Perché serve benedire l’uomo che salva

L’uomo è il salvatore. Il maschio salva le femmine ogni giorno in modi/forme invisibili. Al dir male degli uomini, ossia alla “male-dizione” della shitstorm antimaschile,  sostituiamo la loro “bene-dizione”. Parliamo bene degli uomini, perché l’uomo è Colui che ti salva. Ci troviamo nel mezzo di una grandiosa shitstorm contro gli uomini che dura da due generazioni e che si va intensificando. Di loro si parla solo male secondo il principio per cui non vi è reato o danno in questo pianeta che non derivi da essi e ad essi non vada ricondotto. Assassini, stupratori, molestatori e via senza fine. Noi lo chiamiamo pestaggio morale, gli inglesi male-bashing. Cesare Brivio, pioniere della coscienza maschile in Italia, qualificò quest’epoca come quella della “male-dizione” degli uomini, quella in cui di essi non si dice altro che male. Noi invece, già insieme a lui, abbiamo da tempo iniziato a parlar bene degli uomini, a dirne bene, a offrir loro la nostra “bene-dizione”. Della loro opera luminosa abbiamo delineato i contorni in varie occasioni, ad esempio nei podcast “Il Racconto Maschile” di Davide Stasi.

Di recente ci siamo occupati dell’aspetto creativo della maschilità prendendo atto che se gli uomini non esistessero non esisterebbe praticamente niente, adesso andiamo a scrutarne il ruolo salvifico nelle sue due dimensioni. Una ben visibile, ovviamente negata dalla narrazione dominante, l’altra invece per sua natura opaca e occulta, quasi insospettabile. La prima è assimilabile alla classica punta dell’iceberg, ma è assai limitata e parziale, perché si manifesta erraticamente e solo in particolari occasioni, la seconda invece ne costituisce il fondamento invisibile, posto sotto l’orizzonte, a sostenere quelle vette emergenti e brillanti. Sto dicendo che il maschio è il salvatore e l’opera salvifica del maschile è immensa, strutturale, fondativa.

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Il monopolio dell’uomo che salva.

Abbiamo imparato a rilevare e sottolineare come in occasione di qualsiasi disastro i soccorritori che si mettono in gioco e corrono pericoli anche gravissimi siano maschi. Le mani che scavano sotto le macerie dei terremoti, delle frane e dei crolli sono maschili. Le ombre che entrano nei palazzi in fiamme, che si immergono sotto le chiglie, che ispezionano le grotte, che perlustrano le forre, che sondano le valanghe, che si calano dagli elicotteri, che si inerpicano sulle crode a cercare, recuperare e salvare, quelle ombre hanno tutte silhouette maschili. Ogni giorno nel mondo accadono incidenti e si verificano disastri e in ciascuno di questi casi arrivano prontamente gli uomini a recare soccorso, immancabilmente. Quando siamo in difficoltà e in pericolo dobbiamo solamente lanciare il nostro SOS.  Non appena captato, subito uomini verranno in aiuto. Dal Vajont al Belice, da Chernobyl a Fukushima, da Rigopiano alla Concordia, dalle Torri Gemelle a Katrina, come in tutte le alluvioni, gli tsunami, i crolli nel sottosuolo o in superficie, i naufragi, gli smottamenti, le esplosioni e ogni altra tragedia, naturale o meno, vediamo chiamati gli uomini e li vediamo  arrivare. La luminosità di questi gesti è abbagliante ma ha un difetto, impedisce di vedere l’immensità di quel che accade nel sottosuolo, un mondo oscuro che si stende come un vasto continente ai piedi di quelle cime  brillanti e visibilissime. È l’ora di far luce su queste vastità ignote.

.Gli uomini salvano le femmine non solo in quelle eroiche occasioni, ma ogni santo giorno in tutte le dimensioni e aspetti della vita perché essi stanno là dove i pericoli nascono e le tragedie accadono e ci stanno tanto per sé quanto in nome e per conto delle donne. Assumono su di sé tutta la sfera del rischio che in questo modo viene preclusa alle femmine. Una discriminazione aurea. Le attività pericolose sono evitate da un sesso e fatte proprie dall’altro in via esclusiva. Un vero monopolio. Gli uomini sono i salvatori delle donne soprattutto quando apparentemente non salvano nessuna semplicemente perché impediscono loro di trovarsi in pericolo.


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Una guerra che deve finire.

Citiamo regolarmente i morti sul lavoro dimenticando peraltro invalidi e mutilati che sono in numero ben superiore. A questi si aggiungono i fallimenti nelle ricerche scientifiche e le bancarotte nelle attività commerciali e imprenditoriali che hanno come esito la rovina e talvolta il suicidio. Quanto alle attività illegali, di esse beneficiano ugualmente delinquenti e congiunte, ma nelle prigioni scarseggiano le femmine e abbondano i maschi, colpevoli e innocenti (di cui ci eravamo dimenticati) perché gli ingranaggi della malagiustizia e gli errori dei giudici colpiscono solo gli uomini. Mi si indichino casi noti di femmine condannate ingiustamente. Già è difficile che vengano condannate da colpevoli, figuriamoci da innocenti, sorte che colpisce invece centinaia di migliaia di uomini ogni anno nel mondo, quanto i morti sul lavoro. Estendendo al pianeta e ai millenni il ventaglio di questa sostituzione, di questa supplenza, ne escono numeri da capogiro, certo mai citati nella “male-dizione” degli uomini. La protezione maschile è strutturale, onnicomprensiva, sistematica. Quotidiana, capillare e universale. Bene-detti dunque gli uomini!

Per quanto ti suoni imbarazzante, o femmina occidentale del XXI secolo, donna dal cuore malato e dallo sguardo strabico, estranea alla gratitudine, l’uomo non è il tuo carnefice, è Colui che ti salva. Lo fa quando lo vedi e soprattutto quando nemmeno lo sospetti. Lo fa sempre, ovunque in ogni luogo e in ogni tempo, su tutte le dimensioni. Ti salva prima che ce ne sia bisogno, perché ti sostituisce e ti anticipa nei pericoli. Non quando ti solleva dal pozzo, ma quando ti impedisce di cadervi. Ti salva qualche volta quando, imbarazzata, lo vedi e lo sai, sempre quando non vedi e non sai. Lo fa perché la natura gli ha delegato questo onore costoso che adempie senza riserve perché non può tradirsi, perché ha ancora stima di se stesso. Ti salva sempre prima e solo quando occorre, dopo. Quando questa guerra finirà, tornerà la stagione della benevolenza e rinasceranno la riconoscenza e quella gratitudine silenziosa che fu delle donne di altri luoghi e di altri tempi.

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