L’osservatorio di Repubblica sui “femminicidi”: un deposito di falsità (4)

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Quarta e ultima tranche dei femminicidi, o presunti tali, inseriti nell’elenco pubblicato dall’Osservatorio di Repubblica.

Eleonora Manta
Eleonora Manta

Eleonora Manta – Uccisa insieme al fidanzato, Daniele De Santis. Duplice delitto apparentemente inspiegabile. Nella vita delle due vittime non vi sono lati oscuri, debiti, nemici. Le indagini portano all’arresto di Antonio De Marco, ex coinquilino della coppia, che confessa di avere ucciso i due ragazzi perché «erano troppi felici e per questo mi è montata la rabbia», dichiarazione testuale riferita dagli inquirenti. «La fortissima premeditazione è confermata sia dalle attività d’ispezione che il soggetto ha fatto nei giorni precedenti e anche durante la giornata dell’episodio, sia dall’esame del bigliettino perso dal soggetto, ove non soltanto vi è uno studio dell’itinerario da seguire per evitare le telecamere, ma anche la programmazione dell’azione omicida preceduta da una attività preliminare prodromica all’omicidio». Quando viene arrestato, De Marco si consegna alle forze dell’ordine ridendo. Dall’interrogatorio: «Volevo farli a pezzi e bollirli, farli sparire». Sui bigliettini trovati dai RIS il piano di Antonio era: cogliere di sorpresa i due fidanzati, immobilizzarli e seviziarli. Ha pianificato tutto nei minimi dettagli: «10/15 minuti di tortura»,  «30 minuti di pulizia» da eseguire con la candeggina e la soda che aveva portato con sé. L’ultimo passo è «15 minuti di controllo generale» e un’eventuale scritta sui muri, un messaggio alla città.

Un ragazzo apparentemente normale, trasformatosi in criminale mitomane capace di un duplice delitto con 60 coltellate per poi lanciare un messaggio alla città. Eleonora non era la sua ex, non c’era un rapporto interrotto né delle avances rifiutate. Nella sua maniacale pianificazione De Marco fa sempre riferimento ad entrambi i fidanzati senza mostrare alcun accanimento particolare nei confronti della ragazza. Come già osservato per altri delitti plurimi, l’episodio matura per mano della stessa persona, nello stesso momento, con le stesse modalità e con lo stesso movente (erano troppo felici), ma la narrazione si sdoppia in base al genere della vittima: l’uomo viene ucciso da un pazzo, la donna da un femminicida patriarcale. L’episodio infatti figura nell’elenco dei femminicidi, quindi Eleonora sarebbe stata uccisa inquantodonna, a causa della persecuzione maschilista. Così nascono 112 femminicidi.

Angela Tufano
Angela Tufano

Angela TufanoNeonata uccisa subito dopo il parto in casa, gettata dalla finestra e trovata morta in una aiuola. All’inizio entrambi i genitori vengono iscritti nel registro degli indagati, dopo le prime indagini la madre, Margherita Galasso, viene arrestata e il padre, Massimo Tufano, resta indagato a piede libero. «Infanticidio commesso dalla madre, dicono gli inquirenti, che è in carcere per omicidio volontario. Poi, a causa delle patologie psichiatriche per le quali era già in cura da anni, va agli arresti domiciliari presso la casa di cura Villa Chiarugi a Nocera Inferiore. Nella stessa inchiesta è indagato, ma a piede libero, anche il marito della donna. Su di lui, il gip non ha ravvisato indizi ed elementi tali da ritenerlo coinvolto nel delitto». Infanticidio causato dai disturbi psichiatrici della madre, patologia tanto grave da rendere Margherita incompatibile col regime carcerario. Tuttavia, anche se l’infanticidio fosse stato commesso in concorso da entrambi i genitori, resta da capire come si possa sostenere che padre e madre uccidono una figlia femmina inquantodonna mentre avrebbero risparmiato il neonato se fosse stato maschio.


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Né il disturbo mentale, né la percezione insana di una figlia impossibile da mantenere e della quale bisogna liberarsi, possono portare ad un crimine selettivo: infanticidio se nasce una femmina, salvezza se nasce un maschio. Da qualunque lato la si osservi, la vicenda non può essere catalogata come prevaricazione di genere. Distrutti i proclami della Murgia: «il femminicidio è la mortificazione civile, cioè tutte quelle negazioni di dignità fisica, psichica e morale che sono rivolte sia alle singole donne in quanto tali, sia a tutte le donne nella loro appartenenza di genere». Una madre psicolabile che uccide la figlia viene utilizzata per sostenere che la toxic masculinity negherebbe la dignità a tutte le donne nella loro appartenenza di genere. Infatti l’episodio figura nell’elenco dei femminicidi quindi Angela sarebbe stata uccisa inquantodonna, a causa dell’oppressione patriarcale. Così nascono 112 femminicidi.

