Totalitarismo politicamente corretto in U.S.A. Presto anche in Italia?

Ricordo che mia nonna, negli anni ’80, aveva un appuntamento fisso e intoccabile ogni giorno con la soap-opera americana “Sentieri”. All’ora della programmazione noi bambini dovevamo sparire dalla circolazione e garantire il massimo silenzio, pena ciabatte volanti e fischiar di battipanni in vimini. In quel periodo uno dei suoi figli, nonché mio zio, cominciò a viaggiare per lavoro, forte della sua ottima conoscenza dell’inglese. In particolare passò un lungo periodo negli Stati Uniti. Al suo ritorno la prima cosa che fece fu prendere in giro mia nonna, sua madre, per quanto fosse indietro nelle vicende narrate dalla soap-opera. Negli Stati Uniti, le disse, la serie era già ampiamente terminata. Il suo tentativo di raccontarle come andava a finire terminò, nonostante l’età ormai matura del giovane, in lanci di ciabatte e fischiar di battipanni in vimini. La vicenda mi insegnò già allora come in Italia (e in Europa) i prodotti di ogni genere made in U.S.A. arrivassero sempre e invariabilmente con un certo ritardo, quasi come un effetto eco. Un dato di fatto confermato, salvo alcune eccezioni, per tutto il resto della mia vita.

Ecco perché provo un profondo sentimento di angoscia nel sentire il giornalista conservatore Tucker Carlson raccontare, due giorni fa, la storia di Paul Vaughn, 55 anni, padre di 11 figli, cattolico e coordinatore di uno dei tanti gruppi americani schierati contro l’aborto. Questo tipo di organizzazioni sono particolarmente attive, negli U.S.A., esattamente come le loro controparti pro-choice. Gli uni sostenuti spesso da congregazioni religiose e gli altri da una filiera economico commerciale molto ricca costituita da grandi catene di cliniche (sotto l’egida della potentissima “Planned parenthood”), di recente hanno esacerbato le loro contrapposizioni a seguito della messa in discussione da parte della Corte Suprema, nel giugno scorso, del precedente giudiziario denominato “Roe vs. Wade” che, avendo forza di legge, liberalizzava sostanzialmente l’aborto in tutto il territorio degli Stati Uniti. Una decisione, quella dei massimi giudici americani, che ha riacceso una feroce polarizzazione anche nella politica, con il Partito Democratico schierato nettamente dalla parte dei “pro-choice” e il Partito Repubblicano più incline, sebbene con svariate sfumature, verso una posizione antiabortista.

Il servizio di Tucker Carlson su Paul Vaughn del 10/10/2022.

Colpevole di aver espresso pacificamente le proprie idee.

È in questo contesto di alta tensione che si inserisce la vicenda di Paul Vaughn raccontata da Carlson. Un’alta tensione resa ancora più estrema dalle incombenti elezioni di medio termine negli U.S.A., dove i Democratici sanno di essere terribilmente in svantaggio. Per recuperare terreno dunque usano ogni possibile tema, posizionandosi su prospettive radicali. Ecco allora che il 4 ottobre scorso, in una conferenza stampa congiunta, Biden e la sua vice Harris dichiarano sostanzialmente che le posizioni antiabortiste dei Repubblicani hanno un carattere terroristico. Due giorni dopo queste dichiarazioni, otto agenti del FBI in tenuta d’assalto, con giubbotti antiproiettile e armi automatiche in pugno, irrompono con i loro SUV nel giardino di Paul Vaughn e lo arrestano, con i figli di quest’ultimo sotto shock e la moglie che videoriprende la scena. La donna vuole dagli agenti spiegazioni sui motivi dell’arresto, chiede i loro nomi, ma non riceve risposta: il 55enne cattolico Paul Vaughn, padre di 11 figli, viene portato via e imprigionato, in attesa di venire processato per terrorismo. Pena minima, in caso di condanna: 11 anni di carcere. Ma che ha fatto Paul per finire nei guai in questo modo? Lo si scopre dopo qualche giorno: l’arresto si riferisce a una manifestazione organizzata nel maggio scorso dal suo gruppo davanti a una clinica per aborti. La manifestazione, come mostrano i video registrati quel giorno, consisteva nel sedersi davanti all’ingresso con qualche cartello, pregare tutti insieme ad alta voce e cantare inni religiosi.


