dell’umanità, non riuscì a evitare la condanna, dove la bellezza di Frine conquistò l’assoluzione senza grossi problemi. I giudici possedevano certamente l’autorità, ma avevano il potere? Chi comandava i giudici? Chi ha il potere? Il senso di giustizia? L’autorità? La forza? La saggezza? La bellezza? La sensazione di innocuità e bisogno di protezione?

“Dì a tuo figlio che smetta di…; che deve fare…”, “se non fai come ti dico, glielo dico a tuo padre”, sono parole che molti di noi hanno sentito dalle proprie madri. La madre decide cosa si deve fare, e si rivolge a chi presumibilmente rappresenta l’autorità – al padre, potere visibile –, perché la volontà materna venga realizzata. Il padre è solo un mero esecutore della volontà materna. Chi comanda allora, il padre o la madre? L’analisi femminista del mondo, per quanto riguarda il potere, pecca, a mio avviso, di alcuni difetti, si erige su false premesse. Primo, la forza maschile, addebitata dall’ideologia femminista come la causa del dominio maschile sul mondo, non è l’unico elemento, spesso nemmeno il più importante, a determinare chi comanda, come provano i numerosi capi di stato del mondo appartenenti alla terza età. Franklin Delano Roosevelt sedeva su una sedia a rotelle. Secondo, autorità (potere visibile) e potere (potere non visibile) non coincidono sempre e per forza, sono due concetti diversi. Anche in questo ambito abbiamo numerosi esempi che lo confermano. In politica, ad esempio: in Libia Gheddafi non possedeva alcuna carica politica né potere istituzionale, chi comandava allora in Libia? Che carica politica ricopriva Rasputin nella corte zarista della Russia, al punto che tutti lo temevano? Senza uscire dall’ambito familiare, né la minore età né la mancanza di forza impediscono ai bambini di tiranneggiare i genitori, nella sindrome del bambino imperatore. Il bambino “abusa” dei propri genitori, attraverso differenti forme di controllo quali urla, insulti, umiliazioni e aggressioni anche fisiche, fino a imporre la propria volontà. I dati rispetto a questo fenomeno «sono allarmanti ed in costante crescita». Malgrado i genitori abbiano l’autorità – e la forza! – non hanno il potere.

Frine
Un dipinto rappresentante il processo a Frine.

Un divario presente anche nelle barzellette.

Parimenti, tra i due sessi, succede spesso che gli uomini possiedano l’autorità e le donne il potere. In altri interventi si è già accennato ai diversi tipi di dipendenza che permettono agli individui più deboli fisicamente di detenere il potere sui più forti: oltre alla “dipendenza materiale” (alla quale è soggetto ad esempio il bambino rispetto ai genitori), può esistere una “dipendenza psicoemotiva o sessuale-affettiva” o una “dipedenza morale” (ad esempio, attraverso il senso di colpa). Esther Vilar sostiene che è la donna a fissare il valore dell’uomo, lodandolo o disapprovandolo. L’uomo resta in questo caso soggiogato, sottoposto alla costante minaccia del giudizio della donna. Sotto questa minaccia, il comportamento maschile si adegua in cerca dell’approvazione femminile. La donna invece agirebbe per lo più in applicazione della massima che “se non puoi battere l’avversario lo puoi manipolare”, così come non di rado fanno il signore feudale, il capomafia o il re, che si lasciano amare dal suddito, dal sottoposto, e gli conferiscono, per i suoi sforzi, il titolo di eroe. Quando non è per costrizione, l’eroe si dà da fare per fornire manutenzione, cibo e protezione al signore in cambio di riconoscimento (o amore). Il suddito venera il suo signore, lo serve e rischia persino la vita, mentre il signore rimane al sicuro di pericoli esterni, recluso nel suo palazzo. Non è azzardato ipotizzare che una dinamica simile avvenga spesso (anche a livello inconscio) tra gli uomini e le donne.

Secondo la narrazione femminista, l’uomo avrebbe detenuto il potere nella sfera pubblica, unica sfera importante e autorevole, mentre la donna sarebbe stata confinata nella sfera privata, di minor valore e influenza. Esther Vilar capovolge l’ordine d’importanza, in quanto la sfera privata condiziona la sfera pubblica. L’uomo si vanaglorierebbe, mediante l’ostentazione pubblica, di un potere che non è tale, come rispecchia molto bene questa barzelletta: «Due amici si incontrano. Uno è allegro e felice, l’altro scontroso e malcontento. – Che hai?, dice il primo – È che mia moglie è una gran rompiscatole. Vuol fare tutto a modo suo, e decidere lei per tutta la famiglia. – Ah, risponde il primo con aria di superiorità, a casa mia non succede. Io ho messo subito le cose in chiaro. Le cose importanti le decido solo io, a mia moglie lascio le sciocchezze. Così filiamo lisci che è un piacere. – Ammirato, il secondo osa: beato te, tu si che sei un vero uomo. E dimmi, dimmi, cos’è che decidi tu e cosa decide tua moglie. – Beh, fa il primo, io decido il bilancio dello stato, se il nostro paese entra o no in guerra, le tasse etc. etc., mia moglie quale auto comprare, dove andare in vacanza, come comportarci verso i figli, che vestiti acquistare…».