polizia scientificaGiovanna Gilberto – «Il marito uccide l’anziana moglie, malata da tempo, e poi si toglie la vita, lasciando una lettera d’addio ai suoi due figli e motivando l’insano gesto». Un altro dei tanti delitti tra ultraottantenni che vengono infilati a forza tra i femminicidi e che da anni definiamo delitti eutanasici, scaturiti cioè dal desiderio del marito di porre fine alle sofferenze della moglie anziana e malata di una patologia irreversibile e degenerativa. Nel 90% dei casi l’autore del gesto poi si toglie la vita, col proposito di non voler sopravvivere alla moglie. Altro elemento comune è una lettera con le spiegazioni del gesto: per non essere di peso ai figli,  per non far più soffrire lei, per non soffrire più insieme,  per una vita senza più dignità, per l’avanzare della malattia che non consente più di occuparsi l’uno dell’altra, per la solitudine, il dolore, la povertà, la disperazione. Non sono rari i casi in cui nella lettera compare anche la richiesta di essere sepolti insieme, dopo una vita trascorsa l’uno a fianco dell’altra.

Sono episodi riconosciuti come estremi gesti d’amore nel tentativo di restituire un briciolo di dignità, almeno nella morte, a una persona che la sta definitivamente perdendo a causa di patologie incurabili. Sarebbe limitato definire certe patologie solo invalidanti, dolorose e degenerative: più di tutto sono patologie umilianti per chi ne è affetto, e quando i pazienti smettono di avere percezione del mondo esterno diventano deprimenti per chi di loro si occupa. Va compreso il gesto di chi non ce la fa più ad ascoltare il lamento per dolori che nessuno è in grado di affievolire, non ce la fa a veder soffrire la persona amata che vegeta in un letto, non riconosce più nemmeno i parenti, non capisce cosa accade intorno a lei, non è più autosufficiente, ha perso il controllo degli sfinteri, deve essere accudita h24 perché è compito di altri nutrirla, somministrarle farmaci, lavarla, sollevarla a sedere sul letto o spingerla su una carrozzina. L’omicidio di un coniuge malato terminale non va mai giustificato né tantomeno legittimato, ma compreso sì. Tuttavia l’episodio figura nell’elenco dei femminicidi quindi Giovanna sarebbe stata uccisa inquantodonna, a causa della persecuzione maschilista. Così nascono 112 femminicidi.

Giovanna Gamba
Giovanna Gamba

Giovanna Gamba – 60 anni «vittima di un raptus del figlio 33enne, con problemi psichiatrici e uscito da un tunnel di droga e alcol». L’assassino  ha indirizzato la sua rabbia verso chiunque, la pulsione criminale non si placa nemmeno dopo aver ucciso la madre: ha aggredito due anziani incontrati sul pianerottolo, poi medicati dal 118, altri vicini si sono chiusi in casa per fuggire al raptus del giovane, altri ancora sono scappati in cortile. Ha seminato il terrore nell’intero condominio, poi ha aggredito anche i quattro agenti arrivati ad arrestarlo. Un evidente raptus di follia diretto contro chiunque, in prevalenza uomini… ma non si può dire, la Murgia non vuole. Tuttavia l’episodio figura nell’elenco dei femminicidi quindi Giovanna sarebbe stata uccisa inquantodonna, a causa della persecuzione maschilista. Così nascono 112 femminicidi.

Polizia di StatoGermana Maranini – 87enne deceduta per cause naturali, il figlio 62enne iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto, con l’imputazione di abbandono di persona incapace. «Madre e figlio vivono in due appartamenti nello stesso stabile, il figlio  ha chiamato i soccorsi giovedì mattina quando si è accorto che la madre, riversa sulle scale che collegano i due appartamenti, non respirava più. A poliziotti e soccorritori avrebbe detto che l’anziana non voleva andare in ospedale per paura del covid e che avrebbe chiesto di essere curata in casa. Il decesso, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe riconducibile a cause naturali». Il corpo di Germana non rivela alcun segno di violenza, neanche riconducibile a una eventuale caduta dalle scale; dovrebbe quindi essersi accasciata per un malore, probabilmente intendeva chiedere aiuto al figlio nell’appartamento sottostante, ma non ce l’ha fatta. L’eventuale responsabilità del figlio è quella di non essere stato presente a fianco della madre – che pure viveva da sola – nel momento del malore, nonché di non essersi accorto immediatamente di Germana riversa sulle scale ed aver chiamato i soccorsi solo il mattino successivo.

Un rimorso, forse, un femminicidio è un’altra cosa. L’autopsia doveva stabilire l’ora la natura del malore e l’ora esatta del decesso, per comprendere se il figlio avrebbe potuto salvare Germana chiamando i soccorsi prima. Tuttavia non è stato possibile trovare notizie sull’esito dell’autopsia, né sugli sviluppi della vicenda giudiziaria, pur avendo reperito e consultato 11 diverse fonti giornalistiche. Probabilmente la vicenda si è conclusa con un nulla di fatto e, non essendoci alcun mostro da sbattere in prima pagina, i media non si sono più interessati alla vicenda. Ci pensa l’Osservatorio di Repubblica: l’episodio figura nell’elenco dei femminicidi quindi Germana sarebbe stata uccisa inquantodonna, a causa dell’oppressione di genere. Così nascono 112 femminicidi.

