Da dove nasce la violenza sulle donne

«Da dove nasce la violenza sulle donne», è il titolo dell’articolo del Corriere della Sera, scritto da un uomo, Antonio Polito, che spiega a tutti noi l’origine del male: «un pericoloso grumo di pensieri e sentimenti comune a tutti gli uomini». «Trecentomila anni di evoluzione della specie ci hanno abituato [a noi uomini] all’egemonia fisica e sociale, e agiscono nel nostro inconscio, dettandoci istinti aggressivi». «Noi uomini diamo immancabilmente alle nostre compagne la colpa del fallimento di una relazione», «perché [lei] ha voluto diventare più e altro rispetto alla sua funzione di mero completamento della coppia, ha cercato di essere una persona, non solo due». «In definitiva, sul possesso […] della persona amata». «Ecco perché è giusto parlare di femminicidi, e non di omicidi di donne. Ecco perché siamo di fronte a una questione sociale, a un conflitto culturale; […] non può bastare davvero congratularci con noi stessi e fingere che i violenti siano degli alieni, estranei alla nostra cultura [maschile]». Le tesi dell’autore, uomo, non sono sue, provengono dall’ONU, che a sua volta le ha adottate dalla teoria femminista.

I primi studi femministi sulla violenza contro le donne – denominata oggi indistintamente violenza contro le donne o violenza di genere –, pubblicati dagli anni ’70 in poi (come ad es. gli studi di MacKinnon), determinarono che la violenza contro le donne dipendeva dalla storica disuguaglianza sociale ed economica tra i sessi, da un modello culturale patriarcale/maschilista. È interessante ricordare nuovamente, come ho già fatto su interventi precedenti, che il problema della violenza di genere nella coppia nasce solo negli anni ’70, prima di allora la preoccupazione riguardava la violenza sessuale nella società. Per le femministe della prima ondata, e successivamente per Virgina Woolf, Simone de Beauvoir o più tardi Betty Friedan (il suo capolavoro femminista La mistica della femminilità, 1963, rivoluzionario e benzina per la contestazione della seconda ondata del femminismo, era proprio una denuncia della condizione della moglie all’interno della famiglia), il problema della violenza di coppia non viene nemmeno menzionato, questione che rappresenta oggi il tema principale in qualsiasi agenda femminista. Le teorie femministe furono riportate anni dopo pari pari, acriticamente, nei testi istituzionali. La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne dell’ONU del 1993 stabilisce che «la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini» e «la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini». Non si tratta di un unicum, altri documenti ripetono la stessa tesi, ad esempio lo Studio approfondito su tutte le forme di violenza contro le donne dell’ONU del 6 luglio 2006, nel paragrafo 73, stabilisce che «la violenza contro le donne è un meccanismo che serve per mantenere l’autorità degli uomini».

violenza domestica

«La violenza è insita nel DNA maschile».

In un passaparola inarrestabile, queste conclusioni accettate acriticamente nei documenti dell’ONU, riportate nei preamboli e nelle motivazioni giustificano la creazione di nuove normative e leggi nazionali e internazionali, dal Codice Rosso in Italia alla Ley de Violencia de Género in Spagna alla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa. Da questa “verità” (non più solo femminista, ma ormai istituzionale!) possiamo trarre diverse conclusioni: 1. La violenza di genere riguarda tutto l’universo maschile. «Chi uccide, stupra e aggredisce sessualmente le donne? Gli uomini». «Perché sono gli uomini a commettere stupri, molestie e violenze di genere, i carnefici sono sempre uomini e le vittime sempre donne […]. Proprio come tutte le donne sono potenziali vittime, gli uomini sono potenziali carnefici». Sono tutti colpevoli, compresi quelli che non hanno mai esercitato in vita alcuna violenza, anche loro sono compartecipi e beneficiari del modello sociale patriarcale violento, «potenziali carnefici». «La violenza domestica non finirà se non cambiamo noi uomini». «La violenza sulle donne è innanzitutto un problema degli uomini». Di conseguenza il femminismo promuove cambi nella mascolinità tossica, di tutti, per risolvere il problema della violenza. Malgrado talvolta le femministe cerchino di dissimulare le loro accuse di colpevolizzazione collettiva (per non essere associate ad altri comportamenti simili, come quelli dei nazisti o dei razzisti), il discorso è manifesto ed esplicito, si colpevolizzano collettivamente gli uomini. A scanso di equivoci, ecco lo slogan della manifestazione dell’8 marzo in Spagna: «Non stiamo morendo, ci state uccidendo. Allerta femminista».

