Topolino queer: la deriva woke della Walt Disney Company

Pasqua segna l’inizio della primavera e tradizionalmente è occasione di picnic e gite fuori porta. Quest’anno, col brutto tempo che ha investito parte del paese, molte famiglie avranno ripiegato sul cinema, magari scegliendo un film o un cartone animato targato The Walt Disney Company. Negli stessi giorni la leggendaria casa di produzione chiudeva una battaglia legale durata due anni contro il governatore della Florida che con l’intrattenimento non ha niente a che fare, quanto piuttosto con l’attivismo rainbow. Siamo lontani dai tempi in cui la compagnia fondata dal creatore di Topolino – ora un tycoon che ha inglobato marchi come il colosso dell’animazione in digitale Pixar, la LucasFilm Ltd. (legata a franchises come Indiana Jones e Star Wars), la Marvel, forgia dei supereroi più famosi al mondo, e la 21st Century Fox – proponeva capolavori dal profondo valore pedagogico e artistico, riuscendo nel miracolo di coniugarlo col puro intrattenimento, come in Biancaneve, Pinocchio, La spada nella roccia, Fantasia e tanti altri. Negli ultimi anni infatti la Disney si è distinta soprattutto per la propaganda woke sciolta nei suoi prodotti, con la sempre più frequente rappresentazione di personaggi di varie minoranze etniche e soprattutto vari orientamenti sessuali e “generi”, sottolineati dall’uso di pronomi alternativi.

Qualche esempio: una coppia gay nel lungometraggio animato Zootopia, una supereroina lesbica con due madri in Marvel rising: Secret warriors, di nuovo una coppia gay nella serie animata Star Wars Resistance, la serie fantasy The owl house con vari personaggi GLBT e il primo personaggio “non-binario”, il reboot di Duck Tales con il personaggio Violet che ha due padri, i lungometraggi animati Strange world con il primo protagonista gay, Onward con una poliziotta lesbica, Elemental con un protagonista “non-binario”. Solo un riflesso di tempi che cambiano? Forse, ma parecchi indizi fanno pensare che questi tempi subiscano da qualche anno delle “spintarelle” in una precisa direzione. Ad esempio, sebbene persistano correnti diverse, è degno di nota che molti dirigenti della Disney siano apertamente coinvolti e schierati in merito, come il presidente della sezione General Entertainment Karey Burke: in un meeting del marzo 2022 affermò che, in quanto «madre di due figli queer (uno transgender e uno pansessuale)» avrebbe lavorato «per assicurare nei futuri film Disney almeno il 50% di personaggi queer o appartenenti a minoranze etniche». Nella stessa circostanza il coordinatore della produzione televisiva, Allen Martsch, annunciò il suo impegno a includere sempre più personaggi «trans, bisessuali e di genere non conforme» e «esplorare trame queer».

Walt Disney
Walt Disney

Meglio l’ideologia dei soldi.

Ma c’è un segnale ancora più evidente di quanto il wokeismo sia oggi radicato nella casa di Topolino. Chi lavora alla Disney è invitato a seguire una serie di linee-guida e principi: i “dieci comandamenti di Topolino”, elaborati dall’allora presidente della sezione parchi tematici Marty Sklar nel 1987; e le “quattro chiavi” sviluppate a metà anni ‘60 da Van France (uno dei responsabili storici della formazione interna): Sicurezza, Cortesia, Spettacolo, Efficienza. Ebbene 65 anni dopo, il 13 aprile 2021, Josh d’Amaro, chairman della Disney Experiences, ha annunciato che le quattro chiavi sono diventate cinque – con la quinta chiave non sullo stesso piano bensì “al cuore” delle altre: l’Inclusività. La parola dice già tutto, culmine simbolico di una vera e propria ristrutturazione in senso woke della compagnia, che andava avanti già da diversi anni. Basti pensare che tra il 2019 e il 2021, mentre la maggioranza dei settori della compagnia vedeva una generale contrazione, il settore DEI (“diversità-uguaglianza-inclusione”) ha visto un’espansione del 633%. Ma veniamo alla battaglia legale cui abbiamo accennato all’inizio. Qualcuno forse ricorderà il Florida Parental Rights in Education Act, legge definitivamente approvata nel marzo 2022 ribattezzata “Don’t say gay” (“non dire gay”), entrata nel dibattito mondiale in quanto vieta esplicitamente di ospitare nelle scuole pubbliche lezioni e discussioni riguardanti orientamento sessuale e “identità di genere”, se «dirette ad allievi sotto i 10 anni e comunque in nessun caso in modo non appropriato per l’età e il livello di sviluppo degli allievi».

