La violenza di genere non esiste (6)

Due anni fa un uomo di 30 anni si è recato con urgenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale a Alicante (Spagna), ricoverato 3 giorni per la gravità delle ferite sulla schiena prodotte, secondo la dichiarazione dell’uomo, da un coltello che si era conficcato in un incidente domestico. Dalle indagini della polizia è stato accertato che in realtà l’uomo era stato accoltellato sulla schiena dalla compagna sentimentale durante una lite. Nella mia vita ho letto moltissime notizie di cronaca nera di donne aggredite gravemente da uomini, molte di più di quante i giornali riportano di uomini aggrediti gravemente da donne, ma non ho mai trovata una che racconti di una donna accoltellata e ferita di gravità che arrivata all’ospedale cerca di coprire il compagno aggressore. Centinaia di donne aggredite nelle stesse condizioni e nessuna che si comporta come l’uomo di Alicante. Qualcuno potrà obiettare che si tratta di un caso unico, del tutto eccezionale. Eccone un altro: a Roma Idris Jeddou è stato accoltellato dalla moglie al ventre nella notte. «Dormivo, ho trovato mia moglie sopra di me, mi aveva accoltellato nel sonno, aveva ancora il coltello in mano e poi ha gridato “scusa, scusa, sono matta, aiutami”». Lui è andato all’ospedale, dove è stato ricoverato, fingendo una rapina per coprire la moglie. Nel frattempo, a casa si è consumata la tragedia, la moglie ha ucciso i tre figli piccoli. Uomini, gravemente feriti, che fingono per coprire le loro compagne sentimentali. Warren Farrell nel suo libro, Il mito del potere maschile, menziona altri casi simili.

Se limitiamo il concetto della violenza tra i sessi a quello della violenza di genere, così come viene oggi proposto dalle istituzioni, cioè causata dalla volontà di dominio maschile, dal Patriarcato, e basta, riduciamo la complessità della violenza a un concetto troppo semplicistico, persino infantile, oltre che falso, che impedisce di esplorare altre spiegazioni, per contrastare la violenza, che non siano in linea con questo pensiero. Le istituzioni sbagliano quando assegnano aprioristicamente i ruoli di vittima e di aggressore fondati sul sesso. La violenza non ha sesso. Le istituzioni sbagliano quando emanano normative e distribuiscono punizioni e pene differenziate per sesso. Ma hanno ragione a ritenere che uomini e donne siano diversi e agiscano tendenzialmente comportamenti diversi. Dall’analisi di questa diversità forse si riescono a fornire altre spiegazioni alternative a quella dominante della violenza di genere, che riescono a fare luce parzialmente sul fenomeno della violenza tra i sessi. Alcune di queste riflessioni sono elencate nel summenzionato libro di Warren Farrell e dovrebbero essere già note ai nostri lettori. Intanto la cavalleria maschile, la tendenza a comportarsi con generosità e gentilezza verso le donne, anche quando non lo meritano, comportamento perlopiù sconosciuto dalle donne, tanto è vero che non esiste nemmeno un’espressione per definirlo. Quando le notizie di cronaca nera incominceranno a riportare notizie di donne accoltellate gravemente che fingono e mentono per coprire i loro compagni aggressori, allora si potrà iniziare a parlare di una cavalleria invertita.

coltello sangue

Il rischio ineliminabile.