Si tratta di una violenza strutturale, «un’oppressione strutturale». «Le donne vengono uccise dagli uomini», una colpa che si trasmette generazionalmente, anche quando mio padre non ha ucciso mia madre, né mio nonno mia nonna, né mio bisnonno mia bisnonna. Tutte le fonti istituzionali parlano di un problema culturale, anche se «trecentomila anni di evoluzione» di violenza strutturale rendono il confine tra cultura e biologia molto labile. Nessuna istituzione ha rischiato di andare oltre, spingendosi fino alla biologia, come aveva fatto, a inizio del XX secolo, il noto criminologo Cesare Lombroso, che aveva sostenuto che criminali si nasceva e non si diventava. Lombroso si vantava di riconoscere il delinquente, dai suoi lineamenti fisici, a colpo d’occhio, parimenti la violenza di genere determina l’autore in base al sesso. Nessun governo ha voluto però rischiare di essere associato a queste teorie biologiche, fatta propria da certe spiacevoli ideologie come il nazismo. Le istituzioni hanno quindi evitato la biologia e racchiuso il discorso della violenza di genere all’interno di migliaia di anni di cultura (una cultura che misteriosamente dalla sua nascita fino ad oggi risulta refrattaria a qualsiasi cambiamento, atemporale e universale sul pianeta Terra). Di conseguenza, poiché di cultura (patriarcale) si tratta, gli uomini devono essere rieducati. Ma il femminismo, in maniera più coerente, non si è sempre limitato alla cultura, talvolta ha sostenuto di dover andare «più in profondità, nel DNA della mascolinità […], fa parte della maniera di essere uomo». Sulla violenza, su base genetica, hanno parlato Germaine Greer, Marina Bacciaconi, Liliana Dell’Osso… (per maggior approfondimento vedasi l’opera La grande menzogna del femminismo, a pp. 884-885). «La violenza è amalgamata al DNA della mascolinità», ha dichiarato la femminista, ex sindaco di Madrid, Manuela Carmena.


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Una violenza “specifica”…

La violenza tout court è generica e le sue cause, al di là del sesso della vittima e dell’autore, sono sempre state individuate tra le più svariate nel profondo degli esseri umani: psicopatologie, dipendenza emotiva, incapacità di controllare l’aggressività, alcolismo, droghe, avidità, deficit delle abilità sociali, lesioni nel cervello, correlati biochimici, sensazione di impotenza, mancanza di risorse, stress, storia familiare (violenza vissuta durante l’infanzia, per esempio), depressione… La violenza contro le donne, solo contro le donne, è una violenza specifica, non è necessario esplorare cause alternative. «Decalogo per il trattamento della violenza di genere nei media […] al punto 5: non si devono mai cercare giustificazioni o “ragioni” (alcool, droghe, litigi…). La causa della violenza di genere è il controllo e il dominio che certi uomini esercitano sulle loro partner». Le istituzioni, sposando la teoria femminista, hanno ridotto la complessità multifattoriale delle cause della violenza, solo per quanto riguarda le donne, a una singola causa, il maschilismo, e hanno escluso da questa spiegazione altre forme di violenza, quella contro gli uomini, i bambini, le minoranze etniche, gli anziani o altre donne. Infatti il fenomeno della violenza femminile, che coinvolge le donne come soggetti aggressori, smentisce logicamente l’ipotesi del maschilismo come l’unica e principale causa della violenza. Se la violenza maschile contro le donne nasce dal patriarcato, la violenza femminile contro gli uomini e i bambini da dove nasce? Ogni crimine (furto, aggressione, omicidio, sequestro) necessita di un’indagine per conoscere le cause; la violenza di genere è l’unico crimine che non ha bisogno di un’indagine perché è già nota aprioristicamente la causa.

La violenza maschile contro le donne è diretta a reprimere l’emancipazione e l’indipendenza delle donne, ha a che fare quindi con l’uguaglianza. La violenza di genere è dovuta all’esistenza di un modello diffuso, a livello culturale e socio-economico, maschilista-patriarcale, dove la donna viene confinata nel ruolo di, e nello stereotipo di, persona fragile, debole, passiva, passionale, emotiva, irrazionale, inaffidabile, incompetente, intellettualmente inferiore, che ha soltanto l’obbligo sociale di prendersi cura della casa e dei figli. La lotta contro la violenza diventa quindi una questione totale che riguarda la parità tra i sessi, qualsiasi misura a favore delle donne è una misura contro la violenza. Il raggiungimento dell’uguaglianza di genere è l’elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne, e la repressione e la prevenzione (effettuata da organi dello Stato come polizia, assistenti sociali, ecc.) della violenza contro le donne un modo, de facto, per realizzare una maggiore eguaglianza tra i sessi, visto che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali mediante i quali la donna viene mantenuta in posizione subordinata rispetto agli uomini. Ogni misura è dunque permessa. «La Convenzione di Istanbul stabilisce che la creazione di leggi specifiche per le donne non discrimina gli uomini perché correggono solo una precedente situazione di disuguaglianza. Per questo la legge sulla violenza di genere [spagnola] è stata premiata da UN Women, dal World Future Council e dall’Unione Interparlamentare». Misure che inevitabilmente non saranno mai sufficienti, perché si tratta di combattere una violenza strutturale, per quanto ne sappiamo, atemporale, come lo è la violenza tout court. Misure infinite per risolvere un problema irrisolvibile. Nei prossimi interventi cercherò di confutare l’esistenza della violenza di genere, così come la intendono oggi le istituzioni.

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