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Guerra a somma zero o gioco di squadra?

A lungo la popolazione mondiale ha vissuto in società principalmente contadine. In queste società la maggior parte delle decisioni importanti che interessavano il villaggio si prendevano fuori dalla comunità (da parte dei signori, dei vescovi o di governi regionali o centrali). L’uomo contadino possedeva un potere simbolico ma poco reale. In queste società, l’ambito domestico era il principale centro di produzione e consumo. Il potere femminile era più informale ma molto più effettivo. L’unità domestica era l’unità di base, economica, politica e sociale, e dunque il potere della donna si estendeva dalla sfera domestica fino a tutto il villaggio. Molto spesso l’uomo dipendeva dalla sua donna per informarsi sulle diverse faccende, eventi e pettegolezzi del villaggio. La donna era il telegiornale e filtrava le notizie e il modo in cui venivano narrate. I costumi di deferenza tra il marito e la moglie, l’aspettativa di una relazione di potere asimmetrica, erano noti e pubblici, ma non rispecchiavano in maniera precisa l’effettiva relazione di potere tra i due coniugi che, al contrario, raramente sono governate da regole culturali e si esprimono nel privato, lontano dagli occhi degli storici e degli etnografi. La barzelletta summenzionata racconta una verità diffusa e durevole nella Storia dell’umanità, soprattutto nelle società contadine.

Un altro errore che commette il femminismo è dedurre che autorità significhi “abuso di autorità”. L’abuso di autorità è uno dei rischi dell’autorità, ma non la conseguenza inevitabile. Dalla premessa che il potere pubblico è prevalentemente maschile, il femminismo deduce che questo lavora ingiustamente a favore degli uomini contro le donne; equivale ad affermare che come al supermercato fanno la spesa soprattutto le donne, soltanto le donne mangiano o detengono la maggior parte degli alimenti per sé. Se le donne prendono l’80% delle decisioni di acquisto familiare, ciò non vuol dire che molte di queste decisioni non mirino a coprire le necessità familiari, per lo stesso motivo non si capisce (tranne che per malafede) perché l’autorità maschile dovrebbe favorire le necessità degli uomini piuttosto che le necessità di tutti, uomini e donne. Spesso la donna è stata considerata minorenne, ma questo non vuol dire “oppressa” ma “protetta”. Anche i bambini sono ritenuti irresponsabili, ma ciò non vuol dire che gli adulti opprimano i bambini o che la loro vita abbia meno valore, anzi spesso succede il contrario. Chiedevano le donne questa protezione? Assolutamente sì. Necessariamente il protettore doveva detenere una sorta di autorità rispetto all’individuo protetto, come potrebbe altrimenti, con la stessa autorità, imporre la sua protezione? Come potrebbe il genitore vietare al figlio di uscire di sera tardi, di ubriacarsi o di mangiare troppi dolci? In conclusione, chi comanda il mondo? Personalmente trovo la domanda irresolubile e sfortunata, del tipo “a chi vuoi più bene, al papà o alla mamma?”. La narrazione femminista concepisce la Storia come una guerra, un gioco a somma zero, spezza il concetto di umanità e parzializza ogni argomento, dalla violenza ai semplici lavori domestici, in buoni e cattivi, donne e uomini. Tutto questo impedisce una visione globale del mondo, anche per quanto riguarda il tema che ci interessa: il potere. Sotto questa visione del mondo la domanda è inevitabile: chi comanda il mondo? Al contrario del femminismo, io concepisco la Storia dell’umanità come un gioco di squadra. In un gioco di squadra, ad esempio il calcio, tutti sono importanti e indispensabili, il portiere, il difensore, il centrocampista, l’attaccante. Senza il concorso di tutti la squadra non vince. È vero, alcuni giocano meglio, sono più autorevoli, ma ci vuole la partecipazione necessaria di tutti gli altri. E allora, chi comanda il gioco? È semplicissimo, il giocatore che possiede in quel momento la palla.

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