Nel nome della madre (prima parte)

Dell’importanza delle figure genitoriali per uno sviluppo sano ed equilibrato dell’individuo si è scritto un mare di parole, si sono fatti convegni, sono nate scuole di pensiero e di specializzazione per terapisti. Sono tutti d’accordo nel sostenere che entrambi i genitori sono fondamentali perché il bambino maturi una propria individualità e si sviluppi in maniera armonica e socialmente integrata. Quando la madre o il padre sono figure assenti, o peggio manchevoli del ruolo genitoriale, inevitabilmente ci imbattiamo in bambini così detti problematici. Generalmente ce ne rendiamo conto durante la frequentazione dell’asilo e della scuola materna, per poi trovarne tracce marcate dalle elementari in avanti. Possono essere bambini chiusi e taciturni, che difficilmente entrano in relazione con adulti e coetanei, oppure iperattivi e tendenti all’aggressività se non vengono soddisfatti in fretta nelle loro richieste. La linea tra sviluppo sano o meno è talmente sottile da sfuggire all’attenzione dei più: «è solo un bambino, vedrai che quando cresce smetterà», «state tranquilli, parlerà quando sarà pronto», frasi di questo genere le abbiamo sentite tutti e probabilmente anche dette per tranquillizzare amici o parenti eccessivamente preoccupati.

Difficilmente accettiamo che il problema di un figlio possa essere sua madre. La figura materna ha nel nostro inconscio e nel nostro immaginario una potenza enorme, così grande da essere sacra. La madre è ciò da cui tutto origina, che tutto cresce e protegge, che tutto sistema e perdona. È fertilità, vita che nasce e si riproduce, è colei che crea la famiglia, la supporta, la manda avanti abnegando se stessa per l’amore dei figli. Ma la madre è anche colei che col troppo amore uccide i suoi piccoli, li soffoca di attenzioni, di cure e di premure fino a volersene impossessare nuovamente, come quando li portava in grembo. In cambio del suo sacrificio richiede fedeltà eterna, assenza di confini affettivi e fisici. È la "madre coccodrillo" di Lacan, che con le sue fauci spalancate vuole soddisfare il suo desiderio di amore insaziabile mangiandosi il suo stesso frutto.

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L'amore di un padre non è puro e immacolato?

Nascondendosi dietro le fattezze di madre amorevole e dedita ai figli, impedisce di fatto l’emancipazione della prole trattenendola a sé in un moto perpetuo di senso di colpa, rabbia, vittimismo, imposizione di attenzioni morbose: «come ti ho fatto, ti disfo», «dai un bacio alla tua mamma», «non mi vuoi più bene come prima». La madre coccodrillo predilige i figli maschi ma non disdegna nemmeno le femmine. Poiché però con queste ultime la sua strategia ha meno efficacia, si concentra sul maschio, condannandolo a vivere in una gabbia dorata dove il prezzo dell’amore è il senso di colpa e il dimostrare di essere continuamente degno del sacrificio materno. È un rapporto esclusivo dove la figura del padre non trova spazio, non è contemplata una terza parte in un binomio simbiotico.

Allora ecco che qualcosa al di fuori delle mura di casa non torna e, ad esempio, il bambino dice alla maestra che lui dorme con la mamma mentre il papà sta sul divano, che fa la doccia con la mamma, fino ad arrivare ai casi più gravi di abusi fisici e sessuali da parte della madre sul proprio figlio. Sono meno rari di quel che si crede i casi in cui ragazzi di 20 anni dormono insieme alla propria madre e la giustificazione di questa condotta anomala è socialmente accettata: sono madri separate che hanno cresciuto da sole i figli, madri deboli e bisognose di affetto, madri fragili che si aggrappano ai figli invertendo i ruoli naturali della famiglia. Non c’è nulla di male, ci diciamo tra noi e noi, se un figlio dorme con la propria madre, non c’è amore più puro e immacolato di quello di una madre per il proprio figlio. Non si capisce perché allora, non riusciamo a concepire che un papà possa dormire con la propria figlia ventenne e sospettiamo immediatamente un rapporto deviato ed incestuoso. L’amore di un padre non è anch’esso puro e immacolato come quello di una madre?

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Dalla madre coccodrillo alla madre narcisistica anaffettiva.

Evidentemente esiste un doppio standard di valutazione anche all’interno dei nuclei familiari in cui madri con condotte anomale sono prontamente giustificate, tutelate e protette. La nostra mente non riesce a concepire, figuriamoci ad accettare, che una madre possa essere abusante nei confronti dei figli, possa essere un pericolo per essi, procurarne e volerne la morte. Eppure i casi di cronaca non sono rari (si pensi ai casi di Cogne o alla vicenda del povero Loris Stival). Sebbene i casi di pedofilia femminile si aggirino intorno al 5/7% delle denunce totali di abusi, circa il 78% dei pedofili di sesso maschile riferisce di essere stato abusato da figure femminili, specialmente la madre, durante l’infanzia. Sistematicamente ignoriamo le conseguenze dei comportamenti devianti femminili sulla crescita del maschio, concentrandoci esclusivamente sulle mancanze del ruolo paterno.

Il politicamente corretto sta invadendo ogni ambito della nostra società trovando terreno fertile nelle dinamiche familiari, tra le preferite dalle femministe che le considerano lo zoccolo duro della cultura patriarcale, costringendoci a leggere il quotidiano con le lenti del femminismo imperante. Pare non ci siano spazi per una riflessione profonda sul ruolo della madre, tutto si riduce al solito «il corpo è mio e decido io», «la società misogina e patriarcale mi costringe a scegliere tra figli e carriera». Analizzare il ruolo della madre oggi significa inimicarsi le donne, smuovere in esse una profonda auto-analisi dolorosa, costringerle a fare i conti con se stesse e con le loro madri, passare dalla madre coccodrillo lacaniana alla madre narcisistica anafettiva.

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