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Sì, stiamo parlando di quella che viene chiamata the land of the free (“la terra dei liberi”), che sotto l’amministrazione di Biden e dei suoi Democratici votati al più violento estremismo woke, fa letteralmente a pezzi ogni legge fondamentale a protezione della libertà religiosa, di parola ed espressione, finendo per assomigliare più a un Terzo Reich o al regime sovietico ai tempi delle purghe di Stalin. Nel commentare la vicenda, Carlson pone proprio così la questione: a questi livelli non importa più se sei pro o contro l’aborto, la posta in gioco è oltre, più ampia, più in alto. Anche l’abortista più accanito, se in buona fede, non può negare che nella condotta di Paul Vaughn e dei suoi collaboratori non c’era alcun tipo di intenzione o azione di carattere terroristico. Nessun atto violento, nessuna interdizione a terzi, non hanno nemmeno oltrepassato le aree riservate della clinica: si sono seduti di fronte a pregare e cantare inni. Fastidioso per un abortista, sicuramente, ma niente a che fare con il terrorismo. Eppure un pacifico 55enne padre di 11 figli oggi rischia 11 anni di carcere mentre, sottolinea Carlson, i pochi arrestati in U.S.A. per le devastazioni dei “Black Lives Matter”, che in qualche caso sono sfociate in omicidi, hanno subito condanne a un paio di anni di reclusione. Senza contare che gli attentati degli abortisti alle sedi degli antiabortisti non vengono nemmeno indagati dalla polizia. Oggi l’avvocato di Vaughn si dice ottimista sul risultato del processo, ma rimane l’atto in sé: due intere squadre antiterrorismo hanno arrestato un uomo innocuo per aver espresso pacificamente le proprie idee. Colpevole solo che queste ultime non collimino con quelle del regime al potere.

Il video di Tulsi Gabbard.

Prossimamente anche in Italia?

Parole grosse di un italiano troppo lontano dalla cultura americana per capire correttamente le dinamiche? Non si direbbe, alla luce della sorprendente decisione e soprattutto delle dichiarazioni di Tulsi Gabbard, contendente di Biden alle ultime primarie presidenziali interne del Partito Democratico. In un video che ha scatenato un terremoto negli U.S.A. la Gabbard annuncia di uscire da un partito «sotto il completo controllo di una congrega di guerrafondai guidati da una wokeness [intraducibile, se non con “ideologia woke“] codarda che razzializza ogni questione e mina alle basi le nostre libertà sancite dalla Costituzione, che è ostile a ogni persona di fede, che demonizza la polizia e protegge i criminali, ma soprattutto che ci sta trascinando tutti vicino a una guerra nucleare». Nell’invitare altri parlamentari democratici a seguire il suo esempio, la Gabbard ha sicuramente presente lo stato disastroso delle città U.S.A., minate da una miseria crescente e, di conseguenza, da tassi di criminalità incontrollata mai visti in precedenza. Un problema del tutto ignorato da un sistema più preoccupato di arrestare per terrorismo un 55enne padre di 11 figli in quanto non conforme al dettato delle élite al potere, che non di porre un freno al degrado generale. Gabbard si pone così fuori dal radicalismo scervellato radicatosi nella parte al potere del Partito Democratico, che con la sua ideologia da impero di Eliogabalo ha infettato tutto l’Occidente, diffondendosi come una cancrena che distrugge il tessuto sano delle società. Saranno le elezioni di medio termine e le prossime presidenziali a dirci se la mossa della Gabbard è servita a riportare alla ragionevolezza l’ala progressista di una delle superpotenze mondiali.

In attesa di questi auspicabili sviluppi, però, resta l’angoscia di partenza. Perché non è più una questione di soap-opera che arrivano in ritardo in Europa e in Italia. Qui si parla di prassi di governo e di gestione della libertà di espressione. La domanda non è se l’eco patologico della wokeness totalitaria americana arriverà da noi, ma quando e che forma prenderà. Il buon giorno non annuncia un bel mattino, se si ricorda lo scorrettissimo colpo di coda del governo uscente, con quella folle “Nuova Strategia Nazionale LGBT+” infilata sottobanco dal ministro Bonetti in uno dei ultimi provvedimenti dell’esecutivo, una patata bollente avvelenata di ideologia lasciata da gestire al nuovo governo di centro-destra, sulle cui azioni in merito abbiamo già espresso molti timori. Noialtri italiani, che quando si tratta di radicalismo e polarizzazione non ci facciamo battere da nessuno, cosa dobbiamo attenderci per il futuro? La DIGOS, al posto dell’FBI, che fa irruzione nelle case di chi osa contestare le leggi femministissime del passato, del presente e del futuro? Foto ammanettati sulle prime pagine per aver espresso dubbi sull’equità di iniziative come l’ultima infamia bonettiana? Condanne esemplari di giudici insipienti e iperconformisti, con conseguente pubblico ludibrio sui social, per aver espresso pacati dubbi sui più controintuitivi pilastri dell’ampia ideologia woke? Oggi non servono più zii che tornino dall’America per farci lo spoiler delle soap-opera. Oggi c’è internet che ci anticipa in tempo reale quale genere di eco può arrivarci addosso da oltreoceano ed è forse il caso di renderci quanto prima tutti nonne, armate di tutto punto di ciabatte e battipanni in vimini, per respingere al mittente l’esecuzione pratica di un totalitarismo che già da troppo tempo ribolle tra le élite che gestiscono il sistema, da noi come negli U.S.A.

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