La parabola di Cinzia Pennati: quando il femminismo non paga

di Davide Stasi. Cinzia Pennati è un’insegnante genovese di cui le pagine di “Stalker sarai tu” qualche volta si sono occupate. Separata, con due figlie, per anni ha tenuto e ancora tiene un blog, chiamato “S.O.S. Donne”, che ha finito per diventare un punto di riferimento nella sfera del femminismo martire e rivendicativo. La cifra delle sue pagine è un buonismo finto-passivo molto astuto e subdolo, veicolato da uno stile sufficientemente stucchevole da riuscire a mettere insieme enfasi e umiltà, sofferenza personale e saggezza. I dolori della (non più tanto) giovane Cinzia sono legati ovviamente alla separazione e al suo ruolo di madre, che racconta come dedito ed equilibrato, sebbene trapeli da ogni riga una spiccata intolleranza verso quella maternità che l’ha ostacolata nella costruzione di una vita commisurata al proprio ego, alla propria ambizione e alla montagna di frustrazioni connesse. Le sue riflessioni avvolte di melassa poetica alla lunga fanno presa sul web e lei capisce che questo può diventare una porta per qualcosa di meglio, qualcosa di più. Qualcosa che la risarcisca per quel tanto che avrebbe meritato e che qualcuno le ha impedito di avere. Perché la responsabilità è sempre di qualcun altro. E naturalmente quel “qualcun altro” è sempre di sesso maschile.

Pennati esercita il suo risentimento sul suo blog con garbo suadente e viscido, con quell’apparenza mite che conferma a se stessa e a chi legge facendo precedere ogni banalità asserita dal richiamo a qualcosa di tenero, poetico e pulito, spesso le figlie (“come insegno sempre a loro…”) o i bambini della scuola dove lavora. Espedienti retorici buoni per i gonzi, un meccanismo elementare per accreditarsi ed “entrare nel cuore” dei lettori in punta di piedi, per poi depositarci dentro bombe ideologiche a orologeria. Chiaro che una persona dai mezzi così raffinati non poteva non attirare l’attenzione dell’editoria “woke”, che le ha aperto le porte della letteratura in salsa femminista. Pubblica allora con Giunti un romanzo di donne che si riscattano, si ribellano, risorgono, rifioriscono, rinascono, eccetera. Uno dei tanti che affollano prima gli scaffali delle librerie poi i centri di macero d’Italia, ma che gli editori non possono non pubblicare, anche a dispetto dei ricavi. Ma la nostra Pennati poteva forse accontentarsi degli allori letterari e della facile vittoria di essere diventata scrittrice solo in quanto donna che parla di donne in un periodo di dominio socio-culturale femminista assoluto?

Cinzia Pennati
Cinzia Pennati

“Voglio contare, esserci, esistere”.

No, certo che no. Lo si è detto, l’ambizione è molta, l’ego è sconfinato, la convinzione tutta femminista di avere diritto a un risarcimento è radicatissima. Quale migliore occasione delle elezioni regionali, allora, per provare a mettere a frutto anni di cursus honorum femminista, sul web e in letteratura, e il didietro su una poltrona importante e ben remunerata? Eccola allora in lizza nella lista-suicida di Ferruccio Sansa, finito venti punti sotto Giovanni Toti, il governatore che ha ricostruito il ponte di Genova in tempo di record. Pennati prova a raccogliere la messe di anni di banalità intrise di ideologia antimaschile e si propone come una candidata pronta a battersi contro la violenza sulle donne (originale!). Da quella posizione chiama a raccolta le donne, le “sue” donne, non rinunciando a postare richiami elettorali sui social anche a urne aperte. Non è esplicitamente vietato farlo, limitatamente ai social e al web. Non farlo è solo una questione di stile e onore, dunque è normale che una femminista lo faccia. Qualcuno glielo fa notare, ma lei risponde da femminista: la primazia delle donne viene prima tutto, anche delle leggi. Alla fine però, nonostante gli sforzi e gli investimenti di questi anni, l’esito è negativo e Pennati non viene eletta.

