“L’accusa” e la complessità dei casi di stupro

da Paolo Buscaglino Strambio per “La Fionda” – L’11 gennaio 2024, mentre gran parte del pubblico maschile seguiva un ottavo di finale di Coppa Italia, Rai 3 ha mandato in onda in prima visione “L’accusa”, un “film francese d’impegno” (come da presentazione stampa) che in estrema sintesi racconta la vicenda giudiziaria di un ragazzo incriminato per violenza sessuale per un rapporto, al termine di una festa, che lui reputava consenziente. A complicare la vicenda, il fatto che l’accusatrice sia la figlia del nuovo compagno di sua madre e che quest’ultima sia un’attivista per i diritti delle donne. Abbastanza prevedibile il conflitto d’interessi di chi – come puntualmente le verrà rinfacciato – dopo aver accusato disinvoltamente altri si ritrova col figlio sul banco degli imputati. Meno scontato lo svolgersi della narrazione, che alterna le due versioni contrapposte dei medesimi fatti in modo equilibrato, indirizzando lo spettatore verso la possibilità che alla base di tutto vi sia una differente ma parimenti legittima interpretazione degli eventi, versione assai più plausibile e realistica del classico “parola dell’uno contro quella dell’altro”. Il tutto inframmezzando le opposte dichiarazioni rese in dibattimento con dei flashback che dovrebbero rappresentare l’elemento oggettivo, ovvero i fatti come sarebbero stati visti da un ipotetico testimone, se fosse stato presente.

L’elemento chiave è il ruolo del coltello che il ragazzo dichiara di avere avuto in tasca (senza però mai farlo vedere): nella versione di lui era per dimostrarsi in grado di difenderla da possibili brutti incontri dopo essersi appartati, mentre in quella di lei costituiva la minaccia nel caso si fosse ribellata. Perché – come su tutti gli altri elementi oggettivi – entrambi concordano sulla totale assenza di segni di resistenza da parte della presunta vittima, o perché consenziente o perché terrorizzata. Fino a qui il quadro della situazione, con tutte le premesse per un ottimo film, cosa rara oggi tra quelli “d’impegno”. Ora, però, si passa all’analisi dei contenuti, e chi non vuole guastarsi lo spettacolo è bene che non vada oltre.  L’interpretazione del senso generale del film è cosa delicata, perché mancando una narrazione chiaramente orientata se ne deve analizzare con attenzione il resto della trama e soprattutto l’epilogo, superando l’inevitabile coinvolgimento emotivo pro o contro l’uno o l’altra, sapientemente alimentato dalla presentazione di elementi controversi.

Un quadro realistico.

I primi tre quarti d’ora, infatti, sono incentrati su di lui e tendono a metterlo in cattiva luce: un modo aggressivo e volgare di gestire le relazioni di coppia, una famiglia “bene” con un padre apertamente maschilista e una madre in odore di razzismo, un atteggiamento generale a volte altezzoso e arrogante. Tutti elementi che l’avvocata avversa non mancherà di esaltare. Segue la breve parte dedicata a lei, che si appoggia a una madre profondamente religiosa, partendo dal ritorno a casa dopo il fatto e quindi presentandola come fragile e violata. Giunti così a metà del film, si passa alla fase processuale, che fa emergere le contraddizioni di entrambe le parti, e qui lo spettatore attento non può che notare un netto sbilanciamento che riequilibra le scene iniziali: mentre infatti a lui viene imputato di aver negato inizialmente il rapporto completo (per vergogna o senso di colpa?) e l’averla avvicinata per strada nonostante il divieto (fatto che lui descrive come incontro fortuito), diverse cose dette da lei si dimostrano invece apertamente false e con risvolti anche piuttosto gravi.

Prima di tutto, anziché essere “vergine e senza neppure un fidanzato”, come aveva sempre dichiarato, si scopre che aveva già avuto una relazione con un uomo sposato e con figli e che al suo rifiuto di lasciare la famiglia per lei aveva minacciato di distruggerlo rivelando tutto alla moglie. Subito dopo aver negato di aver mai subito molestie in precedenza, viene rivelato un suo tweet – nell’ambito di una campagna femminista – in cui ne dichiarava una descrivendo circostanze però prontamente smentite dai fatti e cambiando immediatamente versione in modo radicale, ponendo così seri dubbi sulla sua attendibilità. Dopo alcune testimonianze meno significative e soprattutto alcuni flashback che mostrano come lui l’avesse rimorchiata per scommessa, ma che ne confermano la versione sul ruolo del coltello, e dopo un’intervista di lei dai toni apertamente femministi (in linea col tweet), si arriva finalmente al dunque, al famoso epilogo da vagliare con attenzione.