Luana Antonazzo
Luana Antonazzo

Luana Antonazzo – Omicidio-suicidio: Luana uccisa a coltellate dalla figlia, che poi si toglie la vita gettandosi dal nono piano. «Il lavoro perso da qualche giorno, l’intenzione della mamma di riportarla a Lecce, un tentativo di fuga andato male. Questi i presupposti della tragedia nella quale Luana Antonazzo ha trovato la morte per mano della figlia, Chiara Rollo, che si è poi suicidata. Il disperato messaggio al fidanzato della figlia: “Chiara mi sembra scompensata. È diventata aggressiva, non riesco a trattenerla. Torna qui”. Un appello che il fidanzato di Chiara, però, legge troppo tardi, quando ormai la tragedia si è già consumata». I cronisti riferiscono un precedente ricovero in ospedale di Chiara, i farmaci che doveva prendere per “i suoi disturbi” non meglio identificati, un paio di fughe da Torino, la reazione aggressiva quando Luana la raggiunse dalla Puglia per poterla aiutare, le continue liti fra madre e figlia. Una persona con evidenti difficoltà note sia al fidanzato che alla madre, la quale insisteva per riportare Chiara a Lecce poiché la riteneva in pericolo se fosse rimasta lontana, in quanto non in grado di vivere da sola. Non è dato di sapere se i timori di Luana fossero motivati o se siano state proprio le sue pressioni ad esasperare Chiara che rivendicava la propria autonomia; in ogni caso abbiamo una figlia da che uccide la madre della quale rifiutava i consigli, gli aiuti, la stessa presenza. Tuttavia l’episodio figura nell’elenco dei femminicidi quindi Luana sarebbe stata uccisa inquantodonna, a causa della prevaricazione maschilista. Così nascono 112 femminicidi.


Quella fatta negli ultimi quattro giorni è stata una lunga e faticosa cavalcata attraverso i territori sconfinati della mistificazione ideologica a mezzo stampa. Questa di demistificare manipolazioni così sfacciate è un’attività che portiamo avanti da molto tempo e che pure non trova alcun varco nella comunicazione mainstream (cane non mangia cane), ma nemmeno nella narrazione diffusa attraverso canali più semplici come i social. Il motivo è probabilmente nella complessità della materia. Per questo motivo, al termine della carrellata di quattro giorni, abbiamo ritenuto utile produrre un’infografica sintetica, da scaricare e condividere ovunque qualcuno (stra)parli di femminicidi come di una carneficina dilagante o citi i media mainstream come fonte autorevole e affidabile.

infografica femminicidi la repubblica

Gli omicidi di donne per mano maschile e su movente passionale sono sempre esistiti, continuano a esistere e, purtroppo, esisteranno sempre. Negli ultimi anni sono stati molto pochi, per fortuna, una media di 40 all’anno. Per quanto si tratti di fatti orribili e tragici, non hanno i requisiti dimensionali per un’emergenza nazionale, ed è uno dei motivi per cui l’Italia è riconosciuta a livello europeo come uno dei paesi più sicuri in generale, e in particolare per le donne. Nonostante ciò, sul fenomeno si concentra una straordinaria potenza di fuoco mediatica espressa dal marketing ideologico femminista con l’indispensabile supporto dei media, stretti in un patto di ferro finalizzato, come si è visto, a sovradimensionare il fenomeno, includendo in esso qualunque evento che abbia comportato la morte di una donna. Perché si porta avanti questo inganno nazionale (e internazionale)? L’ha spiegato bene Davide Stasi nel suo “finto” dibattito con la Murgia e ancor meglio in questo articolo: niente rende di più, sotto ogni aspetto possibile, che assumere il ruolo di vittima e di oggetto di persecuzione. È già estremamente preoccupante che su questa strategia si sia creato un patto d’acciaio tra i portatori di interessi ideologici e mass-media. Vedremo nell’articolo di domani, che chiuderà questa settimana “monografica” sul fenomeno omicidiario, come la preoccupazione possa legittimamente tramutarsi in vero e proprio allarme democratico, nel momento in cui quella strategia finisce per guidare la mano del maggiore istituto di statistica del Paese.

Nota bene: Nel suo video di presentazione dell’Osservatorio femminicidio di Repubblica, Michela Murgia esortava a segnalare eventuali errori. Noi ne abbiamo individuati ben 37, uno più vergognoso dell’altro. Per cui rispondiamo all’esortazione e invieremo l’intera tetralogia di articoli di demistificazione, insieme al dibattito simulato con Michela Murgia, all’indirizzo dell’Osservatorio femminicidio de “La Repubblica”: osservatoriofemminicidi@repubblica.it.

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