Il femminismo vile e la dialettica dell’oltraggio

Se una questione è autentica e condivisa non c’è bisogno di provocare, cosa che diventa necessaria se la dialettica è debole. Così è stata la processione blasfema organizzata a Roma la vigilia dell’8 marzo, da bulle di quartiere che hanno mostrato le loro vere intenzioni: offendere ignobilmente la religione cattolica, oltraggiare la Madonna, una donna, rappresentandola oscenamente a forma di organo sessuale. La questione femminile che doveva giustificare l’indecente spettacolo era solo una scusa, buona per schizzare odio, disprezzo e maleducazione. Questo genere di rappresentazione è solo l’ultimo di una lunga serie. In occasione di un 8 dicembre, altre avevano messo in scena l’immacolata contraccezione, durante una Natività la Sempre Vergine Maria era stata ritratta con le cosce aperte sporche di sangue. Si tratta di vilipendio della religione cattolica in violazione dell’articolo 19 della Costituzione che tutela la libertà religiosa. La parola vilipendio significa “offendere” e proviene dal latino “vilis”, ovvero vile.

Vili sono, infatti, gli atti di chi oltraggia la Madre di Gesù, sapendo bene di non rischiar la decapitazione come è successo al povero professor Samuel Paty. Corbellerie che spingono i battezzati a porgere l’altra guancia e sgranare preghiere per illuminare l’intelligenza di chi offende, sciogliere la durezza dei loro cuori, offrir loro la possibilità di redimersi in qualche misura. Una cosa è certa, se ancora sopravvivono certi pregiudizi misogini, quelle trovate non fanno altro che confermare i luoghi comuni secondo i quali le donne sono irrazionali, isteriche, instabili, inaffidabili, emotive, ossessive. Le reiterate offese alla civiltà cristiana sono un’ossessione che sfiora la malattia mentale. Si definiscono femministe e questo le autorizza ad offendere e oltraggiare una figura venerata da un miliardo e 100 milioni di persone, a differenza delle Erinni, le Dee Kalì, le Gorgoni, le Lilith, le Baba Yaga, cadute nel baratro dell’oblio proprio per la loro malvagità. Il culto mariano invece esalta la Madonna perché simbolo universale dell’amore materno. Ma cosa credono di fare quelle là? Non si rendono conto che stanno dando man forte, con il corpo e l’intelligenza, al manovratore che dopo aver fatto fuori il maschio bianco, etero ed occidentale, è all’opera per annientare la capacità della donna a dare la vita per arrivare a rinnegare la sua esclusività?

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La vagina di cartapesta fatta sfilare a Roma in spregio all’effigie della Madonna.

L’oltraggio è la loro unica dialettica.

Da anni girano teoremi per convincerle a uccidere mentalmente la ragione ontologica della donna che è madre. Assassinando, simbolicamente, prima la figura maschile (che ve lo dico a fare?), nelle mani della donna è stato messo il diritto di vita e di morte (del marito, dei figli e dei beni di famiglia) e fatta salire sul gradino più alto del podio. Per essere degna di occupare quella prestigiosa posizione deve almeno avere un part-time, se ha un figlio lo deve mandare, quando ha 3 mesi, a socializzare all’asilo nido delegando le educatrici nella crescita; il pre, post e il dopo scuola dedicato a fare i compiti e studiare, tanto la presenza della madre non è importante (la famosa teoria della qualità del tempo dedicato a fronte della quantità). Le ragazze arrivano all’età adulta senza saper cuocere una pastasciutta (tanto c’è il delivery), senza contatti con altri bambini piccoli a cui bisogna dare retta o da intrattenere con favole, filastrocche e canzoncine, la pasta di sale, sopportando anche i pianti disperati. Alle giovani donne, le madri non insegnano ad occuparsi della casa e degli altri membri della famiglia (anziani bavosi) perché è svilente e degradante. Nemmeno a livello teorico viene affrontato l’argomento, per questo ci sono le residenze degli anziani pieni di vecchi abbandonati.

Se una giovane ragazza rimane incinta (la cosa peggiore che potrebbe capitarle) è la madre che le prenota l’appuntamento per liberarsene o che passa in farmacia a prendere la RU846. Tanto fare un figlio non è più necessario (secondo i dati ISTAT riferiti al 2016, le donne tra i 18 e 49 anni che non sono diventate madri sono circa 5 milioni e mezzo, quasi la metà del totale in questa fascia d’età) e il padre entra in ballo solo se c’è da pagare. E la cultura che ha spogliato la donna della sua essenza ontologica sta dando i suoi frutti. L’instabilità è diffusa e segnala che i tempi sono maturi per passare alla fase successiva del progetto. «Non sei capace, non sei all’altezza, sei un fallimento perché il gender gap non è stato colmato». Sono questi i messaggi subliminali veicolati dai fatti di cronaca nera che raccontano le storie di donne immature e schizzate che fracassano a martellate le testine dei neonati, o si fanno strangolare da giovani boy friend incontrati mentre portavano a passeggiare il cane. E mentre si convincono che non sono nemmeno più capaci di fare figli, l’industria dei bambini su ordinazione diventa grande, pronta a sostituirle con una placenta artificiale e l’utero in affitto.


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