Campioni d'Europa ma... e il calcio femminile?

Poco dopo la vittoria della nostra squadra nazionale di calcio ai campionati europei 2020 (posticipati), ha cominciato a circolare sui social il post delirante di tale Maria Laura Cinquegrana che, gonfia di livore, dà una sua chiave di lettura della realtà e dei festeggiamenti in corso:

facebook cinquegrana

Il delirio parte dalla rivendicazione sulla scarsa attenzione del pubblico diffuso verso il calcio femminile, per poi debordare nel gender paygap, nella sociologia, filosofia, politologia e politica estera, a botte di «nazionalismo patriarcale», classismo professionale con l'atteggiamento snob verso «le spazzine» e scenari apocalittici di guerra. Un post che rende molto se letto con isteria crescente e immaginando due infermieri che al termine accolgono l'autrice all'interno di una confortevole camicia di forza. Eppure, va detto, Maria Laura coglie nel segno in un punto: il calcio femminile non lo considera nessuno, nonostante i tentativi di imporlo. Aggiungiamo noi: tutti trovano stucchevole e fastidioso l'inserimento di commentatrici donne in TV, palesemente messe lì per questioni di quote rosa e non per competenza, come si comprende bene valutando la titanica banalità delle osservazioni "tecniche" che fanno.

Dove Maria Laura sbaglia però è in tutto il resto, ovvero nell'inferire da un dato di fatto scenari senza capo né coda, ma soprattutto nel non fare la cosa fondamentale in questi casi: chiedersi perché. Chiaro, è difficile farsi una domanda del genere, anche perché poi si deve cercare una risposta, che magari risulta pure scomoda per il proprio impianto ideologico, ed ecco che la nostra Maria Laura preferisce salvarsi in corner e limitarsi ad abbaiare alla luna. Eppure c'è un motivo alla base di questo pessimo rapporto tra il calcio e le donne. Un motivo radicato nella natura profonda di maschi e femmine e del modo con cui questi si guardano e valutano reciprocamente. Dalla notte dei tempi, l'uomo fa, la donna è. Con ciò uno non è superiore all'altro: sono intrinsecamente diversi e funzionano alla grande se si contemperano. Ma di fatto l'uomo si riveste della sua aura migliore quando agisce, la donna quando esiste ed è presente in sé e per sé. Sembrano concetti filosofici complessi, ma sono molto più banali di quanto sembri. Chiedete a dieci donne se sia più sexy un uomo in tanga o un uomo che cucina, fa riparazioni in casa, svolge uno sport o un lavoro. Saremmo pronti a scommettere che il 90% schiferebbe l'uomo in tanga, quand'anche avesse un fisico perfetto e una dotazione impressionante. Dopo ciò, girate la domanda e interpellate dieci uomini: è meglio una donna in bikini o una donna che cucina, fa riparazioni in casa, svolge uno sport o un lavoro? L'esito sarebbe... be', che ve lo dico a fare?

nazionale calcio femminile

L'uomo fa, la donna è.

Questi meccanismi sono nel nostro DNA e nella parte più antica del cervello di ognuno di noi. La visione di un'attività sportiva, specie se ad alto tasso di aggressività e contatto (come il calcio), reca piacere e intrattenimento in quanto conforme alla prerogativa dell'estetica maschile. Con le dovute eccezioni, ovviamente, ma in linea di massima è così. Non è un caso che il grande pubblico apprezzi lo sport femminile specialmente quando la disciplina contiene in sé aspetti di armonia estetica che sono preclusi al maschile. Si pensi al nuoto sincronizzato, alla ginnastica artistica o, agli estremi, alla pallavolo. Se il fare sportivo è accompagnato dall'arte dell'esserci e dell'armonia estetica, il maschile deve necessariamente farsi da parte e lasciare spazio al femminile. E se non si fa da parte inevitabilmente tende a incrociare la strada del goffo, talvolta del ridicolo. Cosa che capita anche a parti invertite: per quanto brave, preparate, allenate, le calciatrici in campo non riescono a non dare agli spettatori la sensazione di vedere un gruppo di persone sbagliate, nel posto sbagliato a fare la cosa cui sono meno portate. Un uomo medio, anche guardando una squadra nazionale femminile, esprimerebbe il tutto dicendo che quel calcio lo si vede a malapena in Terza Categoria. Magari non è vero, tecnicamente, ma all'occhio e alla percezione è questo che passa. D'altra parte è per questi stessi motivi molto profondi che il mestiere di "modello" è assai meglio interpretato dalle donne o da uomini molto effeminati nei tratti e nelle movenze: il compito della mannequin è di esserci, di esistere nella sua armonia estetica, tale da valorizzare il capo che indossa (e viceversa), senza fare nulla di particolare. Un dato di fatto per cui, per altro, non si manifesta nessun "Mario Lauro Cinquegrana" a rivendicare quote azzurre e parità salariale tra modelli e modelle...

Nulla delle farneticazioni della nostra amica turbata è dunque alla base dello scarso successo del calcio femminile. Per quanto possa essere dirompente dirlo nel mondo politicamente corretto di oggi, il dato di fatto è che non si tratta di roba da donne. Così come il rugby, il basket, la boxe, il sollevamento pesi e tante altre discipline, mentre per tante altre ancora lo sposalizio tra azione ed essenza è assai più possibile (scherma, nuoto, pallavolo, tuffi, ginnastica ritmica o artistica, certe discipline dell'atletica). Per risolvere la questione basterebbe accettare i dati di fatto che sono scolpiti profondamente nel romboencefalo e nel DNA di tutti, secondo il progetto di un architetto, lo si chiami Domineddio o natura, che non ammette modifiche. Basterebbe non politicizzare a forza tutto quanto, generando contrapposizioni e conflitti che sono soltanto il prodotto sintetico e di scarto della diffusione di ideologie velenosissime, femminismo in primis. A margine, ci sarebbe una seconda domanda importante da farsi, piuttosto, anch'essa troppo complessa perché la nostra Maria Laura possa concepirla: perché il calcio è tanto più popolare di altri sport e come tale capace di muovere enormi quantità di denaro? La risposta corretta richiederebbe lo spazio di un mezzo saggio, che qui non abbiamo, quindi ci limiteremo a un accenno provocatorio: il calcio piace così tanto perché dà più di una speranza di vittoria ai perdenti, perché è uno sport "ingiusto", dove può capitare (e capita di frequente) che il meno forte batta il più forte. Si può pensare a un meccanismo di appeal più potente di questo per masse di persone alla ricerca costante di una propria affermazione o di un riscatto? Lasciamo qui la riflessione, rimandando chi fosse curioso di approfondire a una geniale analisi di merito fatta qualche tempo fa dall'amico Prof. Edoardo Lombradi Vallauri. Nel frattempo cerchi ognuno di mettersi quieto rispetto al principio di base: l'uomo fa, la donna è.

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