A prescindere dalla valutazione che se ne può dare, se un colosso della comunicazione e dell’intrattenimento come la Walt Disney Company prende attivamente posizione in merito, usando il proprio potere d’influenza sociale e culturale per fare pressione politica, c’è da drizzare le antenne. Specie se ciò avviene con una dinamica un po’ obliqua: il 7 marzo, il giorno prima che il Senato della Florida approvasse definitivamente la legge, il CEO della Disney Bob Chapek diffonde un comunicato interno annunciando che la compagnia, pur schierandosi a fianco dei propri dipendenti GLBT, non avrebbe preso posizione in merito, puntando sui contenuti dei propri prodotti piuttosto che sull’azione politica diretta, nello sforzo teso a «creare un mondo più inclusivo». Ma solo due giorni dopo Chapek si auto-contraddice, e prende pubblicamente posizione contro la legge; contestualmente offre una donazione “riparativa” di 5 milioni di dollari (ripetiamo: 5 milioni di dollari) alla causa arcobaleno: tra i beneficiari, la potente Human Rights Campaign (HRC, di cui avevamo già parlato qui). Cosa possa essere successo in quei due giorni è lasciato alla nostra immaginazione. È noto invece il coup de théâtre con cui HRC immediatamente rifiuta la donazione: «non accetteremo questi soldi dalla Disney finché non constateremo un aperto e concreto impegno a lavorare con gli attivisti LGBTQ+ per garantire che proposte di legge pericolose come la “Don’t say gay” non diventino legge o, se dovesse succedere, per farle abrogare. Le grandi corporazioni hanno avuto e continuano ad avere un forte impatto – ammette HRC – sulla sorte delle rivendicazioni LGBTQ+. Oggi la Disney ha fatto un passo nella direzione giusta. Ma è solo un primo passo: dev’essere l’inizio, non la fine, dell’attivismo pubblico della Disney». Quale umiliazione, quale schiaffo morale di fronte al mondo intero! Non comprerete la loro approvazione: va meritata con un’adesione totale alla causa!

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Il Governatore della Florida Ron DeSantis.

Un’industria contro una legge.

Una parziale ammenda la farà la stessa famiglia Disney, gli eredi di Walt: circa un mese dopo infatti Charlee Corra, figliastra di Roy P. Disney (nipote di uno dei padri fondatori) fa coming out come “transgender”, condanna la legge e insieme al patrigno annuncia una donazione di 500.000 dollari alla HRC. (La quale sei mesi dopo, con una generosità commovente, finirà per accettare anche quegli altri 5 milioni: in fondo sono bravi ragazzi, hanno capito i loro errori e si sono comportati bene; e poi è per una buona causa.) L’11 marzo Chapek manda una nuova comunicazione interna, cospargendosi il capo di cenere:  «Grazie a tutti coloro che mi hanno scritto per condividere il proprio dolore, frustrazione e rammarico per la reazione della compagnia alla legge “Don’t say gay”. È chiaro che non si tratta di una faccenda limitata a una legge in Florida, ma dell’ennesima minaccia ai diritti umani di base. Avevate bisogno di trovare in me un alleato più forte nella lotta per l’uguaglianza e vi ho deluso. Chiedo scusa a tutti voi». Ma questo gesto non è ritenuto sufficiente. Mentre fioccano dichiarazioni ufficiali di condanna della legge da ogni angolo della corporazione, sorge una protesta da parte dei dipendenti, che a partire dal 16 marzo annunciano scioperi simbolici di 15 minuti, fino a uno sciopero di un giorno intero per il 22 marzo, accompagnato da una manifestazione e da una camminata simbolica attorno agli Studios di Burbank. Un “leggerissimo sospetto” che queste proteste non siano del tutto spontanee è legittimo se, come ha riportato il New York Times, alla manifestazione c’era solo una manciata di persone e alla camminata “circa 60-70 dipendenti” (su 80.000).

Il 28 marzo finalmente il governatore della Florida, Ron DeSantis, firma la legge e la Disney rilascia sui suoi social la seguente dichiarazione: «La legge “Don’t say gay” non doveva essere approvata. Come compagnia perseguiremo l’obiettivo di farla abrogare, dal legislatore o dalle corti di giustizia, e collaboreremo con ogni soggetto attivo in questo senso. Ci schieriamo risolutamente in favore della sicurezza e dei diritti dei membri LGBTQ+ della famiglia Disney, della comunità LGBTQ+ in Florida e in tutti gli Stati Uniti». A questa lapidaria presa di posizione DeSantis reagisce in modo altrettanto energico. Dal 1968 l’area intorno al resort Disneyworld (detta Randy Creek Improvement District) godeva per legge di un’autonomia parziale e vari privilegi burocratici e fiscali, configurandosi come una vera e propria piccola “regione a statuto speciale”. Ebbene DeSantis decide di revocare questa condizione, e con un decreto approvato a fine aprile 2022 determina la cessazione dello statuto speciale a partire dal 1° giugno 2023, affidando la gestione del distretto a un tavolo tecnico appositamente istituito. Ovviamente la Disney non ci sta e denuncia DeSantis, accusandolo di aver abusato del proprio potere per agire una repressione ideologica rispetto alla posizione critica assunta contro la legge “Don’t say gay”. Tralasciamo i dettagli dell’iter giudiziario e facciamo un salto temporale al 31 gennaio 2024, giorno in cui la denuncia viene archiviata. Il giorno seguente la Disney fa ricorso in appello, ma il 27 marzo scorso esce la notizia che un accordo è stato raggiunto tra le parti: il tavolo tecnico che fa capo a DeSantis manterrà la gestione del territorio, con la prospettiva della negoziazione in comune accordo di un nuovo piano di sviluppo. Ma c’è da scommettere che questa parziale sconfitta non arresterà la carica della Disney, così come non l’ha fermata lo scarso successo di pubblico degli ultimi anni. Avanti tutta verso l’unico imperativo: buttare secchiate di propaganda arcobaleno addosso agli uomini e alle donne di domani.

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