La politica ESG? Spiacenti, non esiste nemmeno questa…

Abbiamo illustrato in una serie di articoli la politica ESG, ossia l’encomiabile sistema per mezzo del quale alcuni grandi gruppi finanziari riescono ad influenzare le politiche di marketing e governance interna dei grandi brand in modo che promuovano a tutti i livelli l’agenda woke. Comprendiamo che risulti difficile a molti credere che esista una rete di grandi gruppi d’influenza politica ed economica, coordinata a livello sovranazionale, tanto impegnata a sostenere i valori del Bene e a salvare l’umanità dall’abisso di autodistruzione in cui la porterebbe il dominio dell’uomo “bianco etero-cis”, al punto che alcuni sfiduciati parlano impropriamente di “complottismo”. A questi pessimisti vogliamo ricordare quanto dichiarato da Beth Brooke-Marciniak, Board Director di EY (network di servizi di consulenza finanziaria con uffici in 150 paesi), al convegno 2019 di BSR (Business for Social Responsibility, un gruppo d’influenza che si autodefinisce come «un network di finanza sostenibile e servizi finanziari impegnato a creare un mondo in cui tutti possano prosperare in un pianeta sano») dal titolo “Il nuovo clima del business”. Secondo Brooke-Marciniak, alcuni anni prima l’allora vice-presidente degli USA Joe Biden, in un confronto a porte chiuse al WEF di Davos con i rappresentanti di un gruppo di compagnie impegnate nell’imporre l’arcobaleno sul mercato globale, affermò: «Voi imprese potete fare ciò che noi, al governo, non possiamo e non potremo mai fare. Dovete cambiare il mondo in questa direzione». In seguito a quel meeting nacque la Partnership for Global LGBTIQ+ Equality, una coalizione di 29 tra grandi compagnie e organizzazioni (tra cui Deutsche Bank, The Coca-Cola Company, Microsoft, Mastercard, Johnson&Johnson, e la stessa EY) impegnate a incorporare l’agenda gender nella pratica delle imprese maggiori.

La PGLE ha immediatamente ricevuto mandato dalle Nazioni Unite di rendere operativi i propri Standard Etici per le Imprese emessi nel 2017. I “5 Standard” definiti dall’ONU e ripresi dalla PGLE comprendono non solo il “rispetto dei diritti umani” e l’“eliminazione a ogni discriminazione” nell’ambiente di lavoro e ad ogni livello (fin qui, diciamo, sarebbe banale), ma anche il “supporto al personale LGBTI”, definito esplicitamente come una richiesta di privilegi: «Questo standard richiede alle imprese di andare oltre la mera uguaglianza di trattamento, e piuttosto di intraprendere politiche che assicurino l’inclusione agevolando le persone LGBTI nelle loro specifiche esigenze», ad esempio, come avevamo già visto, pagando ai dipendenti “transgender” i costi della “transizione di genere”; e ancora l’“azione nella sfera pubblica”, che comprende «attivismo, azioni collettive, confronto con le parti sociali, supporto finanziario e logistico alle organizzazioni LGBTI, e contrasto alle decisioni del governo» laddove siano in contrasto con le istanze arcobaleno. Da allora la PGLE è riuscita a piegare ai diktat woke oltre 400 compagnie tra cui Paramount, Gucci, AirBnB, Hugo Boss, Kellogg, Lloyd’s, Mercedes-Benz, Unicredit, Deliveroo e tante altre, usando strumenti di rating (e quindi ricatto: ma a fin di bene!) come il CEI (Corporate Equality Index) della Human Rights Campaign, che abbiamo già incontrato, e il Global Compact WEP’s Gender Gap Analysis Tool delle stesse Nazioni Unite.

PGLE logo

Idee da complottisti svitati.

Come si può vedere, si tratta di multinazionali che coprono il mercato in tutte le sue pieghe, dai beni di consumo, al grande intrattenimento, ai servizi finanziari e turistici: tutto coperto di glitter e arcobaleno, per meglio affondare l’ideologia gender nelle gole della gente. Spiega Jon McGowan su Forbes: «Oltre alle politiche interne , la valutazione CEI è basata per il 40% sul sostegno esterno all’agenda LGBTQ+. Un’impresa può avere una penalità del 25% per azioni non favorevoli alla causa LGBTQ+, mentre un punteggio CEI perfetto richiede che l’azienda faccia donazioni alla causa LGBTQ+, e non faccia donazioni a enti religiosi o di altra natura che si oppongano ad essa». Come ha scritto l’analista Adam Sirvinskas nel suo articolo “Come e perché accrescere l’inclusività LGBTQ+ in ambito aziendale”, se la Walt Disney Company si è espressa pubblicamente contro la legge Parental Rights in Education dello Stato della Florida (la cosiddetta “legge Don’t say gay che, tra le altre cose, vieta la discussione di tematiche arcobaleno nelle scuole elementari), e se troviamo simili prese di posizione pubbliche di natura politica in brands come Nike e Ben&Jerry’s, non è certo per motivi etici, quanto di affari: «Infatti, gli investimenti “sostenibili” hanno ricevuto un flusso di capitali di 120 miliardi di dollari nel 2021, più che raddoppiando la quota di investimenti ESG del 2020, e il trend resta in crescita: Bloomberg prevede un flusso di investimenti ESG di 53mila miliardi nel 2025, un terzo del giro d’affari globale totale» spiega Sirvinskas.

