Caso Massaro/Apadula: la replica alle strumentalizzazioni mediatiche

L’agenzia di stampa D.I.Re. ha di recente pubblicato un esultante articolo relativo alla sentenza della Corte d’Appello di Roma sulla nota vicenda Massato/Apadula. Quest’ultimo, ritenendo tale articolo non corretto, a richiesto e ottenuto di poter esercitare il diritto di replica. In essa, a nostro avviso, i toni trionfali del primo articolo vengono smentiti dalle note che evidenziano le numerose parti della sentenza casualmente “dimenticate”. Ecco la replica nella sua interezza.

Pare essere giunta alla fine la vicenda processuale che ha visto frapporsi Giuseppe Apadula e Laura Massaro. La Corte di Appello di Roma prende atto che a seguito di condotte poste in essere «nell’ostacolare l’esecuzione dei diversi provvedimenti nel tempo adottati dal Tribunale per i minorenni e da questa Corte, ha reso impossibile – nonostante sarebbe stato, invece, suo preciso dovere facilitare – l’instaurazione di un sereno rapporto padre-figlio, con ciò privando non solo Giuseppe Apadula, ma anche il minore del diritto alla bigenitorialità. Al riguardo, inoltre, afferma, in conclusione, il CTU che “il minnore ha mostrato aspetti di oppositività verso l’autorità molto marcati; ha appreso dall’esperienza familiare che portare avanti e con tenacia le proprie convinzioni, sortisce il risultato”. Ritiene, dunque, il Collegio che, in virtù di quanto esposto, Laura Massaro, per tutti questi anni, abbia dimostrato di non essere stata in grado di gestire adeguatamente la responsabilità genitoriale sul minore: in primis, per aver contribuito in modo assai significativo a radicalizzare il rifiuto del padre da parte del figlio, ma anche per avergli trasmesso l’esempio e la convinzione che la mancata ottemperanza ai provvedimenti giudiziali, di fatto, non comporta conseguenze. Laura Massaro ha trasmesso al figlio l’idea che ci si possa sottrarre sostanzialmente impunemente alle decisioni dell’autorità giudiziaria e, quindi, in definitiva ed in ultima istanza, al rispetto delle regole della convivenza civile» (cfr sentenza pagina 16).

Pare non si possa fare nulla che aspettare pazientemente che il figlio recuperi una riflessione sui fatti diversa. La vicenda tuttavia non può dirsi conclusa né da un punto di vista morale né giuridico. Ad oggi è stato accertato solamente l’impossibilità dello Stato e della amministrazione giudiziaria minorile di vincere contro un sistema ben radicato e protetto posto in essere da una madre che, incurante delle ricadute psicologiche sul figlio, ha costantemente eluso i provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Ma le associazioni come Luvv – Lega uomini vittime di Violenza e la difesa di Apadula non ci stanno e promettono azioni e impegno per combattere la strumentalizzazione della costatazione di fatto del Tribunale e della Corte di Appello. Ribadisce infatti l’avvocato Zagaria: «Ciò che addolora è leggere la protervia con la quale si grida in un caso del genere “alla vittoria” quando vi è una sentenza che dichiara che un minore, dopo 10 anni di procedimenti, sia a rischio psicotico e debba essere sottoposto a monitoraggio da parte del Servizio. Non prevale quindi la volontà del minore ma la assoluta impenetrabilità dello stesso derivante dalla educazione materna».

Giuseppe Apadula e figlio
Giuseppe Apadula e il figlio L.

L’unico sconfitto è il minore.

Anche le associazioni si dichiarano quindi pronte a scendere in campo per la tutela della legge 54 e contro la violenza ai figli sottoposti maltrattamento endofamigliare nelle more dei procedimenti di separazione. Riferisce il presidente di Luvv, Rita Fadda: «Questa sentenza non deve essere strumentalizzata come principio di diritto estendibile a tutte le situazioni di allontanamento dei figli dai padri ad opera delle madri. È e deve rimanere relegata al singolo caso concreto. È pericolosa per tutti quei padri e figli trascinati in procedimenti lunghi con prassi di allontanamento sempre più frequenti ed immotivati. Risulta oltremodo provato che con il trascorrere del tempo possono solo far male ai bambini e ragazzi come dichiara in questo caso la Corte di Appello». In tutto questo il padre Giuseppe intende precisare che non esistono procedure e protocolli per evitare che si radicalizzi la scissione del rapporto genitoriale quando il genitore allocatario è ostacolante: «Mi hanno accusato di minacciare di portare in casa famiglia mio figlio ma ciò non corrisponde a verità, mi sono messo io a disposizione per fare percorsi ove ritenessero opportuno per dimostrare le mie capacità e la mia disponibilità ad avere contatti con mio figlio nel modo più utile e proficuo per tutti».

I legali Mirella Zagaria con il supporto dell’associazione Luvv e dell’avvocato Rita Ronchi non si dichiarano per vinti e annunciano azioni a tutela dell’onore e del decoro del padre e, soprattutto, di sensibilizzazione sociale sul tema. Afferma infatti l’avvocato Ronchi: «Si rende necessario agire anche per diffamazione nei confronti di tutti coloro, politici inclusi, che hanno già divulgato notizie non vere contrariamente alla reale portata del provvedimento emesso. Abbiamo letto molte testate giornalistiche volte ad enfatizzare la “vittoria” della madre e il ripristino della responsabilità genitoriale, ma la sentenza accerta invero un quadro di condotte reiterate di violazione dei provvedimenti al quale lo Stato ha dichiarato di non essere in grado di opporsi, stante il pregiudizio radicato nella sfera emotiva e cognitiva del minore. Questa è la sconfitta del sistema minori e sorprende che sia vissuta da molti potentati interessati come una vittoria per le donne perchè è la sconfitta di tutte le madri e donne che nel rispetto della legge e della verità affrontano le separazioni non privando i figli del ramo parentale paterno e facendo il bene dei propri figli».

Print Friendly, PDF & Email


Condividi


Read Previous

Omicidio Maruocco: un passo in più verso l’annichilimento degli uomini?

Read Next

Nessuna “questione culturale”: una semplice falsa accusa