Significativo è il suo sfogo sui social: un lungo post dallo stile usuale. Prima la tenera pacatezza del vissuto personale e l’evocazione dell’afflato didattico e familiare (“come insegno sempre alle mie figlie…”), per poi sbrodolare il rabbioso piagnisteo: “la doppia preferenza non è servita a niente, anzi”. Per Pennati forse le quote rosa sono poco, dovrebbe essere obbligo di legge candidare e votare solo donne. Anche la pratica del ticket tra candidato uomo e candidata donna non va bene: “Gli uomini hanno usato i voti delle donne come traino… hanno fatto ticket con donne forti e si sono presi i loro voti”, ha scritto. Come se i voti fossero caramelle da rubacchiare facilmente e non la libera espressione di una preferenza individuale ponderata. E poi, diciamolo, se si sono fatte soffiare i voti, tanto forti quelle candidate non lo erano. Pennati in ogni caso è imbestialita: nel Consiglio Regionale ligure entreranno 28 uomini e 3 donne. Troppo poco. “Chiediamoci perché noi no”, “le donne vogliono contare”, protesta, usando un cesariano pluralis majestatis. Che poco dopo cede alla sincerità: “voglio contare, esserci, esistere”, declama alla fine, e ci piace immaginare che nel dirlo sbatta i piedini a terra tenendo i pugni stretti stretti.


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Cinzia Pennati
Cinzia Pennati

Le donne non votano le femministe.

Anche qui, il problema sono gli uomini ovviamente. E con loro il sistema. “Dov’è l’inghippo?”, si chiede Pennati. Perché deve esserci un inghippo. Non può essere che le candidate, lei inclusa, semplicemente abbiano ispirato meno fiducia, abbiano saputo curare meno l’elettorato, siano apparse decisamente meno credibili, abbiano elaborato proposte politiche e programmatiche lontane dalla realtà (tipo la violenza sulle donne) o le abbiano spiegate in modo inefficace, così tanto da indurre tutti, uomini e donne, a votare soprattutto uomini. No, è solo una questione di “inghippo”. Insomma, autocritica zero. Al solito, la colpa è degli altri, degli uomini, del sistema e di “quel pensiero unico maschile”, come lo chiama lei, con una serietà che mette quasi tenerezza. Sotto lo sforzato tono pacato si sente il digrignare dei denti. Pennati ha scelto da tempo di recitare la parte della femminista mite, quindi non può proprio urlare tutto il suo odio pregiudiziale per gli uomini. Delega il compito ad altri, alle sue follower. A commento del suo sfogo una scrive: “se gli uomini fossero umiliati l’Italia sarebbe più bella”, e Pennati piazza un bel like.

Quando il livore non lo delega, lo si è detto, lo induce sottilmente, come in un post successivo, costruito secondo il solito cliché: racconto del suo ritorno a scuola, del tenero dialogo coi bambini (palesemente inventato di sana pianta) per accreditarsi come buona e sensibile e prendersi così il diritto nella seconda metà di vomitare fiele e sciocchezze sul “sistema patriarcale” et similia. Per altro lasciando al lettore la curiosità se anche ai suoi bambini (poveretti…), specie ai maschietti, abbia detto che gli uomini dovrebbero essere umiliati. Anche Pennati insomma è cascata nel tranello dell’illusione che l’investimento nel femminismo possa trainare dal lato elettorale. Il problema è che il femminismo in generale è una favola (dell’orrore), una bislacca teoria complottista, una fake news. Normale che quello militante raramente porti voti. Lei e la sua bruciante ambizione si sono schiantate, come altre prima di lei, su un muro di verità: il femminismo è autoreferenziale, le femministe votano se stesse (per altro non sempre), mentre le donne non femministe, cioè quelle vere e splendidamente normali, non votano le femministe, non l’hanno mai fatto, perché sanno quanto sono pericolose. Soprattutto le donne sanno che non c’è soggetto più inidoneo a rappresentarle di una seguace del femminismo, che per sua natura le considererà sempre tanto idiote da essere sottomesse. Mille volte meglio allora votare un uomo, magari affidabile, credibile e preparato, cui rendere merito facendogli saltare allegramente e con tanto di sberleffo la vergognosa truffa delle quote rosa.

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