Il futuro è la guerra

Il futuro è femmina. «Il futuro del pianeta dipende dalla possibilità di dare a tutte le donne l’accesso all’istruzione e alla leadership. È alle donne, infatti, che spetta il compito più arduo, ma più costruttivo, di inventare e gestire la pace», ha scritto Rita Levi-Montalcini. Liz Truss, all’epoca ministro degli esteri e futuro Primo Ministro inglese, ha dichiarato che se la situazione richiedesse di premere il ‘pulsante nucleare’ contro la Russia, lei sarebbe pronta a farlo anche se ciò significasse «annientamento globale». A domanda: «Premere il pulsante dei missili nucleari significherebbe l’annientamento globale, non chiederò se Lei lo farebbe perché mi risponderebbe di sì, ma dover affrontare questa scelta a me farebbe sentire nauseato. Come la fa sentire questo pensiero?» Con gli occhi spenti e un’espressione priva di emozioni Truss risponde: «Credo che sia un importante compito del Primo Ministro e sono pronta a farlo». «Sono pronta a farlo», ha ripetuto. In conformità con i parametri prestabiliti da Rita Levi-Montalcini, la sig.ra Liz Truss è una donna istruita e detentrice di leadership, all’epoca della dichiarazione stava per diventare Primo Ministro di uno dei paesi più importanti del mondo, il Regno Unito. È difficile capire se il concetto «di inventare e gestire la pace» per il futuro del pianeta grazie alle donne, nella mente di Rita Levi-Montalcini, consistesse nel promuovere la minaccia di una guerra nucleare.

Nel 2002 Hillary Clinton votò a favore della guerra in Iraq, dove i caduti tra le file alleate (senza tenere conto delle truppe irachene) furono per il 98% uomini. Due anni più tardi, a domanda se si fosse pentita di aver votato quella risoluzione, che autorizzava il Presidente Bush a intraprendere azioni militari, la risposta fu «no». Dopo l’intervento militare, nel 2004, la senatrice Clinton e futura candidata alla presidenza degli Stati Uniti, non si pentiva. Di nuovo, una donna istruita e detentrice di leadership, come augurato da Rita Levi-Montalcini. A quanto pare negli Stati Uniti Hillary Clinton non è una rara eccezione, il sostegno femminile alle guerre contro l’Iraq è un vizietto delle donne americane da lunga data. Già nel 1991, durante la prima guerra in Iraq, il 76% delle americane si dichiararono a favore della guerra. Attualmente è in atto il tragico conflitto di Gaza. In che modo genuino e femminile le donne palestinese e israeliane risolverebbero l’annoso conflitto tra questi due popoli? Dal lato palestinese, Mariam Farhat, nota come la ‘Madre dei Martiri’, in un’intervista aveva dichiarato: «Magari avesse potuto avere 100 figli come Mohammad. Avrei offerto tutti in sacrificio in nome di Allah». Dal lato israeliano, un’intervista in Ayelet Shaked, membro del Parlamento israeliano: «I terroristi devono morire e le loro case devono essere demolite. Loro sono i nostri nemici e le nostre mani dovrebbero essere macchiate dal loro sangue. Questo vale anche per le madri dei terroristi morti […]. Dietro ogni terrorista ci sono decine di uomini e di donne senza i quali non potrebbero attentare. Sono combattenti nemici, e devono perire nel sangue, discorso che include anche le madri dei martiri». Insomma, un modo di «inventare e gestire la pace» genuino e femminile, come augura Rita Levi-Montalcini.

hilary clinton
Hilary Clinton

Disposte ad andare in guerra? No!

La superiorità delle donne è annoverata tra i dogmi più importanti e indiscussi della dottrina femminista, ma se c’è un ambito dove questa superiorità è in maggior misura proclamata questo è quello della guerra. Gli uomini sono guerrafondai. Le donne sono pacifiche. Punto. È non importa quante volte questa credenza possa essere smentita dalla realtà. Tutti noi abbiamo sentito qualche volta nella nostra vita che “se le donne governassero non ci sarebbero guerre” o “le donne sono agenti di pace” o frasi di questo tenore. Dal sito Madri contro le guerre: «Se le madri governassero il mondo non ci sarebbero guerre. E se ci fossero, a causa degli errori degli uomini, le madri entrerebbero nei campi di battaglia, tra gli spari e nonostante le proteste dei generali, per cercare e soccorrere i propri figli. Perché ci siano guerre è necessario che i paesi e i loro eserciti siano controllati dagli uomini». Dal sito Amnesty International: «Le donne non fanno la guerra, le donne la trovano nei loro paesi, non sono loro a decidere se ci sarà o meno la guerra, non sono mai in una posizione di poter decidere; non solo non ci vanno: nessuno chiede loro cosa ne pensano. (…) Le donne non vanno in guerra perché ovunque vivano la stanno già vivendo». La natura intrinsecamente pacifica della donna è una convinzione oltremodo diffusa in rete e ovunque.