Questo comportamento maschile deriva parzialmente da un’altra realtà, un doppio standard di giudizio sulla violenza, percepito e diffuso socialmente, che l’analisi della violenza di genere ignora: “le donne non si toccano neanche con un fiore” (anche quando se lo meritano, aggiungo io). Per la società la violenza sulla donna è sempre assolutamente inaccettabile. In altre parole, la violenza sull’uomo è accettata socialmente. Per la società l’uomo è il destinatario naturale o preferibile della violenza. Anzi, mi correggo, per la società l’uomo deve essere il destinatario naturale o preferibile della violenza. E chi dice violenza, probabilmente intenda anche povertà, violenza e malattie, insomma destinatario naturale di qualsiasi tipo di sofferenza. Questo pensiero riesce a spiegare parzialmente il comportamento irrazionale dei summenzionati uomini aggrediti, che si accollano le sofferenze delle aggressioni subite, una violenza nel loro immaginario accettabile in quanto uomini, e cercano di evitare alle loro donne qualsiasi sofferenza, anche se meritata. «Da un’indagine del Dipartimento di Giustizia degli USA [realizzata nel 1985, US Department of Justice] emerge che il 41% degli americani ritiene meno grave l’uccisione di un uomo da parte di una donna che il contrario. Entrambi i sessi considerano più grave che un uomo colpisca una donna piuttosto che il contrario» (tratto dall’opera Femminismo da non credere, p. 86). Di conseguenza un uomo rischia di più la pena di morte se uccide una donna che se uccide un uomo. Altre indagini simili si sono realizzate nel tempo, con identici risultati. A domande del tipo se dovesse essere un reato o è accettabile lanciare un oggetto o dare una sberla al compagno/a sentimentale, la soglia di accettabilità permessa alle donne che agiscono la stessa violenza è sempre molto più alta. In società una donna può vantarsi pubblicamente senza alcun problema di aver schiaffeggiato un uomo, invece se lo fa l’uomo rischia la denuncia. Colpire il pene maschile, come mostrano numerose commedie, o persino tagliarlo, è motivo di ilarità, ma colpire, o peggio ancora l’escissione delle mammelle non fa ridere nessuno.

Lo slogan “no alla violenza sulle donne” e le campagne istituzionali per eliminarla sono ovunque, malgrado nel mondo la vittima principale della violenza sia l’uomo. Perché non esiste lo slogan “no alla violenza sugli uomini” né esistono istituzioni che lottano per la fine di questa violenza? D’altra parte forse esiste un nesso tra violenza e assunzione di rischio. Il rischio nella vita è ineliminabile, e in certe situazioni, come in guerra, in un incendio o nella caccia, ma anche su un traliccio o su una impalcatura, è molto elevato, e spesso strettamente legato alla violenza. Qualcuno deve affrontare questo rischio a beneficio di tutta la società. Molte innovazioni e conquiste sociali sono state raggiunte grazie a questo rischio che principalmente gli uomini si sono assunti. Tendenzialmente la società tutela le donne e spinge gli uomini ad assumersi il rischio, cioè ad esercitare violenza. In linea teorica se gli uomini vengono rieducati, cioè “castrati”, forse diventeranno individui sì più pacifici ma meno inclini ad assumere su se stessi i rischi che la società è costretta ad affrontare. Per quanto assurdo possa sembrare questo argomento, e si badi bene che è un voluto paradosso, non un invito alla violenza, quando un uomo picchia una donna, spesso sta portando la parità alla sua massima espressione. Per la stessa e identica controversia è più probabile che un uomo si getti con violenza su un altro uomo che su una donna. Ad esempio, uno sguardo sgradito è stato talvolta il motivo di aggressioni e accoltellamenti tra uomini, ma lo stesso sguardo da una donna raramente genera la stessa reazione violenta nell’uomo offeso.

amor cortese

Ancora cavalleria, please.

Uno degli slogan del fabbricante di rivoltelle Colt recitava: “Dio creò gli uomini diversi, Samuel Colt li rese uguali”. L’uso o la minaccia della forza rende uguali. Da quando il mondo è mondo, l’uomo “guerriero”, l’uomo violento regola i suoi conti con l’uomo avversario mediante l’aggressione o l’uccisione. Da quando il mondo è mondo si cerca di introiettare nello stesso uomo violento un comportamento più indulgente e rispettoso nei confronti dell’avversario se è donna. Il fenomeno del femminicidio rappresenta la manifestazione più estrema e paradigmatica, nel suo lato più oscuro, della parità di trattamento. L’uomo assassino tratta la donna come avrebbe trattato qualsiasi uomo. Le vittime non sono picchiate o uccise in quanto donne, ma proprio perché non sono più donne ma avversari o prede come gli uomini. Le femministe e le istituzioni che denunciano i femminicidi e ignorano gli omicidi di uomini, molto più numerosi, non stanno chiedendo un trattamento paritario, stanno chiedendo protezione, esigono la tutela tradizionale che le donne meritano per il fatto di essere donne, chiedono agli uomini violenti di trattarle in maniera diversa di come questi stessi uomini avrebbero trattato gli uomini che odiano o disprezzano. Chiedono a questi assassini di non ucciderle, come questi assassini avrebbero fatto e fanno con gli altri uomini. Non chiedono la parità. Chiedono la cavalleria maschile. (Prosegue domenica prossima).

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