Ethan morto due volte. Per avidità

di Davide Stasi. Non molto tempo fa mi sono dedicato al caso di Ethan, che a 13 anni si è tolto la vita sotto gli occhi della madre. Pochi giorni dopo il suo funerale, ho intervistato il papà Ivano, che ha dato uno spaccato della situazione tanto chiaro quanto grave. Ha parlato di un caso di alienazione, di allontanamento e demonizzazione della figura paterna, accennando a una concreta oppressione che secondo lui ha contribuito a far maturare nel giovane l'idea di arrivare al passo estremo. Ho cercato, sulla base di questa terribile storia, di richiamare l'attenzione dei media, della politica e della coscienza di tutti, affinché si abbassassero i toni del dibattito che infuoca ogni giorno sulle relazioni tra uomini e donne, tra padri e madri. Non è servito. Non è servito, evidentemente, se Ivano mi chiama per dirmi che, a nemmeno un mese dalla tragica morte di Ethan, gli è arrivata la richiesta dell'ex moglie, tramite i suoi legali, di saldare gli arretrati degli alimenti che, causa disoccupazione, per un certo periodo non era riuscito a versare. Se ciò non avverrà, così viene paventato, si procederà alla richiesta di sequestro di un quinto del suo stipendio. Non è servito dunque il mio richiamo se, anche in questi casi, l'avidità e la disumanità possono trovare spazio e addirittura legittimità. Ancora una volta dico: per Ethan e per i tantissimi nelle condizioni in cui si trovava lui prima di togliersi la vita, si faccia qualcosa. Lo facciano i giudici, i politici, gli avvocati, i servizi sociali, i media, la società civile, con coscienza, per una volta. Si agisca ora, e in fretta. Perché i nostri figli non possono e non devono morire. Né nel corpo, come Ethan, né nell'anima, come tanti altri.

 

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