«Le donne sarebbero disposte ad andare in guerra se avessero il diritto di voto?», domanda nel 1890 il sen. Zebulon B. Vance, presidente della Commissione del Congresso americano a Elizabeth Cady Stanton, femminista della prima ondata. Risposta della Staton: «Le donne decideremmo prima se ci debba essere la guerra. […] L’influenza delle donne sarà contro i conflitti armati». Come si può desumere da questa interrogazione, Elizabeth Stanton non risponde alla domanda, ciò che lascia supporre un “no” per risposta: le donne vogliono il voto, ma non sono disposte a difenderlo con il loro sangue. La sua non-risposta slitta sulla presunta superiorità femminile, le donne «sono contro i conflitti armati» – al contrario degli uomini che, come tutti sappiamo, non vedono l’ora di scatenarli –, quindi non ce ne saranno. La realtà storica invece è patriarcale e prova il contrario. Una ricerca sull’operato dei sovrani europei – 193 monarchi  tra il 1480 e il 1913, di cui le regine erano il 18% – ha scoperto che proprio le politiche delle regine avevano il 27% in più di probabilità, rispetto a quelle dei re, di spingere i propri stati a partecipare a dei conflitti armati. Poiché le regine di solito non comandavano i loro eserciti sul fronte di combattimento, spesso affidavano ai loro mariti questo ruolo e, in molti casi, i loro contratti di matrimonio specificavano addirittura questa disposizione. Questo, ad esempio, fu il caso della regina Doña Maria II del Portogallo, che sposò il principe Augusto Francesco Antonio nel 1836 e lo nominò capo dell’esercito.

donne soldato

Le donne portatrici di pace.

Molti coniugi (re consorti) svolsero un ruolo fondamentale nelle conquiste militari, anche se non erano a capo dell’esercito. Maria di Borgogna, ad esempio, faceva molto affidamento sul marito Massimiliano, erede del Sacro Romano Impero, per condurre le campagne militari contro i francesi. Stesso si può dire della regina Isabella I di Castiglia, suo marito Ferdinando V la aiutò durante la guerra di successione e guidò anche la conquista spagnola di Granada, espellendo l’ultimo stato islamico dal suolo spagnolo. Il protagonismo degli uomini durante i combattimenti o, in altre parole, l’assenza delle regine sulla prima fila del fronte, non vuol dire che le donne non promuovessero i conflitti bellici. Anzi poteva capitare di rivelarsi più bellicose dei propri consiglieri uomini. Ad esempio, quando Federico di Prussia invase la Slesia, gli anziani ministri di Maria Teresa le consigliarono di fare delle concessioni, ma lei rifiutò il loro consiglio e preferì il combattimento perché voleva conservare tutto il suo territorio. Un ruolo simile, decisivo per la Storia d’Italia, l’ha avuto, ad esempio, l’imperatrice etiope Taitu Betul, terza sposa dell’imperatore Menelek II. L’imperatrice rifiutò qualsiasi trattativa con gli italiani che potesse portare alla perdita dei territori etiopi, al contrario del marito che cercò prima il consenso; dopo l’insistenza di lei l’imperatore seguì il consiglio della moglie. Il risultato fu la guerra di Abissinia e la pesante sconfitta di Adua per le forze italiane nel 1896, che pose fine alle ambizioni coloniali italiane sul corno d’Africa.

La convinzione che la natura femminile sia intrinsecamente pacifica è molto recente, promossa, come si può costatare dalla risposta di Elizabeth Stanton, dalla prima ondata del femminismo. I nostri avi erano di un altro parere. Nell’Antica Grecia, a proposito di Aspasia, scrive Plutarco (Pericle, XXIV, 2) : «Ora, dal momento che si pensa che abbia agito in tal modo contro i Sami per compiacere Aspasia, questo potrebbe essere un luogo adatto per riflettere su quale grande arte o potere abbia avuto questa donna, per essere stata in grado di gestire a piacimento gli uomini più importanti dello Stato e di fornire ai filosofi l’occasione di parlarne in termini esaltati e in maniera approfondita». Tutti erano consapevole che le donne, alla pari degli uomini, promuovevano le guerre. E ne partecipavano attivamente. Durante la campagna del re Davide contro gli Ammoniti, in un’azione bellica, riferisce l’Antico Testamento: «Chi ha ucciso Abimilech figlio di Ierub-Baal? Non fu forse una donna che gli gettò addosso un pezzo di macina dalle mura, così che egli morì a Tebez?» (2 Sam 11, 21). (Per ulteriore approfondimento e numerosi altri esempi sul coinvolgimento storico delle donne nei conflitti bellici, compresa una lunga lista di sovrane che hanno combattuto guerre, rimando alla lettura dell’opera La grande menzogna del femminismo, cap. La superiorità nella cronaca storica, pp. 990-1055)

Rita Levi Montalcini

“Inventare e gestire la pace”.

Ho già affermato in un altro intervento che la forma mentis di un individuo razzista/nazista e di un individuo femminista è la stessa. Il razzismo è sessismo applicato alla razza. Il femminismo è razzismo applicato al sesso. La stessa convinzione di superiorità che avevano gli ariani su di loro – e per converso di inferiorità delle altre razze –, è quella che hanno le donne su loro stesse – e per converso di inferiorità degli uomini. Nessuna delle due ha alcuna corrispondenza con la realtà. Una convinzione purtroppo molto diffusa, che avevano moltissimi ariani, al di là che fossero più o meno nazisti, come oggi ce l’hanno moltissime donne, al di là che siano più o meno femministe. Si tratta di un virus che colpisce in profondità e inquina la psiche, come dimostra l’affermazione di una persona intelligente come Rita Levi-Montalcini. La sua asserzione è una stupidaggine e una vergogna, e sarebbe razzista se applicata alla razza. È sessista in quanto applicata ai sessi, ma va bene così, perché oggi è tendenza nel mondo occidentale denigrare gli uomini e divinizzare le donne. Ha scritto Rudyard Kipling in una delle sue composizioni: «quando sei ferito e abbandonato sulle pianure afghane e le donne vengono a tagliare a pezzi i tuoi resti, rotola verso il fucile, fatti saltare le cervella e raggiungi il tuo Dio come un soldato». Probabilmente Rita Levi-Montalcini non condividerebbe questa forma che avevano le donne afghane «di inventare e gestire la pace».

Print Friendly, PDF & Email


Condividi


Read Previous

Assoluzione di Foti? Non me ne po’ fregà de meno

Read Next

Claudio Foti assolto in Cassazione. Ok, ma il suo metodo?