Questa è la ragione per cui il boicottaggio da parte dei consumatori di marchi come Budweiser e Target, per quanto fastidioso sul breve termine, ha in pratica un impatto zero sulla salute finanziaria di questi marchi sul lungo termine: un danno importante sarebbe piuttosto causato da una perdita di punteggio ESG, e conseguente fuoriuscita dal giro degli investimenti, nel malaugurato caso in cui queste compagnie decidessero di seguire i propri consumatori anziché l’agenda woke. Può sembrare un meccanismo coercitivo (e lo è: ma a fin di bene!), siamo sicuri che non ci sarà una reazione da parte del pubblico, o dei legislatori? In effetti una reazione di quella parte peggiore dell’umanità che vorremmo già scomparsa da un pezzo, quei bigotti omofobi che si oppongono alle istanze dell’Amore-è-amore e dell’Inclusività, sta cominciando a montare, se perfino sul sito di BSR è apparso lo scorso gennaio un preoccupato articolo dal titolo “A dispetto della reazione anti-ESG, le imprese devono insistere sul percorso della sostenibilità”. L’articolo inizia così: «Di recente, un mix di fattori economici e politici ha creato un contesto difficile per le imprese impegnate nella finanza etica e sostenibile. Il mercato affronta una reazione politica che deriva dall’attacco ideologico al cosiddetto “capitalismo woke”». Ma proprio come bisogna rassicurare costantemente il pubblico sul fatto che non esiste alcuna “ideologia gender e che chi lo sostiene è un complottista un po’ svitato, è opportuno sottolineare che non esiste alcun capitalismo woke, come chiarisce Marcie Frost, CEO di CalPERS: «Bisogna essere molto chiari: applicare le lenti ESG non è un mandato su come investire. Né significa appoggiare alcuna ideologia o posizione politica». Segue una raccomandazione (o velata minaccia: ma a fin di bene!): «Quando si parla del movimento anti-ESG, il principale motore è politico, spesso montato su argomenti maldestri (“ESG rovinerà l’economia e farà perdere posti di lavoro”, “è il politicamente corretto uscito fuori binari”).

Larry Fink
Larry Fink

I pupari dell’ideologia.

Dobbiamo respingere questi argomenti fuorvianti e cinici. Alcune compagnie potranno pensare che sia meglio restare fuori dal turbine, ma finiranno per capire che così facendo, staranno abbracciando una narrazione dannosa Se saranno furbe, le imprese non si lasceranno distrarre da questi cinici attacchi politici né da questa temporanea turbolenza. Se saranno furbe, le imprese capiranno che il loro futuro dipende da quanto convintamente e rapidamente sapranno reagire a questi sforzi – del tutto screditati e privi di basi veritiere – di politicizzare il sistema ESG». Questo tipo di linguaggio vi ricorda qualcosa?… L’articolo continua con alcuni suggerimenti per affrontare queste reazioni critiche, tra cui «Rispondete alle domande legittime, ma sbufalate le false credenze. Gran parte di questo attacco si sostiene su informazioni false, inaccurate, o presentate in modo fuorviante» (il solito spauracchio delle fake news che funziona sempre). Un altro suggerimento è «Comunicate in modo strategico. Termini come “ESG” e “stakeholder capitalism” sono diventati divisivi. Piuttosto che usare questi termini, è meglio focalizzare l’attenzione del pubblico su concetti come “innovazione”, “gestione del rischio”, “resilienza”, e “pianificazione per il futuro”, i quali dipendono tutti da un vigoroso approccio “sostenibile”, con un focus specifico sulle istanze del climate change, dell’uguaglianza sociale e dei diritti umani».

“La più efficace strategia del diavolo è farvi credere che non esiste”: non sarà un caso se lo stesso Larry Fink, CEO di Blackrock e come abbiamo già visto uno dei protagonisti della “rivoluzione ESG”, ha dichiarato lo scorso 25 giugno all’Aspen Ideas Festival che smetterà di usare il termine ESG in quanto è diventato troppo rischioso, troppo “politicizzato”. Ma tranquilli: ha anche assicurato che è solo una questione lessicale, e che la politica di Blackrock non cambierà di una virgola. Perché c’è ancora molto da fare sul lungo cammino del Bene e dell’Amore-è-amore, dei diritti umani delle minoranze: come anche il lettore più restio, arrivato a questo punto, avrà compreso, il nostro mondo è dominato da forze oscure, profondamente omofobe, contrarie all’uguaglianza e alla prosperità degli individui. Siamo di fronte a un’oppressione sistemica delle minoranze arcobaleno, una vera e propria emergenza per lo stato dei loro diritti e una guerra contro la loro stessa esistenza, fatta anche a colpi di narrazioni false e fake news. L’esistenza di una fantomatica “ideologia gender”, o l’idea che corporazioni e enti sovranazionali manovrino il mercato globale affinché spinga l’agenda arcobaleno, sono vere: ma bisogna (a fin di bene!) che la gente continui a pensare che siano sciocchezze. Di quelle cui solo dei complottisti un po’ svampiti potrebbero abboccare.

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