Yvan Attal
Il regista del film, Yval Attal.

Un verdetto salomonico e ingiusto.

Il primo elemento è la requisitoria, con la proposta “salomonica” del Pubblico Ministero – che sarà poi tradotta in verdetto finale – perché riflette un atteggiamento già mostrato anche dai tribunali italiani, ovvero una sorta di via di mezzo tra la condanna e l’assoluzione nei casi dubbi: in questo caso è la condanna formale a cinque anni ma con la sospensione condizionale della pena. Per chi abbia un po’ di senso della giustizia è evidente che si tratta della soluzione peggiore, ancorché sia estremamente attraente per la giuria, a cui offre di fatto la possibilità di non assumersi la responsabilità di prendere una decisione su un caso tanto delicato. È infatti l’unica che garantisce di calpestare la giustizia in ogni caso, sia che l’imputato sia innocente, sia che sia colpevole, perché se è innocente si vede marchiare a vita con una colpa che non ha mentre se è colpevole non sconta neppure un giorno di prigione (e giustamente, il pubblico mormora).

In Italia abbiamo visto lo stesso tipo di soluzione in diversi casi di omicidio, in cui l’imputato di cui non era certa la colpevolezza è stato condannato a metà della pena massima prevista per poi applicare sconti e benefici vari. Emblematico, a questo proposito, il delitto di Cogne: se davvero colpevole, la Franzoni avrebbe dovuto essere condannata all’ergastolo (nella pratica, a 30 anni) per omicidio aggravato. Mancando prove, testimoni, movente e arma del delitto (cioè tutto) e mancando altresì il coraggio di assolverla, fu condannata a 16 anni poi ridotti a 13 per indulto, a 10 per buona condotta, a 6 effettivi in carcere e meno di 5 di domiciliari. Marchiandola a vita come assassina. Per parte sua, l’avvocata della presunta vittima aveva in precedenza trasformato il suo intervento in una sorta di comizio in cui chiedeva la condanna dell’imputato non solo per la sua assistita ma “per tutte le donne che come lei…”, andando palesemente fuori tema – perché il giudizio su un caso specifico non deve mai essere condizionato da elementi puramente ideologici – e tradendo involontariamente poca fiducia nell’impianto accusatorio.

L'accusa scena
Una scena dal film “L’accusa”.

Giudizio sospeso.

Debole, per contro, l’arringa difensiva, che fa l’errore di deplorare il suo cliente e solidarizzare con l’accusatrice – quasi certamente per non apparire antifemminista – anziché presentarla apertamente come bugiarda, seguendo l’esempio di Charles Laughton contro Marlene Dietrich in “Testimone d’accusa” (chi non ha ancora visto quel film, rimedi al più presto). Non solo: fa anche l’errore di accennare solo vagamente all’altro elemento che avrebbe potuto scagionare l’accusato, ovvero il movente della ragazza. All’inizio, infatti, di fronte al diniego di lui, gli veniva chiesto “perché dovrebbe essersi inventato tutto?”. La risposta – non sufficientemente enfatizzata – sta nel diverso ambiente di provenienza dei due ragazzi: disinibito quello di lui, bigotto quello di lei. È ragionevole pensare che lei, sapendo che – a differenza della relazione con l’uomo sposato – questa scappatella sarebbe venuta allo scoperto a causa dello stretto legame tra le due famiglie, abbia deciso di sottrarsi al giudizio della madre scaricando su di lui ogni responsabilità e cavalcando in seguito la vicenda anche per motivi ideologici. Resta da chiedersi se il messaggio finale voglia offrire alle future giurie un modello da seguire o se, al contrario, intenda denunciarne la profonda ingiustizia? Secondo gli autori, il ragazzo è un colpevole che se l’è cavata con poco oppure un innocente vittima di strumentalizzazione femminista? Il finale è ambiguo, e l’unica cosa certa è la volontà di far discutere e ragionare, obiettivo che mi sembra pienamente raggiunto. “La parola ai giurati”, dunque, come direbbe Sidney Lumet (altro capolavoro imperdibile), ovvero agli spettatori che vorranno vedere questo film.

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